Turchia. Intervista a M. Ottaviani e G. Mancini

Dopo aver approfondito in articoli precedenti l’influenza sempre attuale di Mustafa Kemal Atatürk sulla Turchia odierna e presentato i maggiori contendenti alle elezioni politiche del 12 giugno, concludiamo il nostro piccolo reportage sulla Turchia con una intervista doppia in esclusiva per Il Fondo Magazine, a due giornalisti italiani residenti ad Istanbul che ringraziamo per la grande disponibilità mostrata verso di noi. Marta Ottaviani, collaboratrice di “La Stampa”, “Avvenire”, “Radio 24”, autrice di “Cose da turchi” e “Mille e una Turchia” (Mursia editore), di cui in passato abbiamo parlato sul Fondo, anima inoltre sul sito de “La Stampa” il blog “Mille e una Turchia”. E Giuseppe Mancini storico, analista di politica internazionale, collaboratore de “Il Fatto Quotidiano” e “Il Futurista”, autore anche lui di un blog molto interessante [ leggi QUI]. Abbiamo rivolto ai due giornalisti le stesse domande, come vedrete le opinioni dei nostri gentili interlocutori sono molto diverse, a volte discordanti. Noi pensiamo che sia molto importante conoscere le cose senza pregiudizi, anche attraverso punti di vista differenti, sapendo che la risposta a molte questioni ancora aperte (nuovo parlamento, riforma costituzionale, situazione curda, ecc.) la darà il tempo.

Le elezioni turche hanno visto la vittoria di Erdogan e del suo AKP, una ripresa dei kemalisti del CHP, una tenuta dei nazionalisti del MHP, un successo dei candidati indipendenti, tra cui i curdi del BDP, che giudizio dai dei risultati?

Marta Ottaviani Voglio subito premettere che a questa lettura dei risultati potrebbe non corrispondere il parlamento in Turchia per I motivi che spiegherò a breve. Per quanto riguarda una sintetica analisi del voto, penso che tutti I principali 4 partiti turchi, gli unici che entreranno in parlamento, possano ritenersi soddisfatti del loro risultato. L’Akp ha conquistato il 49.83% dei consensi, un’affermazione direi soprattutto del premier Recep Tayyip Erdogan. Un risultato eccellente che però a causa dell’aumento delle opposizioni gli ha fatto perdere 14 seggi in parlamento facendoli passare a 326 (diventati 327 con quello del curdo Dicle di cui spiegherò fra poco). Il Chp è arrivato al 26% un risultato molto buono dopo gli anni disastrosi del commissariamento di Deniz Baykal. Forse il nuovo leader Kemal Kiliçdaroglu si aspettava qualcosa di più ma intanto va in parlamento con 23 seggi in più rispetto alle scorse elezioni teorici, per un totale di 135 sempre teorici, il perché lo spiegherò fra poco. Il Mhp si attesta sul 13%, con 18 seggi in meno rispetto al 2007, ma si tratta di un risultato quasi miracoloso se si pensa che a causa dello scandalo sessuale che ha travolto il suo gruppo dirigente rischiava di non passare nemmeno la soglia del 10%, necessaria per entrare nell’assemblea turca. Infine l’exploit curdo, che potrebbe essere fortemente penalizzato. La minoranza ha conquistato 36 seggi con i suoi deputati indipendenti, di questi però solo 30 sono certi di entrare in parlamento. E adesso spiego il motivo. Sei deputati del Bdp, il Partito curdo per la Pace e la Democrazia, due deputati del Chp, il Partito repubblicano del Popolo e un deputato del Mhp, il Partito nazionalista sono stati eletti dal carcere, dove erano rinchiusi alcuni in attesa di giudizio altri in attesa della sentenza di appello. I sei indipendenti curdi erano tutti in prigione per affiliazione e propaganda di organizzazione terrorista, per la precisione il Pkk, organizzazione curda separatista che dal 1984 ha ingaggiato una guerra con lo Stato turco che fino a questo momento è costata oltre 43mila vittime. In particolare la situazione degli indipendenti curda è la seguente: per 5 il tribunale penale di Diyarbakir ha negato la scarcerazione. Un seggio, quello del curdo Hatip Dicle è stato ceduto fra le polemiche all’Akp, Il partito islamico-moderato per la Giustizia e lo sviluppo al governo, perché a Dicle è stata confermata la condanna a pochi giorni dalle elezioni e quindi l’Alta Commissione Elettorale lo ha dichiarato ineleggibile. I due deputati del Chp e quello del Mhp restano in carcere invece perché accusati di essere rispettivamente membri dell’organizzazione segreta Ergenekon i due del Chp e fra gli organizzatori del Balyoz, il golpe del Martello, quello del Mhp. Ergenekon è un’organizzazione segreta accusata di aver cercato di destabilizzare per anni la vita pubblica e politica turca. Al momento contro l’organizzazione sono aperti tre filoni di processo, che vedono imputate oltre 300 persone. Il Balyoz è un presunto golpe, uso il termine presunto perché se fu golpe o semplice piano di emergenza lo decide la magistratura, non i giornalisti, che avrebbe dovuto avere luogo nel 2003 contro il premier turco Erdogan, sempre nel’ambito dell’azione destabilizzatrice di Ergenekon. I processi stanno spaccando in due il popolo curdo, che a volte è particolarmente portato alla dietrologia. C’è chi crede che le oltre 300 persone, fra cui ci sono militari, giornalisti, docenti universitari e imprenditori, siano realmente colpevoli e la loro condanna segnerà l’avvio di un’età di prosperità e pace per il Paese. E c’è invece chi crede che il fenomeno sia ampiamente sovrastimato e utilizzato a volte per screditare o rendere inoffensivi voci particolarmente ostili al governo. Di certo, come avranno capito i lettori del Fondo, si tratta di una situazione delicata e complessa, da gestire con molto tatto. In questo momento ci sono potenzialmente 8 seggi parlamentari vacanti, visto che chi li ha vinti al momento non può uscire dal carcere. Il grande interrogativo in Turchia in questo momento è come verranno ripartiti. Di certo c’è che il Chp e il curdi il 28 giugno si sono rifiutati di giurare in parlamento e che il clima interno è rovente. Il vicepremier Cemil Ciçek e il presidente della Repubblica Abdullah Gül stanno cercando di risolvere la questione. Ma certo non è una legislatura che parte in modo sereno. Se il parlamento rispetterà la conformazione che gli ha dato il popolo con il voto, allora sarà una legislatura molto interessante. Con un governo solido, ma anche un’opposizione più agguerrita, cosa che, negli ultimi 10 anni almeno, non abbiamo visto molto spesso.

