Squali. O del cannibalismo finanziario

Il cannibalismo è praticato dalle specie animali per lo più in momenti di estrema emergenza alimentare. Per l’uomo, ad esempio, ne allude Dante in maniera nemmeno tanto criptica nella Divina Commedia, quando narra del Conte Ugolino, rinchiuso in una cella insieme ai due figli e condannato a morir di fame, arresosi infine a fare del cadavere dei congiunti orrido pasto: «poscia più che il dolor poté il digiuno» (Inferno, XXXIII, 75). In genere, però, vale l’antico “cane non mangia cane”. Eppure, qualche eccezione all’aureo detto nel regno animale c’è. Fra queste, la più osservata e nota è quella dello squalo che pratica il cannibalismo sia in fase uterina (i piccoli squali hanno i denti già in fase prenatale per cui l’esemplare più forte fa spesso strage dei fratelli) sia in quella postnatale: per i più grandi, infatti, i più piccoli della loro specie risultano un pasto assai prelibato.

Ora – come si sa – il titolo di squalo in economia viene affibbiato spesso a quei gentili signori che si dedicano alla per loro piacevole pratica di fare soldi dai soldi, negli infiniti modi che il gioioso mondo del capitalismo finanziario mette a disposizione: dai giochetti al rialzo o al ribasso sui titoli di stato, alle speculazioni di borsa, al signoraggio e, giù giù, fino alla pratica usuraia, da cravattari vecchie maniere, delle banche che applicano un tasso sui prelievi da “scoperto” degno degli strozzini. Va da sé, perciò, che se metaforicamente a questa nobiltà della moneta sta appropriata la figura dello squalo, da qui ad appioppargli quello di cannibali il passo non è solo breve ma è anche consequenziale e logico. L’unica differenza notevole rispetto alla pratica del cannibalismo alimentare è che il loro non è condotto in condizioni di emergenza. Ovvero e per essere più chiari: la divorazione del proprio simile non è dettata da penuria delle risorse vitali ma dal desiderio di accumulo di ricchezza e di potenza economica. Divorano il più debole, insomma, non per sopravvivere ma per restare unici arbitri del gioco e, possibilmente, alla fine anche l’unico giocatore in campo. E anche quando stringono delle alleanze, lo fanno per mero calcolo strategico: una volta sbranata la vittima, statene certi, cercheranno di addentare la gola del complice.

Messa come l’ho messa finora, però, la cosa potrebbe anche apparire il passatempo, per quanto feroce e reale, di ricchi ed annoiati signori i quali, per distrarsi, si dànno ad una specie di guerra privata, senza effetti nella nostra vita di tutti i giorni, nei nostri stati, per le imprese produttive. Non è esattamente così. Anzi: non è assolutamente così. Aveva visto benissimo, già nel 2005, Fausto Bertinotti che in un’intervista a Il Sole 24ore, si esprimeva in tali termini: «Siamo davanti a una profonda crisi del capitalismo italiano, una crisi in cui si innesta il declino delle grandi famiglie che hanno costituito l’ossatura della borghesia industriale del Paese. E poiché questo avviene nel vuoto della politica, in particolare del Governo, si determinano processi di cannibalizzazione. Mancano progetti industriali di sviluppo intorno ai quali si possa riselezionare una nuova classe dirigente: così il capitalismo implode nella forma delle scalate, strumento tipico della cannibalizzazione […] Il cannibalismo, anche se fa muovere il sistema, è per forza regressivo, perché divora se stesso senza produrre sviluppo. Con le scalate cambia l’assetto proprietario, ma l’apparato economico resta fermo».

