Da Ernst Jünger a Via del Plebiscito

Quando si leggono i grandi del pensiero e della letteratura, si rimane stupiti della loro attualità. Per questo si sprecano patenti di preveggenza, quando sarebbe più opportuno parlare di un’estasi mistica, che indaga il senso e il significato della Vita e del Cosmo e si traduce in linguaggio politico volto all’azione quotidiana. E’ per questo che ancora oggi troviamo stimoli alla riflessione in pensatori e artisti vissuti cento, mille, duemila e finanche tremila anni fa.

Recentemente chi scrive ha sentito il bisogno di rileggere per l’ennesima volta il Trattato del Ribelle di Ernst Jünger [nella foto] e già dalle prime righe sono giunti inaspettati inviti all’indagine sulle cose quotidiane della nostra infelice politica.

Già nel primo paragrafo il pensatore tedesco scrive: «Parliamo spesso di questioni, come hanno fatto i nostri padri e i nostri nonni prima di noi. Ma da allora si è come profondamente modificato ciò che in questo particolare senso chiamiamo questione. Ne siamo sufficientemente consapevoli?».

E poco più oltre, nel secondo paragrafo: «Quando ci interpellano con le loro domande, non cercano il nostro contributo alla verità oggettiva né, tanto meno, alla soluzione di questo o quel problema particolare. Ciò che gli importa non è la nostra soluzione, bensì la nostra risposta. La differenza è importante».

E’ ciò che oggi viviamo quotidianamente: siamo tutti berlusconiani. Non importa essere pro o contro, siamo tutti coinvolti da lui. In Italia le uniche opposizioni che hanno fatto tremare il monarca di Arcore non sono state quelle parlamentari, ma quelle interne al suo stesso partito: Maroni, Formigoni, Alemanno, Polverini, Pisanu e soprattutto Tremonti, i quali hanno posto questioni politiche più o meno condivisibili, ma gravemente critiche, e quindi separatrici, a quelle di Berlusconi .

Le opposizioni parlamentari si limitano all’attacco della persona, legittimando il potere del presidente del consiglio perchè creano fazioni a favore o contro di lui, in ogni caso riguardanti la sua figura politica. Ogni giorno i vari Bersani, Fini, Di Pietro urlano le dimissioni del premier. A loro rispondono le prime linee del PDL, inscenando spettacoli simili a quelli dei cani che, sbavando, si abbaiano contro attraverso una cancellata.

Tutto questo comporta una subdola forma di democrazia plebiscitaria nella quale il gioco delle parti fra pro e contro Berlusconi decreta la fine della politica a favore del totalitarismo statistico nel quale «ciò che gli importa non è la nostra soluzione, bensì la nostra risposta».

La differenza è importante. Sei pro o contro Berlusconi. La risposta corretta è: non sono. Non partecipo al plebiscito: me ne frego! Bisogna tornare a pensare al Politico e smetterla di legittimare un potere che si maschera e ci inganna, mostrandoci il dito per nascondere la luna.

Tanto per chiarire le posizioni. Nella Finanziaria è stato inserito una norma per adeguare i contratti collettivi nazionali all’accordo cosiddetto “Mirafiori”, che permette una maggiore libertà di licenziamento a fronte di un ampliamento delle trattative di secondo livello, quelle che si svolgono non a livello nazionale, ma aziendale. La questione non è se siamo a favore o contro l’articolo 8. Noi siamo per la partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili delle imprese. C’è una bella differenza!

Tempo fa il ministro Sacconi aveva aperto uno spiraglio di riforma in questa direzione. Ovviamente non è stato fatto più nulla. Sarebbe stata una rivoluzione! Chiudiamo con un altro passo tratto dal secondo paragrafo del Trattato del Ribelle: «L’antica sicurezza è scomparsa e il pensiero deve tenerne conto. Le domande incalzano sempre più da vicino, si fanno sempre più assillanti e sempre più importante diventa il modo in cui noi rispondiamo».

Noi ne siamo consapevoli?

Alessandro Cappelletti

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