Erdogan spaventa gli Usa. Mammaliturchi

L’articolo che segue è stato pubblicato venerdì scorso, 23 settembre, sul settimanale Gli Altri. E’ qui ripreso per gentile disponibilità dell’Autore e della Direzione.

La redazione

MAMMALITURCHI
Erdogan il “palestinese” spaventa gli Usa

Omar Camiletti

Non ci si stancherà mai di ripetere quanto l’immaginario sia divenuto un fattore determinante a livello mondiale della politica e dell’economia. Cosa intendere per immaginario? Si era avuto per tutto il Novecento l’impressione che il “mainstream” dell’intero pianeta fosse stato egemonizzato dalla visione dell’Ovest: dall’intrattenimento e dalla cultura fino alle teorie dell’organizzazione sociale; in sostanza la cosiddetta “americanizzazione” del mondo presiedeva saldamente ai destini dell’umanità. Ad essa si era opposto dopo la seconda guerra mondiale il comunismo, l’Est: come sia andata a finire lo sappiamo ormai tutti.

Tuttavia non si è verificata alcuna “fine della storia” mentre nel breve giro degli ultimi dieci anni si è dovuto prendere atto che molte scenari consueti sono cambiati, lo spirito dei tempi non è più sinonimo condivisione dei valori. Ad esempio, l’affermazione della Cina e dell’India – fino a pochi anni fa classificati come terzo mondo – non significa solo la costruzione di grattacieli a Shangai o Mumbay, o il funzionamento di autostrade e ferrovie iperveloci, ma vuol dire il ridisegnamento dell’approvvigionamento delle fonti di energia, le famigerate pipeline. Saremmo forse costretti a dare ragione ad Huntington?

La primavera araba come (nome con cui sono state accomunate le rivolte contro i regimi di Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto nello scorso gennaio) è stata salutata come quel sempre atteso ingresso degli “arabi”nella modernità; dopo aver discusso per anni quanto dignità, libertà-democrazia e un benessere economico fondato sulla massima quantità possibile di giustizia sociale fossero intrinsecamente estranei alla mentalità dei musulmani, sembrava, stando ai media europei, che i giovani di Piazza Tahrir non avessero – finalmente – nulla a che vedere con l’Islam, niente veli e niente barbe. In seguito, negli ultimi mesi, al contrario si sono moltiplicati gli allarmi sull’esito delle prossime elezioni.

Non è difficile constatare come questa estate abbiano preso corpo due narrazioni nelle rive del Mediterraneo: da una parte la riva settentrionale colpita dalle schegge di un suo immaginario frantumatosi, la lentissima evoluzione politica del Vecchio Continente fondata sull’euro, l’ottimismo di un risolutivo liberismo economico e la potenza di fuoco spazza-Gheddafi sono tutte eventualità andate a farsi friggere e non solo per greci “scansafatiche”, indignados e piraten berlinesi: l’impresa di Libia dura molto di più di pochi giorni, lo strapotere bancario rende tutti debitori e gli ultraricchi evadono alla grande.

Nelle sponde sud del Mediterraneo in attesa delle elezioni della Tunisia (23 ottobre) e dell’Egitto, è invece apparso (anzi per meglio dire è riapparso) l’“ottomanesimo”: le lancette della storia sembrano essersi rimesse indietro di qualche secolo. Incubo per qualcuno attardatosi alla fermata Lepanto; per molti arabi sia in Europa che nei paesi d’origine invece il sogno di un mercato comune sul modello che fu europeo fra Egitto, Libia, Tunisia e Turchia popola il nuovo immaginario arabo galvanizzato dalla visita di Erdogan, come ha spiegato a Liberazione la scorsa settimana Mahdi Abdul Hadi direttore del “Palestinian academy society for study of international affairs”. I nuovi stati arabi studiano il modello di laicità turca, un Islam che non vuol imporsi a forza e che è già intessuto di realtà abbastanza ignorate dai media come la solidarietà che i tunisini hanno offerto ai trecentomila profughi della Libia, aprendo loro le porte delle scuole, delle seconde case di chi era in Europa.

Del resto la stessa biografia di Erdogan fa fatica a sfuggire ai canoni di “mito”: il leader del partito per la Giustizia e il Progresso, con i suoi quattro mesi di prigione comminatigli dieci anni fa, con la sua risposta per le rime a Simon Peres a Davos e con la priorità che dà alla condizione dei palestinesi è una figura che riverbera agli occhi dei musulmani di tutto il mondo un diverso stile della politica dei musulmani fatto di fierezza e di misericordia. Un politico indomito che finalmente ha il coraggio di dire che il conflitto israelo-palestinese è assimilabile alle guerre indiane del far west americano in cui non si voleva mai arrivare ad una vera pace. Nella “pretesa” di scuse da parte d’Israele per i cittadini turchi della “Freedom Flotilla” rimasti uccisi dalle teste di cuoio o con l’avvertimento che alla solidarietà con i palestinesi non rinuncerà anche a costo di far scortare da navi militari le imbarcazioni turche che cercheranno di approdare a Gaza. Gli stessi quotidiani israeliani in questi giorni hanno tentato di ironizzare sull’amicizia arabo-turca ricordando l’oppressione ottomana durata quattro secoli, ma evidentemente gli umori dell’epoca di Lawrence d’Arabia sono svaniti.

Ritorno ad Huntington, si diceva. Intanto negli Usa la saggistica più venduta è – sulla scia di un favore crescente dei cosiddetti “tea party” – è rappresentata da libri come Dopo l’America. State pronti per l’Armageddon di Mark Steyn, Il sapere segreto. Sullo smantellamento della cultura americana di David Mamet (pubblicato questa estate a puntate su Il Giornale), I demoni: come i liberali stanno mettendo in pericolo l’America di Ann Coulter, per non parlare di Stop all’islamizzazione dell’America. Guida pratica di resistenza di Pamela Geller.

Altro che mammaliturchi!

 

 

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