Punto chiave del pensiero di Bertinotti è la distinzione fondamentale fra capitalismo produttivo e capitalismo finanziario. C’è un capitalismo, il primo, che investe per lo sviluppo di impresa del lavoro e di conseguenza della nazione, e un capitalismo, il secondo: quello finanziario che non solo sottrae ricchezza e risorse all’altro ma, nel farlo, blocca ogni possibilità di sviluppo all’intera economia del Paese, producendo profitto solo per se stesso. Bertinotti indica nel meccanismo delle “scalate” lo strumento e la strategia di cannibalizzazione. Non è matematico. Vi è da dire che le scalate non sono il male assoluto perché, in genere, riguardano imprese, quotate in borsa, in difficoltà e se, quindi, a compiere una scalata sono, ad esempio, azionisti di minoranza che, collegandosi,  diventano maggioranza e assumono l’amministrazione della stessa al fine di risanarla (e a volte, anche se raramente, ci riescono pure) il dato sarebbe positivo. Il problema vero è che spesso le difficoltà dell’azienda vengono dalle speculazioni che i grandi finanzieri compiono scommettendo al rialzo o al ribasso sui titoli di borsa di quell’impresa. E non saranno mai o quasi mai questi ultimi ad entrare nel consiglio di amministrazione della società scalata. Al limite, avranno favorito qualche amico degli amici interessato all’acquisizione dell’azienda per accorparla ad altra che già possiede e fare “cartello”. O, come capita più spesso, per fallimentarla e dare maggiore spazio alla concorrenza di qualche altro amico degli amici. Al cannibale basta aver lucrato sulle quote delle azioni di borsa. E, in questo caso, torna ad aver ragione Bertinotti: dalle scalate di questo tipo (le più) il giro di miliardi messo in gioco, nel migliore dei casi,  non produce né nuove imprese né nuovi posti di lavoro; nel peggiore, invece, produce disoccupazione e regressione socioeconomica del Paese. Senza contare che a essere cannibalizzati saranno anche i piccoli risparmiatori che avevano investito sui titoli di società fallimentate, diventati carta straccia.

E quello che vale per le azioni delle imprese, vale anche per gli Stati. Lo abbiamo visto in Grecia e ne stiamo sperimentando i primi effetti anche noi, con l’ondata speculativa sui nostri buoni del tesoro, quelli che ci serve vendere trimestralmente per non far fermare del tutto la carretta Italia. Basterà che vada deserta un’asta o due e saremo appiedati. Per non farlo accadere, intanto, stiamo facendo esattamente come ha fatto la Grecia: alziamo gli interessi sui Bpt per continuare a renderli appetibili. Con quale rischio? Che chi li ha acquistati in montagne geometriche (si tenga presente che ad ogni asta italiana la richiesta è tripla rispetto all’offerta: e non è un bell’indizio) si presenti allo sportello e ne esiga l’incasso. La bolla speculativa esploderebbe e noi andiamo per stracci. Esattamente – lo ripeto – come la Grecia. Pensate che ciò non possa accadere? Io non ne sono così sicuro. E, del resto, sono le gioie del libero mercato dove il profitto è l’unica regola a dettar legge.

Purtroppo, segnali di recupero di un controllo politico dell’economia non arrivano. Anzi: arrivano segnali opposti. Proprio in questi giorni, ferve tanto impegno istituzionale intorno alla riforma dell’art.41 della nostra Costituzione, al fine di sostituire quel pernicioso terzo comma («La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali») con altra dicitura ben più appropriata ai tempi: tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge, è libero. In parole povere: di fronte agli sconquassi dell’economia, anziché ad un passo in avanti dello Stato si ricorre alla medicina omeopatica dell’ “ancora più indietro”. Non funzionerà, semplicemente perché non ha mai funzionato. Quando i sistemi finanziari entrano in crisi, come è accaduto nel 2008 con il crack dei mutui subprime negli Usa e a seguire in tutto il mondo, i cannibali (le banche soprattutto) smettono per un attimo le loro abitudini e si fingono amici dell’uomo (quindi degli Stati) e invocano quel soccorso che puntualmente ottengono. Dopodiché… bè, dopodiché, lo sapete come va a finire, no? I cannibali tornano ad essere quelli che sono, secondo perversa natura. E lo Stato? Vade retro, Satana…

miro renzaglia

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