Sangue romagnolo. I compagni del duce

L’articolo di Luciano Lanna che segue è stato pubblicato lunedì scorso, 22 agosto su Il Foglio. E’ qui postato per gentile disponibilità dell’autore.

La redazione

 

ROSSO DI ROMAGNA

Se qualcosa non funziona nella vulgata di quei “terzisti” che periodicamente si ambasciano per la presunta mancanza di reciproco “riconoscimento” tra le parti in lotta nella politica è, sostanzialmente, l’incapacità di un’analisi impostata alla luce dell’antropologia e dell’immaginario politico di lungo radicamento. Un approccio che è invece essenziale per afferrare la complessa ma reale relazione intercorrente tra eredi del fascismo ed eredi del socialismo (come anche del comunismo).

Un rapporto che ha conosciuto, dalla marcia su Roma delle camicie nere del 1922 fino alla guerra civile ’43-45, la più determinata e violenta contrapposizione ma anche significativi tentativi di dialogo, avvicinamento e attraversamenti di campo, sia nella stagione dell’entrismo che alla fine degli anni Trenta quando le nuove leve clandestine di giovani comunisti entrarono nelle organizzazioni e nei giornali del regime mussoliniano (per tentare di orientarne a sinistra l’azione di massa), sia dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando le porte del partito togliattiano furono aperte in modo dichiarato a migliaia e migliaia di ragazzi che nelle organizzazioni giovanili fasciste si erano formati e avevano militato.

Per non dire anche dei rapporti tra il fascismo repubblicano di Salò e personalità socialiste come il giornalista Carlo Silvestri o, nell’immediato dopoguerra, l’interlocuzione tra il direttore dell’Avanti! Ignazio Silone e il giornalista ex fascista Alberto Giovannini. Erano gli anni in cui Botteghe Oscure arrivò persino ad appoggiare e a finanziare una frangia dissidente di neofascisti e la loro rivista, Il Pensiero Nazionale diretto da Stanis Ruinas. Percorsi sotterranei incrociati che in realtà risalgono, a volerla dire proprio tutta, molto più indietro, addirittura ai primi anni Venti, quando la pianura padana era infiammata dalle lotte per i patti agrari e da altre grandi contese sindacali, guidate da un partito socialista dove emergevano giovani leader rivoluzionari come Pietro Nenni e Benito Mussolini, con i braccianti rossi e le loro leghe, da un lato, e, dall’altro, non solo gli agrari ma anche tanti coloni e mezzadri che troveranno, poi, nel ruralismo fascista, la matrice di una autoidentificazione sociale. «La canzonaccia degli anni dello squadrismo – ha annotato Mario Pirani – aveva una premessa strapaesana che ben rifletteva la realtà: ‘Fascisti e comunisti / giocavano a scopone / e vinsero i fascisti / con l’asso di bastone…’. Insomma una contrapposizione interna, di famiglia, radicata tra gente che si conosce bene e che si tramanderà fino ai giorni tragici della guerra partigiana e dei ragazzi di Salò».

Questa lettura è una conferma di quanto spiegato a suo tempo da Giuliano Ferrara, secondo cui, a leggere in profondità la nostra storia, «la destra non è mai solo una destra e la sinistra non è mai solo una sinistra. Non esistono distillati puri e chimismi non contaminabili nelle culture politiche: basti pensare a quanto di protofascista ci fosse nel socialismo di Benito Mussolini e a quanto di socialista ci fosse nel suo fascismo». Tutto questo viene adesso rappresentato e restituito alla più completa verità storica in un bel libro di Giancarlo Mazzuca e Luciano Foglietta: Sangue romagnolo. I compagni del duce (Minerva Edizioni, pp. 254, euro 18,00), in cui si racconta insieme la vicenda di quattro figure chiave della prima parte del Novecento politico italiano: Benito Mussolini da Predappio, Nicola Bombacci e Leandro Arpinati da Civitella di Romagna e Torquato Nanni da Santa Sofia di Romagna. Quattro figure che dimostrano, al di là delle scelte diverse che compiranno in vita, quella complessa ma comune matrice da cui siamo partiti e la cui comune fine tragica, non a caso inserita e celebrata in entrambi i casi in due passi significativi di quella Odissea del Novecento che sono i Cantos di Ezra Pound, può in qualche modo essere assurta a metafora della drammaticità del cosiddetto “secolo breve”.

I nostri quattro personaggi, più volte definiti “i quattro moschettieri” da Mazzuca e Foglietta, sono tutti nati verso la fine dell’Ottocento in un preciso fazzoletto di terra della Romagna, un triangolo di una ventina di chilometri per lato, diviso a metà tra le terre già papaline e quelle che avevano fatto capo ai granduchi di Toscana, nell’arco temporale tra il 1879 e il 1892: coetanei, esponenti di una generazione particolare. «Una ‘grande’ generazione – la definì nel 1970 Mario Tedeschi introducendo il libro Il giovane Mussolini rievocato da un suo compagno di scuola, scritto dal giornalista Rino Alessi ­– che fu, praticamente, composta dalle prime leve, come direbbero i militari, dello Stato nazionale unitario: i primi italiani cresciuti ed educati nel Regno che si stendeva dalle Alpi alla Sicilia, dopo aver piegato il potere temporale dei papi».

