Amy Winehouse e il moralismo di Alberoni

Lunedì 1 agosto, sul Corriere della Sera, è stato pubblicato un commento di Francesco Alberoni sulla morte della cantante Amy Winehouse in cui il famoso sociologo (o sessuologo? o forse psicologo?! Boh..) sforna una raffica seriale di banalità e moralismo “vintage” anni ’50, da far impallidire i conduttori televisivi dei programmi della domenica pomeriggio!

Alberoni inizia «ricordando Jim Morrison, Adam Goldstein, Sid Vicious, Jimi Hendrix fino ad Elvis Presley» e gli è viene spontaneo fare un confronto con Puccini che «per comporre le sue opere stava sul  lago di Massaciuccoli, solo e, nel più assoluto silenzio».

Innanzitutto viene spontaneo da chiedersi.. A Francè, ma che c’entra?! Noi non sappiamo se Verdi, Schubert, Paganini, Rossini, Chopin componessero nel silenzio della natura, ma è certo che avessero una passione per l’ebbrezza dionisiaca che solo i grandi vini, nel loro caso i Bordeaux e gli Champagne, sanno donare.

E sappiamo anche che cent’anni prima delle rockstar, poeti e pittori maledetti come Baudelaire, Rimbaud, Van Gogh, Verlaine e via dicendo, utilizzassero nelle proprie arti gli effetti che oppio, haschisc e assenzio provocavano alla loro creatività.

Volendo tornare più indietro nei secoli, possiamo dimenticare il celeberrimo “nunc est bibendum” di Orazio, o i versi con cui i poeti lirici dell’antica Grecia celebravano le gioie smodate del vino?

Non che le droghe o l’alcool siano necessari per comporre o creare, anzi, ma è certo che abbiano avuto un ruolo importante nelle visioni di poesie, canzoni, dipinti che oggi consideriamo capolavori. Dobbiamo quindi usare l’antidoping come metodo per giudicare le opere d’arte? Dovremmo allora buttare via almeno metà della nostra storia dell’arte occidentale. L’interrogativo, semmai, è perchè le sostanze psicotrope siano state fedeli, e drammatiche, compagne di viaggio di numerosi artisti.

Forse la causa è da ricercare nell’infinita volontà di superamento delle barriere della percezione o intenderle come antidoto al baratro dell’anima che porta alla necessità di esprimersi nell’arte o, più semplicemente, in uno stile di vita trasgressivo, ribelle, anti-borghese, contrario quindi proprio a quelle regole di buone maniere care a chi, come Alberoni, vuole difenderle screditando moralmente la capacità compositiva di tossici e alcolizzati.

Noi, al contrario, vogliamo stare fra coloro che separano per poi riunire “in unicum” l’aspetto creativo e quello umano, godendo esteticamente dei i tormenti, le visioni, le fughe verso l’empireo e i crolli rovinosi all’inferno di quegli artisti che abbiamo imparato ad amare, come Baudelaire o Kurt Cobain o Rimbaud o Jim Morrison, sapendo che quelle composizioni nascevano da vite tormentate nei pensieri e nelle azioni.

Il commento di Alberoni, però, ci dona altre perle, ancora più esilaranti.

Subito dopo aver citato a sproposito, nel contesto dell’articolo, la “situazione creativa” di Puccini, scrive (cito testualmente, con buona pace del Corrierone, ma se dobbiamo commentare un testo, non possiamo non riportare alcune frasi, nonostante la “riproduzione sia riservata”…): «Tutta la musica italiana, anche negli anni sessanta, da Modugno a Endrigo a Mina a Battisti, esprime i sentimenti abituali, l’amore. Il Rock no. E’ americano, nasce dall’espansione di sé, dal superamento delle emozioni normali. E’ espressione di esperienze parossistiche possibili solo con la droga. E anche chi ascolta questa musica in concerto o in discoteca, spesso, per viverla, deve fare lo stesso».

Errare è umano, perseverare è troppo umano.

Se il Dottor Alberoni si fosse documentato almeno un pochino, non avrebbe scritto cotanta bischerata. Invece, la supponenza codina da intellettuale italiano infallibile, gli ha fatto prendere una enorme granseola.

Bastava comperare un “greatest hits” di un noto rocker americano che si chiama Bruce Springsteen, uno che tra l’altro non ha mai preso forse nemmeno un’aspirina, e avrebbe scoperto canzoni come “The River”, che racconta la tragica fine di una storia d’amore fra due adolescenti, complicata da una gravidanza inaspettata e terminata con la perdita del lavoro di lui e dalla conseguente povertà, oppure scoprire in “Brilliant Disguise” il trauma del divorzio fra il cantante e la prima moglie, oppure “Thunder Road” dove c’è l’amore per una Mary che magari non è una bellezza, ma va bene così, una Mary che avrebbe potuto essere protagonista di un testo di Mogol (perchè, caro Dottor Alberoni, Battisti scriveva la musica, spesso in chiave rock-blues, mentre i testi d’amore glieli faceva Mogol… ma questo, alla sua dotta analisi, cosa poteva importare?!).

Noi siamo tra quelli che ascoltano (soprattutto) rock in tutte le sue declinazioni, che vanno ai concerti e sono andati in discoteca e non neghiamo di avere avuto periodi, per così dire, sperimentali, anche sulla scia dei poeti maledetti, ma che rifiutano l’utilizzo di droga e sostanze psicotrope perchè crediamo che una mente lucida sia più capace di percorrere gli abissi della conoscenza e dell’arte che non un cervello stordito da sostanze aliene.

Senza però fare moralismi da cortile.

Non neghiamo il diffondersi spropositato delle droghe, anche in ambienti meno trasgressivi di un palco da rocker, ma non accusiamo la musica americana, i falsi miti e (torno a citare dall’articolo) «la trasformazione dovuta alla vertiginosa innovazione tecnologica».

La droga pesante (e di pessima qualità!) si diffonde  tra i giovani anche per colpe che  dovremmo cercare nella scarsa attenzione che famiglie distratte hanno nei confronti di figli che devono ancora capire come si sta al mondo e non hanno, naturalmente, la capacità di prendersi le responsabilità di sbagliare e saltare consapevolmente quei confini tra ciò che si può e ciò che non si deve fare.

La droga pesante (e di scarsa qualità!) si diffonde nel mondo del lavoro anche perchè i ritmi esasperati impongono e i modelli comportamentali del libero mercato richiedo massima efficienza e qualità h.24 e 7-su-7 che solo un “aiutino” può dare.

La droga pesante (di qualsiasi qualità!) si diffonde per motivi più complessi che non un rocker americano, o  una cantante soul inglese, fatti fin sopra i capelli ed elevati a modello di stile.

Ma nel mondo degli intellettuali, il dubbio, la complessità, la ricerca, la sfida del superamento delle barriere dei pregiudizi, è un esercizio da tempo dimenticato. Anzi, «l’individualismo sfrenato, il tentativo di superare se stessi, la crisi dei valori tradizionali» vengono considerati come il veleno che sta distruggendo le relazioni sociali. Friederich Nietschze è stato fonte di ispirazione di parecchi autori rock, è ovvio che i professori di buone maniere e codini, grigi e noiosi come il loro quieto vivere borghese, considerino egli e i suoi eredi come il veleno che sta distruggendo la società occidentale.

Ma non è così scontato, però, che il veleno, ovvero il pharmakon, non sia anzi il rimedio al declino di una società incapace di creatività e quindi morta.

Alessandro Cappelletti

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