Eugenio Montale, il nichilista

L’articolo che segue sarà pubblicato domani, 9 settembre, sul settimanale Gli Altri.

La redazione

MONTALE
30 ANNI DOPO

«Vivere? I nostri servi lo faranno per noi», scriveva all’incirca intorno a metà Ottocento il poeta maledetto Villiers de L’Isle Adam.  Lasciando intendere che l’arte, la poesia dovessero assorbire per intero colui che vi si dà. Bisognerà aspettare la madre di tutte le avanguardie, il Futurismo e Filippo Tommaso Marinetti per la prima teorizzazione sistematica e per una pratica sul campo che saldassero la frattura fra arte e vita. Eugenio Montale, di cui quest’anno, il dodici settembre, si celebra il trentennale della morte, incerto fra i due estremi, da uomo moderato qual era, si collocò nel mezzo. Vivere? Si fa quel che si può: qualche viaggio, qualche lavoretto di redazione (al Mondo, al Corriere della Sera), qualche amore (pochissimi, per la verità: appena due o tre quelli certificati) poca politica e con riluttanza, ancor meno impegno civile. Scrivere? Quel tanto da riempire il mezzo scaffale scarso di una libreria domestica. Epperò, quel suo disincanto dalla vita (e dalla politica) lo premiò con il seggio senatoriale. E quella manciata di volumi ne fecero, nel 1975, un Premio Nobel per la letteratura. Entrambi meritati. Non male, direi.

Ad onta di quella opzione, reiterata nell’arco di tutta la sua produzione poetico-letteraria, per il correlativo oggettivo (ovvero il lasciar trasalire dagli oggetti concreti il pensiero soggettivo che si intende esprimere) che mutuò da Eliot, la poesia di Montale è di impronta fortemente speculativa. Fu buon discepolo del convincimento heideggeriano secondo il quale attraverso l’elaborazione del dicibile il poeta fa prorompere l’indicibile. Indicibile (Montale dirà: «impronunciabile») che, però, con giusto calibro delle possibilità umane, e fin dagli Ossi di Seppia (1925), dichiarerà poter nominare solo per negazione: «Non domandarci la formula che mondi possa aprirti… // Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Fu, la sua, un’indagine serrata sulla impossibilità di aderire, di appartenere, di riconoscersi fino in fondo in qualcosa di diverso che non fosse – diremo con Gadda – «la cognizione del dolore» che accompagna l’uomo dall’ovulo al loculo. Un nichilista, in fondo, che si dispone ad accettare il non-senso della vita con l’unico rimedio del continuare ad interrogarla e ad interrogarsi, perfino nella totale sfiducia che una risposta alla fine possa arrivare. Un nichilista, quindi, forse ancora più radicale di Nietzsche e del suo “eterno ritorno”: «C’è chi dice che tutto ricomincia / eguale come copia ma non lo credo/ neppure come augurio. L’hai creduto / anche tu? Non esiste a Cuma una sibilla / che lo sappia. E se fosse nessuno / sarebbe così sciocco da darle ascolto».

Da questa sua radicata condizione di fiducia nella sfiducia, assisterà ai moti di passione e ai mutamenti sociali della sua epoca senza lasciarsi né contaminare né coinvolgere. Non ci riuscì il fascismo (fu tra i pochi a rimetterci il posto di lavoro per aver rifiutato l’iscrizione al Pnf) né la democrazia post-bellica (nonostante una momentanea concessione ideale al Partito d’azione) né, tanto ma tanto meno, il furore del 68. E meno che mai subì il fascino del Partito comunista, al quale tanta  intellighenzia italica (quasi tutta) si diede con abbandono. Niente da fare. E a chi lo accusò di essere, in realtà, un uomo in fuga dalla storia, un qualunquista in via definitiva, oppose la sua autodafé  nei Diari ’71 – ‘72:  «Non s’è trattato mai d’una mia fuga, Malvolio, / e neanche di un mio flair / che annusi il peggio a mille miglia. Questa è una virtù / che tu possiedi e non t’invidio anche / perché non potrei trarne vantaggio. / No, / non si trattò mai d’una fuga / ma solo di un rispettabile prendere le distanze». Dove “Malvolio” è proprio il campione dei poeti impegnati: quel Pier Paolo Pasolini che aveva stroncato la sua ultima raccolta di poesie Satura (1971)  per l’assenza di ogni riferimento ai conflitti sociali e civili di quegli anni. Non era un’accusa giusta: non lo era, se non altro, per il fatto che con lo stesso metro si dovrebbe buttare nel cesso tanta altra roba di ottima letteratura. E dire che, contenuti a parte, i quali non possono mai essere criterio di valutazione di qualsiasi forma d’arte, proprio con Satura Montale realizza un clamoroso passaggio stilistico: dal linguaggio aulico della poetica ermetica a quello discorsivo (pur senza concessioni al dialettale) che avrebbe potuto incontrare il gusto del friulano-bolognese. Ma tant’è: a volte l’ideologia acceca anche i critici migliori tra i quali, sicuramente, Pasolini va contato.

Le meditazioni finali di Montale serreranno sull’essenza stessa della morte e, anche qui, non darà scampo né alla fede né alla speranza. Non almeno a quelle grandi che insegnano le confessioni religiose. Il suo approccio alla Grande Signora, che accarezzò al decesso della moglie, Drusilla Tanzi, nel 1963, avrà ancora una volta il passo dell’uomo che si avvicina all’incognito nella misura della propria sensibilità terrena: «Avevamo studiato per l’aldilà / un fischio, un segno di riconoscimento. / Mi provo a modularlo nella speranza / che tutti siamo già morti senza saperlo». Un “fischio” per consolazione, non una preghiera. Capito?

miro renzaglia

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