Autostrada Italia. Voglio uscire…

Che io sia maledetto se per andare a Milano prendo ancora la macchina. Ma chi me l’ha fatto fare di barattare uno squallido volo da travet con una transumanza sull’Autostrada del Sole. Cerco di consolarmi dicendomi che sono stato costretto all’uso della macchina da una lunga tappa in un laboratorio di Prato.

A questo pensavo venerdì scorso dopo che sono rimasto nell’usuale ingorgo appenninico che alle porte di Firenze diventa una vera e propria Babele di lamiere surriscaldate e motori arrosto.

La famosa A1 che raccontava col suo numero un duplice orgoglio: essere la prima autostrada del territorio nazionale ed anche la migliore del continente, sembra piuttosto al primo posto delle trappole infernali.

Ma l’intoppo, da cui mi sono districato dopo due ore di sosta forzata, mi ha permesso, nella rabbia montante, di osservare quello che non mi capitava di vedere da un po’ e allora ho capito che l’autostrada del Sole, la mitica A1, non è un nastro d’asfalto che collega il paese da Nord a Sud ma è la metafora stradale di un’Italia ormai alla frutta.

Il moderno Tutor che ti segue, ormai come l’occhio del Grande Fratello, e che, con dei minacciosi display dislocati sul percorso, ti avverte di essere attivo, viene costantemente sbeffeggiato da auto di grande cilindrata che se ne infischiano della ipotetica sanzione se superano i 130 km all’ora, sembra la traslitterazione automobilistica delle nuove sanzioni penali contro gli evasori che rischiano la galera se sforano i 3 milioni di euro nascosti al Fisco.

Ne posso stare certo: aumentano le pene formali e diminuiscono i controlli sostanziali. Il comportamento truffaldino dell’automobilista evasore è lo specchio fedele di quello che succede con le tasse.

Pura e semplice facciata per sedare le ansie forcaiole dei moralisti e per creare una zona ancor più opaca per delinquere.

I Tir che, in una processione senza fine s’inerpicano per le strette curve che salgono a Roncobilaccio e che ne discendono, in un’accelerazione continua utile a smorzare le frustrazioni dei camionisti e intasano tutte le corsie permettendo una media oraria non superiore ai 60 km all’ora, sono il risultato di una politica industriale assoggettata alle esigenze ed al volere della Fiat, unica vera realtà industriale parassita che ha piegato i governi alla sua volontà di potenza. Non esiste altro paese al mondo che dissennatamente trasporta le sue merci su gomma (se non per le tratte brevi), preferendo la rotaia o le navi.

I lavori mai completati, che punteggiano come pietre miliari, ma che assomigliano tanto a pietre tombali, sono il risultato delle continue promesse della politica che, annunciando sfracelli, come la famosa variante di valico che assomiglia tanto alla presunta volontà di abolire le province, sono costantemente rimandate o vanno a rilento a bella posta, incastrate da una serie di veti incrociati e interessi soggiacenti che nulla hanno a che fare con il cosiddetto bene comune.

Il pedaggio costosissimo vista la situazione è equivalente al crescere delle tasse a fronte di servizi sempre più scadenti.

Gli Autogrill in cui, in effluvi irreali di aria condizionata, si vendono merci inutili, cibi plastificati, omologati nel sapore (equivalente a zero), sono il riflesso del prevalere dell’apparire patinato sull’essere sostanziale. Come è testimoniato dagli unici servizi utili al ristoro dell’automobilista: i cessi che sono quasi sempre maleodoranti e sporchi. Possono essere equiparati ai tanti centri commerciali che hanno invaso il paese e alle Camere dei Deputati, tutte legni pregiati, broccati, arazzi, dipinti ma in cui si moltiplicano le bassezze che sanno di marcio, commesse nei gabinetti (che somigliano tanto nel nome ai cessi di cui prima) delle tante inani Commissioni.

Il tappo fiorentino che, terminata la terza corsia che fiancheggia Firenze tutti dicono risolverà il problema (ma la mia esperienza di venerdì scorso mi dice il contrario), è una metaforica divisione tra l’Italia del Nord e quella del Sud, che rimanda direttamente ai folli desideri dei secessionisti padani che, frustrati finora nelle loro richieste, sono sicuro gioiscono della cosa.

La A1 tutta è una metafora del nostro paese ai saldi di fine stagione.

Un tempo opera all’avanguardia, ma stiamo parlando degli anni sessanta, era vista come una realizzazione moderna, che ci poneva per estro e capacità ingegneristica alla testa del continente, esempio unico di come si costruisce in un territorio difficile e accidentato come quello patrio.

Oggi è diventato un rottame obsoleto, maledetto da tutti e rimane un sogno tramontato, insieme agli altri sogni non più irrorati che hanno trasformato la nave Italia in una carretta del mare alla deriva, un colabrodo che viene costantemente impecettato da toppe per non farlo affondare definitivamente. Proprio come i mille lavori sull’A1 tentano di fare con la nostra prima autostrada.

Quello che rimane dell’A1 è il suo nome “Autostrada del Sole”, evocativo un tempo, oggi fonte di derisione e pregiudizio.

L’A1 è proprio, qualcuno alla fine ce lo rinfaccerà di nuovo, l’autostrada del sole, della pizza, del mandolino e della mafia, volto di catrame di quel volto posticcio che ci hanno appiccicato addosso.

Mario Grossi

 

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 18 settembre 2011

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