Blondie. Panic of Girls

Esagera parecchio, chi afferma che Debbie Harry non sembra quasi invecchiata, oggi che ha ormai 66 anni e che ne sono trascorsi più di trenta dall’exploit “punk pop” della sua band, i Blondie. Quelli di Heart of Glass, di Tide is High, di Call me.

Benché sia vero che il suo aspetto, a cominciare dal viso, appare straordinariamente giovanile – specie nella distanza rassicurante del palco o nella situazione programmata delle uscite pubbliche in cui qualunque dettaglio può essere messo a punto in anticipo e, comunque, a partire da un ampio e insistito ricorso alla chirurgia estetica, peraltro ammesso senza alcun imbarazzo – si tratta solo di un’impressione che non regge a un esame più attento. Com’è naturale, e inevitabile, quella che è stata definita “la più bella cantante rock di tutti i tempi” e la “Marylin [Monroe] della sua generazione” è solo un pallido riflesso dello splendore che fu. E il contrasto tra il prima e il dopo rimane stridente, per quanto sia lo stesso che si può notare in altre grandi star del passato che avevano avuto nel loro prorompente sex appeal un tratto distintivo, e decisivo, della loro affermazione, vedi ad esempio Mick Jagger.

I Blondie si formarono a New York, intorno alla metà degli anni Settanta. Un periodo in cui il rock aveva esaurito la sua prima “era”, che a essere generosi si può definire quella dell’innocenza, e inseguiva una nuova partenza. Non era solo un fatto generazionale, nel senso anagrafico del termine. Era un bisogno di disallineamento rispetto a ciò che era già stato fatto, e portato al successo, e troppo spesso mercificato. Era una pulsazione diversa, più febbrile che vitale. Un’ambizione differente, nel segno di una ritrovata integrità.

New York era un crogiuolo. Quello da cui emergeranno, tra gli altri, i Television di Tom Verlaine, i Talking Heads di David Byrne, gli stessi Blondie di Debbie Harry e, forse innanzitutto, Patti Smith. Una realtà in divenire che si proiettava nel futuro col gusto della ricerca, prima ancora che della scoperta, dando così per scontato che la cosa davvero interessante fosse sperimentare. Patti Smith e Debbie Harry erano quasi agli antipodi, eppure accomunate da aspetti convergenti. Patti era nata il 30 dicembre 1946. Debbie il primo luglio dell’anno precedente, il 1945. Significava che erano entrambe intorno alla trentina, all’epoca della loro ascesa nel mondo della musica. Non si trattava affatto di due predestinate, di cui è chiaro fin dall’inizio che arriveranno in cima o che, quantomeno, faranno un bel po’ di strada. Entrambe, inoltre, scontavano a priori una tacita legge del rock per cui le donne erano relegate a ruoli secondari, magari luccicanti ma con scarso peso sul piano decisionale. Come ha sottolineato Holly George-Warren, si trattava sostanzialmente di interpreti. Che rimanevano al servizio di gruppi dominati dai maschi e non arrivavano certo a essere le responsabili dell’intero progetto creativo. O anche soltanto le eroine assolute e insostituibili, senza le quali il copione va riscritto daccapo.

Il laboratorio newyorkese smentì l’assunto. Patti Smith si impose col proprio nome. Debbie Harry col proprio marchio: Blondie. Anche se in realtà era solo una “finta bionda”, e da coniglietta di Playboy avesse ancora i capelli scuri, il nuovo look diventò un elemento definitivo e irrinunciabile. Che la ha accompagnata per sempre, anche dopo lo scioglimento della band, già nel 1983, e a maggior ragione dopo la sua ricostituzione nel 1997. L’identificazione era totale. La star era lei e solo lei. Il suo viso era l’unico che si ricordasse, con buona pace di Chris Stein e degli altri. I quali potevano anche essere ritratti al suo fianco, sulle copertine dei dischi e (un po’ meno) su quelle delle riviste, ma che apparivano dei semplici comprimari. Alla stregua dei boys di un corpo di ballo, al di là dei meriti effettivi.

Altre menerebbero gran vanto, di un passato che non solo è stato brillante ma che è servito, sia pure involontariamente, a spianare la strada ad altre artiste. Lei si mostra cauta, se non addirittura scettica. Rispondendo a Caroline Sullivan, la giornalista del Guardian che l’ha intervistata nel maggio scorso e che le chiedeva come ci si sentisse a essere un’icona, ha replicato saggiamente che «la parola “iconico” si usa troppo di frequente», precisando di non ritenersi abbastanza famosa per meritarsi l’appellativo. Tutt’al più, ha concesso, «sono una specie di figura di culto». Sottinteso: un culto non troppo vasto, non troppo recente, non troppo duraturo. Una celebrità che tende fatalmente, e con una certa, sostanziale rapidità, ad affievolirsi col trascorrere degli anni, fino a svanire con la morte dei diretti interessati. La “Marylin Monroe della sua generazione” lascerà il campo a una nuova Marylin. Non a una nuova Blondie.

Analogamente, il ritorno in attività della band, di cui sta per essere pubblicato anche in Italia il recentissimo Panic of Girls, non ha più nessuna probabilità di rinverdire i fasti di Parallel Lines. Gli stessi ingredienti che allora si amalgamarono in un cocktail inebriante, anche se destinato a bevitori di poche pretese, hanno completamente perso il fascino della sorpresa. Trent’anni fa la miscela di generi diversi risultò un’operazione attraente: il punk che incontrava il pop e che prometteva una via al divertimento che non fosse quella, prefabbricata e in fondo cinica, dell’industria dello spettacolo.

Oggi, invece, è una poliedricità che restituisce più che altro un’idea di confusione e di incertezza, privando i nuovi album di quel pregio essenziale che è uno stile nitido e inconfondibile. I Blondie del Duemila potranno anche trovare qualche singolo hit, come avvenne nel 1999 con Maria, ma non torneranno affatto a essere dei veri protagonisti. Perché le circostanze sono del tutto diverse. Perché gli anni non giocano più a loro favore. Perché il tempo non lo fermi né con un lifting né con una manciata di canzoni talvolta migliori e talvolta peggiori, ma senza più nulla di insolito, di stuzzicante, di memorabile.

Federico Zamboni

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