G8 2001. Dieci anni dopo. Processo alla polizia

Era il luglio del 2001 e a Genova mentre i grandi della terra si riunivano al G8, centinaia di migliaia di persone dalle idee variegate e dalle più diverse provenienze geografiche, ideali e politiche, sull’onda di quello che allora veniva chiamato “lo spirito di Seattle” ed all’insegna del motto “un altro mondo è possibile” si ritrovavano in città per contestare l’impostazione data al vertice dai potenti del mondo. Le manifestazioni all’inizio pacifiche degenerarono presto quando i fantomatici black block cominciarono a devastare indisturbati vetrine e negozi in alcune strade, prima che le forze dell’ordine intervenissero, senza riuscire però ad arrestarne nemmeno uno, caricando invece gli altri manifestanti. Gli incidenti portarono all’uccisione di Carlo Giuliani da parte del carabiniere Mario Placanica e sabato 21 luglio 2001, ultimo giorno del G8 di Genova, poco prima della mezzanotte, all’irruzione della polizia nel complesso scolastico “Diaz”, dove dormivano decine di  manifestanti e giornalisti del movimento. Alla fine di un’azione che il funzionario di polizia Fournier definì “una macelleria messicana” vennero arrestate e picchiate 93 persone sebbene non avessero opposto alcuna resistenza. A dieci anni di distanza da quei fatti, un libro uscito per la casa editrice Fandango ricostruisce quella notte ed il successivo processo. Il libro è Diaz, processo alla polizia, scritto da Alessandro Mantovani, giornalista quarantenne che ha lavorato a Liberazione, al Messaggero e dal 2001 al 2006 al manifesto, dove ha seguito le inchieste ed i processi per i fatti del G8 di Genova, dal 2007 lavora al Corriere di Bologna. Il libro è stato presentato in numerose librerie e centri sociali, alla festa della Fiom di Torino ma anche ad una rassegna organizzata da poliziotti del Siulp a Langhirano (Parma), abbiamo intervistato Alessandro Mantovani in esclusiva per Il Fondo.

Il titolo del libro è molto chiaro e anche molto forte, quali sono i motivi di questa scelta, e che accoglienza ha avuto il libro?

La responsabilità penale è personale, però la polizia ha fatto di tutto per trasformare il processo per i fatti della Diaz in un processo alla polizia, ai suoi vertici. Hanno rappresentato le cose come se il problema fosse il pm Enrico Zucca, deciso chissà perché a perseguitare i poliziotti migliori del Paese, anziché i comportamenti di chi organizzò, eseguì e gestì l’operazione di quella notte. Sono abituato ad avere a che fare con i poliziotti, qualche piccola forzatura da parte loro non mi scandalizza più di tanto, ma l’atteggiamento che hanno avuto durante l’indagine e durante il processo per me è più grave dei fatti di quella notte e, in generale, del G8 di Genova. Dietro c’è l’idea che nessuno, men che meno un magistrato, debba mettere il naso negli affari della polizia. E questo è intollerabile. Il momento culminante del processo fu quando Antonio Manganelli, divenuto capo della polizia sette anni dopo il G8 e anche con l’accordo di Rifondazione comunista, sentito in aula come testimone perché era in contatto telefonico con alcuni dirigenti che erano a Genova, rispose al pm: “Lei dovrebbe informarsi su come funziona la polizia”. E dire che Manganelli, all’inizio, era stato il primo a prendere le distanze dall’operazione…   Il libro ha avuto un’accoglienza gelida negli ambienti della polizia che sono direttamente o indirettamente coinvolti, anche se alcuni in privato lo definiscono “equilibrato” ed è il miglior complimento che mi possano fare. Tra i miei amici della sinistra più o meno estrema molti mi hanno detto che “sembra scritto con il freno a mano tirato” ed è l’altra faccia della stessa medaglia. Non avevo e non ho intenzione di infierire, sono abituato a fidarmi della polizia e considero tuttora incredibile che poliziotti di quel livello possano essere rimasti impigliati in una vicenda del genere, però non ci devono raccontare che il processo è il risultato di un teorema senza fondamento. Dovrebbero solo chiedere scusa per aver calpestato i diritti altrui e macchiato la divisa che indossano, anche a prescindere dalle responsabilità penali che sono sempre personali e devono essere provate al di là di ogni dubbio, con tutte le garanzie. Che si tratti di poliziotti, di presunti estremisti o di presunti spacciatori tunisini.

Cosa accadde esattamente la notte del 21 luglio 2001 alla scuola Diaz di Genova e successivamente alla caserma Bolzaneto, i fatti definiti da Amnesty International come «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale»?

