A.S. Roma. Nota del lunedì

E’ difficile prevedere quanto debba ancora aspettare il tifoso romanista perché la rivoluzione americana, dal forte sapore ispanico, prenda la forma definitiva. Per me non manca tanto ma nemmeno poco, almeno vista la Roma di Milano, con un De Rossi in grandissimo spolvero – erano almeno due anni che non giocava così – e con un centrocampo e una difesa che per almeno 80 minuti hanno dominato il campo. Il grande neo – in un gioco in cui devi comunque fare un gol più dell’avversario – rimane l’attacco, l’ultimo guizzo, gli ultimi sedici metri. Il collettivo sembra crescere ma a scapito dei solisti, con Totti che è tornato indietro di almeno 15 metri, con due ali statiche e impacciate – a parte Borini – e con una squadra che, arrivata vicino alla porta, s’infrange ogni volta contro un muro. Il gioco ci è insomma, manca il gol e mi perdoni il De Sanctis per averlo parafrasato in un contesto poco consono.

“E ti pare poco?” m’hanno fatto osservare. No, non mi sembra poco. Ma non vorrei che qualcuno pensi di non avere niente. Alla fine, la tanto contestatissima rivoluzione non mi sembra produrre risultati peggiori delle vecchie gestioni. Nessuna nostalgia del passato. L’anno scorso con Ranieri avevamo un punto, come oggi, e non c’era la minima traccia di gioco, la squadra si sgonfiava al quarantacinquesimo e sul groppone avevamo cinque gol. Totti veniva ugualmente trattato come un peso e si tirava avanti così, sperando che Adriano prima o poi decidesse di bere e mangiare di meno. L’anno ancora prima con Spalletti eravamo partiti anche peggio. Eppure, in tutti e due i casi, non ce n’era uno tra i tifosi a non credere nello scudetto. “Prima o poi ce ripijamo” non si faceva che ripetere, lasciando intendere che quando ci saremmo ripresi, non ci sarebbe stata “trippa pe’ gatti”. Eppure la squadra era la stessa da anni, a cui, a parte Borriello, sono stati aggiunti sempre innesti mediocri e pessimi (Adriano, Guberti ecc. ecc.) o di geni incompresi (Menez). Oggi la squadra è tutta nuova, lo schema tutto ancora da assimilare, eppure il tifoso romanista ha scoperto che vuol vincere a tutti i costi, cosa che dal 1927 ad oggi è successa poche, pochissime volte. Abbiamo fatto sconti a tutti, dirigenti e allenatori, tranne agli americani che sono arrivati da nemmeno un mese, almeno a livello ufficiale, e a Luis Enrique che la rosa per intero l’ha avuta a disposizione il 31 Agosto.

Ormai siamo appassionati alle formule: 4-3-3, 3-4-1-2, 2-1-4-1-2, 4-2-3-1. Sconcerti, che non è di Roma ma di Firenze e che la Roma non l’ha mai guardata con grandissima simpatia, per far vedere che lui è uno studiato, ha tirato fuori addirittura il vecchio ‘Metodo’, il WW. Ci manca solo qualcuno che se ne esce con la ‘piramide di Cambridge’ – il 2-3-5 che è appunto una piramide rovesciata – e siamo al completo. Non so con quale metodo giochi Luis Enrique e nemmeno mi interessa. Magari sarà un 4-3-3 anomalo, un 3-4-1-2 deviato e col finto centravanti, un 2-1-4-2 deforme o un 4-2-3-1 potenziato con la supercazzola. Faccio solo il tifoso, non lo so e nemmeno voglio saperlo.

So solo che questa settimana, volenti o nolenti, ci sarà in parte la prima verifica. Le squadre da affrontare non sono irresistibili – prima il Siena e poi il Parma – e urge fare i punti. Perché si sa, ogni rivoluzione deve saper unire gli ideali alle cose pratiche. Non un passo indietro, nemmeno per prendere la rincorsa, ma qualche vivanda è sempre meglio portarsela dietro. E’ importante sognare di diventare una squadra sfacciata come il Barcellona o apprezzare tutti insieme il sole che tramonta sui tetti, ma un tozzo di pane, trasformato in qualche puntarello tanto per muovere la classifica, non si rifiuta mai. A Milano abbiamo fatto il primo passo, con cui inizia ogni grande marcia. Adesso ci vuole una bella vittoria, giusto per prendere il ritmo.

Graziano Lanzidei

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