In morte di un collega. Intervista all’autore

Il Fondo si è già occupato due volte del romanzo di Fabrizio Rinaldini In morte di un collega (edizioni Sassoscritto, 2011), con le recensioni di Luca Leonello Rimbotti [leggi QUI] e di Mario Grossi [leggi QUI]. Quella che segue è l’intervista all’Autore.

La redazione

MARIO GROSSI
INTERVISTA
FABRIZIO RINALDINI

Questa è la tua opera prima, mi racconti come è nata? Impulso irrefrenabile o lenta macerazione?

In realtà è la mia opera “seconda”, nel senso che c’è un altro giallo nel cassetto, scritto nel 1997, mentre questo è del 2005. Per rispondere alla tua domanda: si tratta di casi di “necessità incontrollabile”. A volte me la cavo con un racconto di una decina di pagine, altre volte esagero…

Dal tuo stile e dal ritmo della narrazione mi sembri uno scrittore impulsivo, di quelli per intenderci che scrivono di getto in un flusso incontrollato e febbrile, per poi aggiustare il tiro. Confermi?

Sì. Ma siccome sono un tecnico di professione, poi mi prendono i rimorsi di coscienza e vado a verificare tutto con drammatico puntiglio…

Sono sempre interessato a capire quando, come e perchè un autore scrive. E allora scrittore diurno, meridiano, notturno, temporalmente neutro? A casa, al lavoro, sul treno? Sdraiato, alla scrivania, seduto in poltrona?

Rigorosamente notturno, casalingo e seduto allo scrittoio che non è di noce…spero mi perdonerai…

La tua storia si snoda su una colonna sonora puntellata da canzoni che fanno quasi da controcanto alle scene. Il tuo scrivere mi suona come un disco di Neil Young, diciamo che sta tra Tonight’s the night e Zuma (lunghe cavalcate elettriche piene di tensione sempre in bilico tra scoramento ed esaltazione, musica bipolare), così come ricorda alcune vibranti ballate degli esordi di Johnny Cash. Che ne dici? Come suona la tua scrittura?

A me suona come The dark side of the Moon, insieme (non me ne vogliano gli esperti) alla sinfonia n. 8 in do minore di Bruckner, la sua penultima, ma forse la più bella per le immagini sonore che riesce ad evocare…

Dalle brevi note di copertina l’influenza autobiografica appare forte. Pensi di poter scrivere anche senza questa connessione?

No, sinceramente no. Anche nel romanzo nel “cassetto” e nei racconti che scribacchio e poi propino agli amici, ho il bisogno, quasi fisico, di raccontare uomini, donne, fatti, colori, sapori che conosco, direttamente o perché qualcuno me ne ha reso partecipe, esperienze che ho fatto o che mi sono state narrate…

Sempre sulle note biografiche. Hanno un sapore anomalo, bizzarro. Mi spieghi perché è fondamentale per te dire a un lettore che ami la Weisse? Te lo chiedo perché anch’io ne sono appassionato ma non ho capito se quel tipo di birra corrisponde a un preciso mood, ad un profilo antropologico specifico o che cosa.

Perché chi ama la Weisse ama il sapore amarognolo, il colore lievemente offuscato, la levità con cui quella birra si deposita e scende nel bicchiere e chi ama queste cose e le comprende non può essere omologato, comprende e ama le differenze e vuol vedere la fine e il fine delle cose, come quando si beve l’ultimo sorso…

Si respira in tutto il testo un’aria da Gli uomini e le rovine. Il tuo è un libro evoliano?