Ma il saggio di Mazzuca e Foglietta – due giornalisti entrambi romagnoli doc, uno dei quali imparentato per via materna con Nanni – aggiunge senz’altro qualcosa in più. Sui quattro coetanei di Sangue romagnolo sono stati infatti scritti fiumi di inchiostro ma nessun libro li aveva finora messi così strettamente in relazione. «Eppure le loro vite, che si accavallano e si intrecciano, si allontanano per poi, improvvisamente e incredibilmente, ricongiungersi, hanno – leggiamo nella premessa ­– la stessa unica matrice: sono tutti figli di quel socialismo anarcoide che si è imposto in Romagna a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento e che ha prodotto anche altre figure di spicco, a cominciare dal faentino Pietro Nenni (finito in carcere, a Forlì, con Mussolini, dopo le proteste per la spedizione italiana in Libia). I quattro imboccheranno, poi, strade diverse ma si ritroveranno, alla fine, assieme, due a due, strane coppie davvero, nel momento culminante della loro vita». Nel giro infatti di pochissimi giorni, in quel drammatico aprile del 1945, Mussolini e Bombacci vengono fucilati a Dongo e poi appesi per i piedi a Piazzale Loreto,  Arpinati e Nanni, che aveva cercato di fare da scudo a Leandro, vengono uccisi nella tenuta agricola di Malacappa. E tutti e quattro, al di là dello loro diverse biografie politiche, muoiono sotto il fuoco dei partigiani.

Ma come mai è proprio la Romagna a rivelarsi  terra d’elezione di questa vicenda dai tratti di tragedia greca? Già all’inizio dell’Ottocento George Byron aveva avuto modo di sperimentare, durante il suo lungo soggiorno a Ravenna, la particolarità di quella terra di ribelli e proprio lì il poeta, che morirà da eroe a Missolungi per la libertà dei greci, si sentì e si disse “carbonaro”. Così come anche lo scrittore e uomo politico Massimo D’Azeglio comprese che i romagnoli altro non erano che amanti della libertà, refrattari ai governi dispotici. La Romagna era stata d’altronde il teatro dell’epopea di Stefano Pelloni detto il Passatore, il fuorilegge che imperversò tra il 1849 e il 1851 tra le province pontificie, tenendo in scacco le polizie austriache e papaline.

Sarà il futurista Bruno Corra a celebrarne la figura in un romanzo del 1929 e l’ultima lettera del Passatore immaginata dallo scrittore forse descrive al meglio tutto uno stato d’animo: «Quando la riceverete – sono le parole del brigante – io sarò morto: dite al mio babbo e alla mia mamma che Stefano Pelloni è morto a testa alta, senza una sola svanzica da parte. I denari che ho preso dalle tasche dei signori, li ho sempre passati nelle tasche dei poveri. E io non avrei mai fatto questa vita se non avessi trovato sulla mia strada un pretaccio velenoso e due porche spie». Lo scrittore Raffaele Nigro, che alla figura dei fuorilegge ha dedicato un brillante studio – Giustiziateli sul campo (Rizzoli) – individua propria nella vicenda del Passatore l’archetipo di un preciso ribellismo di tipo politico, spiegando che furono i protagonisti del Risorgimento a costruirne la popolarità: «Soprattutto Garibaldi, il più byroniano dei ribelli politici: da New York, dove è fuggito per scampare alle minacce di morte, Garibaldi fa sapere agli italiani che Pelloni è un patriota e in questo modo instaura un clima di simpatia che durerà per tutto l’Ottocento e oltre, fino a Giovanni Pascoli che conierà nella poesia ‘Romagna’ l’immagine del brigante ‘cortese / re della strada, re della foresta’…».

In questo humus fu più che naturale un crescendo di sovversivismo protonovecentesco confuso tra il repubblicano, l’anarchico e il socialista. Non a caso Mussolini e Bombacci frequenteranno, anche se in anni diversi, il convitto magistrale di Forlimpopoli intitolato a Giosuè Carducci e il cui direttore era il fratello del poeta, Valfredo, mangiapreti che aveva chiesto l’assenza dell’insegnamento religioso. In questa stessa Romagna il popolino celebra la figura di Amilcare Cipriani, l’uomo più incarcerato d’Italia, il libertario romagnolo che aveva partecipato alla Comune di Parigi, e un certo anarchismo popolare trova adepti soprattutto nella classe artigianale, come nel caso di Alessandro, il fabbro papà di Mussolini. Lo stesso Benito ricorderà più volte i mesi trascorsi in prigione da lui (a Forlì con l’amico Pietro Nenni, dopo lo sciopero generale del 1911), ma anche dal padre Alessandro, ben due volte, e dal nonno Luigi, facendo capire che ogni rivoluzionario deve avere alle spalle un periodo passato in galera. Il leader del fascismo ci teneva a sottolineare – lo preciserà in più occasioni ­– che veniva da due generazioni di ribelli finiti dietro le sbarre.

