Cibo, potere e profitto

La ricchezza individuale non spiega come mai i figli di certi nuclei familiari siano più obesi di altri. Poi si scopre che il fattore cruciale non è il reddito, bensì la distanza dal confine statunitense. Più la famiglia messicana abita nei pressi del vicino settentrionale assumendone le relative abitudini alimentari, più saranno grassi i bambini.

Raj Patel

Il problema dell’obesità al giorno d’oggi, è un elemento che cammina di pari passo con la nostra quotidianità. Per strada, in televisione, in rete, sulle riviste riceviamo un continuo bombardamento psicologico relativo al mangiar sano e al sogno della “linea perfetta”.

L’allarme obesità globale viaggia in parallelo con quello della fame del mondo. Ritroviamo sugli stessi canali, le stesse radio, gli stessi schermi, pubblicità che raffigurano bambini del terzo mondo in condizioni precarie e subito dopo prodotti per smaltire grasso corporeo in eccesso.

Come si può spiegare quest’assurdo divario? Possiamo semplicemente limitarci alla tipica equazione occidente : obesità = terzo mondo : fame, oppure c’è qualcosa di più? La questione è molto più complessa.

Stando agli ultimi dati, lanciati nelle ultime settimane dalla rivista Lancet, la popolazione del nostro pianeta è composta da 1,5 miliardi di persone in sovrappeso. Più che ad una statistica siamo di fronte ad un vero e proprio allarme, che ci lascia ancora più basiti scoprendo che i più colpiti da questo problema sono proprio i più poveri, i quali, non disponendo di denaro necessario per portare avanti diete sane, sono costretti a nutrirsi di cibo-spazzatura.

Negli USA una donna su tre è obesa, mentre leggendo l’ultimo Rapporto Osservasalute scopriamo che circa il 35% della popolazione adulta italiana è in sovrappeso; e lo stesso vale per i bambini (34%). Dati poco rassicuranti insomma, ma siamo proprio sicuri che tutto ciò sia solamente legato alle cattive abitudini alimentari del “ricco occidente”?

Nel 1957 il Dr. W. C. Martin definì lo zucchero raffinato come veleno, poiché esso è stato privato dalle sue forze vitali, vitamine e minerali. Secondo il famoso libro “Sugar Blues” di William Dufty, la quale prima edizione tradotta in italiano fu pubblicata e distribuita nel Belpaese quando già negli USA aveva venduto la bellezza oltre 1.000.000 di copie, buona parte dei mali, curabili o incurabili dei nostri giorni sono legati al “veleno bianco”:  “Proprio come l’oppio, la morfina e l’eroina, lo zucchero è una droga distruttiva, che dà assuefazione, dal momento che se ne consuma ogni giorno in tutto – dalle sigarette al pane.”.

I bambini Britannici possono scegliere tra ventotto tipi diversi di cornflakes, dei quali ventisette superano il contenuto di glucosio supera le raccomandazioni ministeriali; nove di questi cereali contengono il 40% di zucchero [Wich? 2004]. Non ci stupirà, quindi, sapere che un quindicenne su dieci è obeso nel Regno Unito. L’esempio dei cornflakes è strettamente legato ad una questione molto più ampia, e che, forse, ci guida gradualmente alla radice del problema stesso. Le multinazionali hanno mille incentivi per inserire sul mercato prodotti più redditizi che nutrienti. Non a caso, se andassimo a verificare noi stessi, potremo notare che all’interno di ogni supermercato troveremo un numero più elevato e una più vasta gamma di prodotti-spazzatura che di frutta.

Lo strapotere delle multinazionali al giorno d’oggi, influenzando il modo in cui mangiamo, sono le prime colpevoli delle conseguenze della cattiva alimentazione contemporanea. Ecco, quindi, il passaggio da un piano individuale ad un problema sovranazionale. Le abitudini alimentari individuali dei popoli odierni possono variare, possono essere regolate, ma studiando i metodi di produzione e distribuzione odierna dei cibi che finiscono sulle nostre tavole ci accorgeremo che la nostra libertà di scelta è molto limitata. Traendo spunto dal saggio “I padroni del Cibo” di Raj Patel (noto economista e giornalista inglese), ci accorgeremo che la sua analisi è proiettata non solo sull’abbondanza di cibo di cui oggi disponiamo, ma anche all’eccessivo potere che il WTO  e la Banca Mondiale concedono alle multinazionali; tutto questo con il lasciapassare dei governi collusi. Di anno in anno aumentano i sucidi nelle campagne di tutto il mondo, tutto questo a causa delle condizioni nelle quali i contadini sono costretti a lavorare. A causa dell’abbassamento dei costi dei prodotti della terra dovuti al liberismo sfrenato gli agricoltori sono ricattati, derubati, schiacciati, dall’internazionalizzazione della produzione.

Per aumentare il profitto nei centri di distribuzione i grandi marchi mettono in concorrenza i produttori di tutto il mondo, costringendoli ad accettare di vendere le materie prime dei campi a prezzi assurdamente bassi; e non solo. Essi sono anche costretti  a produrre solamente determinati tipi di prodotti, quelli meno cari da acquistare e più facili da trasportare e conservare; tutto questo con l’aumento di uso di pesticidi e sostanze altamente nocive.  Ed ecco che nei nostri supermercati troveremo solamente alcune qualità di mele, cereali e/o merendine stracolme di zuccheri e conservanti, tutto questo per incrementare il profitto di monopoli che gestiscono e comandano il mercato.

Dunque, ritornando al tema principale, non possiamo limitarci a considerare il problema della cattiva alimentazione e del crescente aumento dell’obesità nel mondo come un problema di cattiva educazione o di agiatezza economica. I poveri, come dicevamo all’inizio, sono, infatti, i più colpiti da questo fenomeno assurdo e sfrenato. Non a caso, secondo studi scientifici recenti, degli adulti cresciuti nelle favelas tra la fame e la miseria tenderanno ad ingrassare di più con la “spazzatura”, che ci propinano nei supermercati di tutto il mondo, a causa delle disfunzioni provocate della fame e dalla miseria.

I prezzi dei prodotti tra gli scaffali si abbassano, divengono accessibili alla totalità della popolazione mondiale, tutto questo comporta ad una sorta di caos alimentare che arricchisce pochi e attacca molti. Un sistema piramidale dove dietro c’è solo il solito e vomitevole fine del profitto, in un film reale dove noi tutti siamo i protagonisti. Ebbene, per invertire la rotta, sappiamo con certezza che non basteranno solamente diete sui giornali di moda e prodotti nei centri specializzati. Tutto questo non può bastare.

Mauro Pecchia

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