No. Anch’io, come tutta la mia generazione, sono cresciuto a pane ed Evola, poi, per fortuna, un giorno, ho letto On the road di Kerouac e subito dopo il Voyage dell’insuperabile Louis-Ferdinand e mi sono reso conto dell’atteggiamento “castrante” in cui quelle letture (certo mal comprese, come dirà qualche evoliano) m’avevano infilato…no, “Gli uomini e le rovine” non c’entrano. C’entrano e molto le “rovine”, le rovine delle nostre comunità, le rovine delle nostre città, le rovine di coloro che predicavano la rivoluzione, le rovine dei viali con le puttane a 50 euro…le rovine intorno a noi…

Il contado fiorentino con tutto il suo radicamento è descritto nella sua dissoluzione. Multinazionali, immigrazione, prostituzione, interessi finanziari, affari loschi imperversano e ne hanno minato la coesione. Possono, seconde te, le tante contee, come quella fiorentina, reggere al brutale attacco di Mordor o saranno spazzate via? E se la contea non sarà più come prima c’è per lei un futuro e per i suoi abitanti salvezza?

Sono pessimista sul fatto che possa apparire Gandalf il bianco e guidare alla riscossa…di più: sono pessimista anche sulla possibilità che appaia un Gimli Spargi-sangue armato della sua temibile ascia…io conosco benissimo il contado fiorentino per esserci nato e perché ci vivo, conosco il contado aretino perché una parte della famiglia viene dalla Val di Chiana…ed è tutto così: la Contea è morta e sepolta e, quel che è più devastante, è dimenticata, scomparsa dalla memoria e sostituita dal suo ologramma ad uso turistico…futuro? Si, un futuro lo vedo: ma solo coi miei “fratelli”, i pochi ancora “in ordine”, in micro-comunità, purtroppo non più legate ad alcun territorio…

Nella sua stratificazione e nonostante gli episodi che si susseguono in un quadro fosco, cupo, pessimista il tuo giallo è un libro in cui affiora un ottimismo di sottofondo che descrive il protagonista come una persona vitale e positiva. Condividi?

Certo! Con tutto quello che ha passato la mia generazione di delusioni, amarezze, violenze, odii, discriminazioni, se, nonostante tutto, non amassimo la vita, ci saremmo sparati da un pezzo…anche il libro è dedicato “a Stefania, nonostante tutto”, no?

Non c’è mai felicità nella ricerca della verità, come sembrerebbe affiorare dal tuo libro?

Non vorrei risponderti con un luogo comune, ma sono costretto a farlo: c’è solo la gioia del dovere compiuto…e non è poco.

Alla fine c’è il senso di una giustizia divina che compie il suo percorso, mentre la giustizia umana non ne è informata. La pensi così? E se sì quanto pesa la tua esperienza su questo giudizio?

Più che di “giustizia divina” parlerei di “giustizia superiore”, una sorta di diritto che trascende gli uomini e che talvolta gli uomini non comprendono neppure…la mia esperienza: ne parliamo un’altra volta…

Mi ha particolarmente turbato l’uso dei pezzi in corsivo che testimoniano, secondo me, l’irrompere del destino nella vita di tutti noi. Quest’intreccio che si palesa e che tu espliciti mirabilmente è un irrazionale ingovernabile cui soggiacere?

E’ l’irrazionale, certo, ma cui NON si deve soccombere, bensì far di tutto per dominarlo…che poi ci si riesca è un altro paio di maniche…

Dopo l’opera prima, stai pensando già alla seconda? E se sì con quali sentimenti. Paura dei nuovi fogli bianchi, timore di ripeterti, curiosità di vedere cosa esce fuori?

Sto vedendo se un altro pazzo di editore pubblica il romanzo nel cassetto, scritto nel 1997…chissà? E poi c’è un’altra storia che inizia nel parcheggio di un obitorio….

Tanto per salutarci. A un certo punto Francesco ordina per sé una Carlton draught molto maschile e per Gloria una Victoria Bitter (VB) dai sentori morbidi assai più femminili. Per mettere d’accordo i due palati, per rimanere alle terre australiane, hai mai pensato a una Cooper gelata?

…con quel bel sedimento fosco! Aggiudicata!!

 

 

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 22 luglio 2011

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