La Diaz e Bolzaneto furono il risultato delle scelte politiche e operative che portarono a trattare i manifestanti no global del 2001 come “nemici” e l’evento G8 come un appuntamento militare. Alla Diaz ci fu un massacro ingiustificato e l’arresto di 93 persone in base a prove e ad affermazioni false: dalle molotov portate nella scuola da un vicequestore aggiunto alle grottesche accuse di resistenza formulate nei riguardi degli arrestati. A Bolzaneto ci furono abusi e vere e proprie sevizie su oltre 200 manifestanti arrestati e fermati, compresi alcuni della Diaz; comportamenti che nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sono qualificati come “trattamenti inumani e degradanti” se non come “tortura”, ma per il nostro codice penale sono poca cosa e infatti è quasi tutto prescritto. Ora, però, se nella caserma di Bolzaneto operarono soprattutto poliziotti, carabinieri, agenti e medici penitenziari di medio-basso livello, alla Diaz c’erano uomini di vertice, uomini di assoluta fiducia dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro, alcuni con un curriculum antimafia di tutto rispetto e con solide relazioni anche nei partiti di sinistra e di centrosinistra presenti nelle piazze di Genova. Il discorso delle singole “mele marce” non sta in piedi neppure per Bolzaneto perché le sevizie furono possibili grazie alle misure eccezionali adottate per il G8, a partire dal blocco dei colloqui tra avvocati e arrestati disposto dalla Procura della Repubblica, ma per la Diaz non è neanche concepibile visto il livello dei dirigenti coinvolti.
Bisogna riconoscere che tutto nacque dalla decisione di trattare le manifestazioni no global di allora come un appuntamento militare, perché da Seattle in poi i vertici internazionali erano stati seriamente turbati dalle contestazioni. Quella decisione fu del governo Amato, di centrosinistra e in carica fino al 10 giugno 2001. Poi arrivò Berlusconi e ribadì: “I manifestanti non devono avvicinarsi al vertice”. Di lì la zona rossa e tutto il resto. Fino alla sera del 21 luglio, quando a manifestazioni concluse mandarono in giro i pattuglioni nel tentativo di intercettare i responsabili degli scontri. Fu una completa inversione di tendenza rispetto alla gestione negoziata della piazza che per vent’anni aveva evitato tragedie che invece, in precedenza, erano piuttosto frequenti. Il 23enne Carlo Giuliani è stato il primo morto in piazza dalla fine degli anni 70. Dalla Liberazione agli anni 70, però, ce n’erano stati circa 150.

Il processo per i fatti della Diaz ha portato alla condanna di 27 degli agenti che fecero irruzione alla Diaz, molti dei quali di grado elevato, per lesioni, falso, calunnie,  per un totale di oltre 98 anni di reclusione, ma nessuno di loro è in carcere. Molti, anzi, sono stati promossi o assegnati a incarichi di massima responsabilità. La Cassazione infine deve ancora pronunciarsi sulle sentenze in via definitiva, come vedi la situazione?

L’esito del processo in Cassazione ha la sua importanza: se le condanne saranno confermate scatterà per molti imputati l’interdizione temporanea dai pubblici uffici. Anche il capo della polizia, dopo averli difesi a spada tratta, dovrebbe dimettersi. Ma anche se li assolvono tutti, i fatti restano. Nessuno dei superpoliziotti presenti, entrati nella scuola pochi minuti dopo l’inizio dell’irruzione, si rese conto che il pestaggio era ingiustificato? Strano, perché intorno a loro c’era gente massacrata, comprese molte donne, e nella palestra al pian terreno c’erano sacchi a pelo insanguinati dal lato della testa, una prova certa del fatto che alcuni erano stati aggrediti nel sonno o comunque mentre erano sdraiati a terra. Altro che resistenza! In quindici hanno scritto o firmato che le due molotov erano nelle vicinanze della porta d’ingresso ma nessuno ha saputo spiegare da dove provenisse quell’informazione fasulla. Tutti dicono di aver creduto alla storia della coltellata ricevuta da un agente ma nessuno ha provato a identificare l’accoltellatore, che pure doveva essere lì, tra i 93 arrestati. Mark Covell subisce ben tre ondate di pestaggi in mezzo alla strada, lo provano anche alcune riprese filmate, e nessuno lo soccorre finché non arrivano i carabinieri, anzi poi lo arrestano mettendo a verbale che era all’interno della scuola. Se la Cassazione dirà che le prove non bastano, ne prenderemo atto. Per ora bisogna prendere atto di un’altra cosa: nessuno è stato sospeso dal servizio come invece succede a poliziotti inquisiti per fatterelli di rilievo ben minore. Rimangono in servizio o vengono promossi, checché ne dica Manganelli, anche dopo le condanne definitive: è il caso del funzionario Alessandro Perugini mostrato dalle tv di tutto il mondo mentre tira un calcio un ragazzino di sedici anni, condannato in via definitiva a un anno per l’arresto illegale di quel ragazzino e di altri manifestanti. Un procedimento disciplinare a suo carico è finito con una multa di cinque trentesimi dello stipendio di un mese. E’ un problema serio se la polizia ignora le condanne anche definitive.