E’ in fondo questo l’impasto politico-sentimentale in cui si formano i “quattro moschettieri” che finiranno tragicamente nell’aprile del 1945. Un impasto anarco-garibaldino che viene molto prima e più in profondità delle personali declinazioni fasciste, socialiste o comuniste. Mazzuca e Foglietta ricordano un precedente significativo: il caso dei funerali a Modigliana, il 3 dicembre 1885, di don Giovanni Verità, il sacerdote che seguì Garibaldi. Un funerale che si svolse con l’assenza dei segni della cattolicità vaticana, ma con decine e decine di labari repubblicani e democratici, di vessilli delle società operaie, con centinaia di camicie rosse intrecciate con ritratti di Giuseppe Mazzini a prevalente sfondo nero. In piazza tanti fiocchi neri, quelli tipici degli anarchici ma che poi saranno cantati come “alla squadrista”, insieme a vessilli rossi. Il rosso e il nero, insomma, ricordando le camicie dei garibaldini ma anche il fatto che il sedicenne Mazzini, versando alcune monete per aiutare un gruppetto di fuggiaschi della rivolta piemontese, aveva giurato a se stesso che da quel momento avrebbe indossato sempre e soltanto abiti di colore nero finché l’Italia non fosse diventata «una, libera, indipendente e repubblicana». Oltretutto il rosso e il nero insieme sono, da sempre, anche i colori degli anarchici.

Su questo particolare scenario Sangue romagnolo intreccia le vite dei quattro amici. Tutti e quattro abbracciano nell’adolescenza la causa socialista cercando di realizzare il proprio sogno comune: la speranza di cambiare la misera realtà in cui erano nati, l’orgoglio di vivere una vita degna di essere vissuta e di realizzare un mondo diverso. Poi, negli anni dell’interventismo, le loro strade si dividono e, dopo la Grande Guerra, le camicie nere di Mussolini deridono nelle loro canzoni Nicola Bombacci, amico e allievo di Lenin e fondatore a Livorno nel 1921 del Partito comunista d’Italia. Leandro Arpinati, a sua volta, da militante socialista e sindacalista diventa un fascista della prima ora, assumendo l’incarico di Podestà di Bologna e di sottosegretario mentre il suo fraterno amico Torquato Nanni, non abbandonerà mai l’originaria e adolescenziale scelta socialista. E se Mussolini aiuta economicamente il comunista Bombacci e ne verrà aiutato per far in modo che l’Italia fascista fosse il primo Stato a riconoscere l’Urss e a stabilire con Mosca rapporti economici, il fascista Arpinati salva il socialista Nanni che stava per essere linciato dagli squadristi fiorentini.

Non solo: lo stesso Torquato Nanni scriverà nel 1915 la prima biografia di Mussolini, quando il duce aveva solo 32 anni. D’altronde, il fascismo delle origini era un movimento di contestazione extraparlamentare nel cui programma si reclamavano “cose di sinistra” come la repubblica, la costituente, le otto ore lavorative, le libertà sindacali, il voto per le donne e persino l’abolizione della proprietà privata. Bombacci verrà però espulso dal partito comunista. Mussolini sarà costretto a scelte geopolitiche dubbie e in contraddizione con la sua formazione ideale. Arpinati si opporrà alla deriva conformistica e illiberale del regime in nome «delle ragioni rivoluzionarie del fascismo oltre che delle proprie idee liberal-libertarie». E anche lui verrà espulso dal suo partito, finirà al confino e, nell’ultima fase della sua vita, si ritirerà come Cincinnato nella sua tenuta agricola di Malacappa. Poi, per tutti e quattro, anche per il “sempre socialista” Nanni, che morirà da eroe per caso solo per fedeltà a un’amicizia, il tragico epilogo dell’aprile 1945.

Negli anni del secondo dopoguerra i vecchi redattore dell’Avanti! raccontavano spesso del turbamento di Pietro Nenni di fronte a quei fatti. Quando, il 28 aprile del ’45, un giornalista entrò nella sua stanza di direttore del giornale del Psi per annunciargli la morte del suo amico di gioventù (e compagno di cella) Benito Mussolini, lui ammutolì e guardo a lungo nel vuoto. «Direttore, è tardi, bisogna fare il titolo», gli ricordarono. E Nenni, assente e con un filo di voce, rispose: «Ah, sì, provate con ‘Giustizia è fatta’…». Ma non ne sembrava affatto convinto. Triste, si rinchiuse in silenzio nella sua stanza, senz’altro rievocando le battaglie della loro giovinezza e forse pensando, dopo quei giorni di tragedia, al futuro possibile di quel loro comune impasto di passione politica in una Italia che si stava apprestando a diventare democratica e repubblicana.

Luciano Lanna

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