I giudici che hanno condotto l’inchiesta e rappresentato l’accusa hanno lavorato in completa solitudine, mentre la Polizia ha difeso ad oltranza i propri uomini, autori di reati, a parte qualche rara eccezione, secondo te perché questo atteggiamento di omertà ha prevalso sulla collaborazione e la voglia di cercare la verità?

Temo, a questo punto, che la verità non la possano dire. Infatti nessuno ha pensato di promuovere Michelangelo Fournier, il funzionario che parlò di macelleria messicana e dichiarò sia pure tardivamente di aver interrotto il pestaggio di una ragazza tedesca ridotta in fin di vita. Ma invece hanno promosso questore il suo capo di allora, Vincenzo Canterini, che dopo la Diaz fece due diverse relazioni di servizio a distanza di pochi giorni una dall’altra, dicendo nella prima che c’era stata resistenza e nella seconda che non aveva visto niente. Io non credo che il massacro fosse premeditato, credo che i dirigenti ne abbiano di fatto creato le condizioni e poi l’abbiano coperto, presi com’erano dall’esigenza di riequilibrare i conti con arresti significativi, che infatti furono rivendicati con orgoglio da Berlusconi, la mattina dopo, al tavolo degli otto “grandi”. Penso che lo spirito di corpo e la paura di ritorsioni all’interno del corpo abbiano vinto su qualsiasi altra esigenza. I dirigenti di grado più elevato sostengono che il pm avrebbe dovuto far arrestare Pietro Troiani, il vicequestore aggiunto che materialmente fece portare le molotov nella scuola, torchiarlo per benino e farsi dire chi gli aveva ordinato di agire in quel modo. Io credo invece che se avessero potuto e voluto torchiarlo, se insomma Troiani fosse stato depositario di una verità tale da scagionare colleghi e superiori, l’avrebbero sospeso dal servizio. Naturalmente non posso sapere chi abbia ordinato a Troiani di portare le molotov, ammesso che non abbia agito di sua iniziativa, ma sta di fatto che nel verbale scrissero cose false su quelle molotov. Le firmò anche chi aveva ricevuto le molotov da Troiani, proveniente dall’esterno, nel cortile della scuola. E non ebbero nulla da ridire i dirigenti che non firmarono ma avevano confabulato tra loro, sempre nel cortile, con il sacchetto delle molotov in mano. Se non sono colpevoli si comportarono come pessimi poliziotti, a dispetto della loro storia che li dipinge come professionisti di grande qualità.

A dieci anni di distanza dal G8 di Genova, dalla morte di Carlo Giuliani e dalla “macelleria messicana” avvenuta alla scuola Diaz, quale insegnamento possiamo trarre da quelle vicende?

Il triste insegnamento è che una parte cospicua delle nostre forze dell’ordine è disponibile a soluzioni autoritarie di problemi politici e sociali che sono assolutamente inevitabili in un Paese democratico a capitalismo avanzato. Che ci sono interi reparti pronti a scagliarsi sul “nemico” anche se il nemico è una ragazza di 20 anni che pesa si e no 50 chili, agenti pronti a esultare “uno a zero per noi” per la morte di Carlo Giuliani, a celebrare il G8 con la scritta “io c’ero” appositamente stampate sulle magliette. Alla politica di centrodestra e di centrosinistra, salvo eccezioni, va bene così, altrimenti De Gennaro sarebbe andato a casa e non a dirigere i servizi segreti. E solo una parte non altrettanto cospicua della magistratura inquirente è pronta ad andare fino in fondo nei confronti dei vertici delle forze dell’ordine. Senza le inchieste dei pm di Genova non sapremmo quasi nulla e ancora sappiamo poco di quello che avvenne nelle strade: chi ordinò la carica illegittima di via Tolemaide, che cambiò la giornata del 20 luglio 2001 provocando gli scontri in cui fu ucciso Giuliani? Davvero fu l’iniziativa di un capitano dei carabinieri? E’ la domanda principale tra quelle che non hanno ancora risposta. Ma d’altro canto l’Italia è il Paese delle stragi impunite e dei servizi cosiddetti “deviati”…

Raffaele Morani

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