Giuseppe Mancini – Un giudizio sui risultati elettorali deve essere basato su di una lettura attenta dei dati: che in Turchia – visto che i deputati vengono assegnati su base distrettuale/provinciale – significa analizzarli distretto per distretto. Preliminarmente, è importante sottolineare il dato dell’affluenza: l’87%, in aumento rispetto al passato (l’esercizio del diritto di voto, comunque, è obbligatorio) – le elezioni sono state ampiamente partecipate, rafforzandone la “democraticità”. Il dato comunque più importante, a mio avviso, è che l’Akp non solo ha ottenuto una vittoria schiacciante e storica, ma si è affermato come primo partito in tutte e sette le macro-regioni della Turchia. L’Akp ha perso però seggi, pur avendo incrementato i voti del 3,3%: sono stati decisivi il calo drastico, attorno al 10%, localizzato in alcuni distretti del sud-est curdo e il riequilibrio demografico che ha determinato l’attribuzione di meno seggi proprio nelle roccaforti dell’Akp (seggi in meno, perché ce n’erano meno in palio). In questa luce, va molto ridimensionata l’apparente ripresa del Chp: che avanza solo nelle sue roccaforti tradizionali dell’Egeo e della Tracia, dove tra l’altro erano in palio più seggi rispetto al 2007, approfittando della crisi profonda dei piccoli partiti e della scomparsa del Partito democratico; che ottiene un risultato deludentissimo nel sud-est (l’1-2%, un dato non sorprendente però per gli analisti); che solo in un paio di distretti sottrae voti e seggi all’Akp: fallendo totalmente la sua missione di porsi come alternativa credibile al partito di Erdoğan. Insomma, a uscire sconfitto dalle elezioni è proprio il Chp kemalista. A definire gli equilibri parlamentari sono invece la tenuta del Mhp, che vede ridotto drasticamente il suo drappello di parlamentari ma che con il superamento della soglia di sbarramento nazionale al 10% ha impedito all’Akp di conseguire la supermaggioranza necessaria per riscrivere autonomamente la costituzione; mentre i candidati indipendenti curdi, come detto, sono gli unici ad aver sottratto voti e seggi – seggi peraltro decisivi – al partito di governo: decretando il fallimento della politica di apertura che si è troppo presto arenata (senza contare la campagna elettorale dai toni eccessivamente aggressivi di Erdoğan).

L’AKP ha preso il 50 % dei voti in elezioni giudicate democratiche e corrette dagli osservatori, confermandosi il partito egemonico della Turchia,senza tuttavia riuscire a centrare l’obiettivo della maggioranza dei 2/3 dei deputati, necessaria per modificare la costituzione da soli ed evitare il referendum popolare, secondo te è un bene o un male?

Marta Ottaviani La mia posizione è quella dell’Economist e del Financial Times, che non a caso provengono da un Paese con una consolidata tradizione democratica e parlamentare e che alla vigilia del voto si auguravano una buona prova da parte dell’opposizione. Per quanto un governo abbia governato bene il Paese, come ha fatto quello del Premier Erdogan, non si può scrivere la legge madre dello Stato da soli, c’è bisogno dell’apporto di tutti I partiti. Vale non solo per la Turchia ma per tutti gli Stati del mondo. In nessun stato pienamente democratico la Costituzione è mai stata scritta da un partito solo. Mi sembra una questione nemmeno ideologica, ma di mero buonsenso.

Giuseppe Mancini – Al tempo stesso un bene e un male. Un bene, perché si attenueranno le accuse infondate e strumentali di “autoritarismo” arrivate dalla stampa internazionale (e ahimé, anche da più di un collega italiano), che si è prestata a fare da sponda alla campagna elettorale del Chp; un male, perché in questo modo l’Akp – che in nove anni si è dimostrato essere forza politica per le riforme e per il cambiamento – sarà probabilmente costretta ad accettare qualche compromesso al ribasso. In ogni caso, l’Akp ha sempre dichiarato la propria intenzione di coinvolgere tutte le altre forze politiche e la società civile nella stesura della nuova costituzione: il problema è che con la configurazione parlamentare uscita dalle urne sono le forze associate allo status quo (il Chp, nonostante le trasformazioni messe in atto dal nuovo leader Kılıçdaroğlu) o con richieste magari eccessive (gli indipendenti appartenenti al Bdp curdo) ad aver acquisito un potere negoziale enorme, perché senza l’assenso di alcuni loro deputati la nuova costituzione non potrà mai essere approvata.

Quali sono le tre priorità che secondo te il governo dell’AKP dovrebbe affrontare?

Marta Ottaviani Sicuramente la nuova Costituzione, che permetterebbe di porre le premesse per risolvere almeno 3 questioni: il problema curdo, il problema delle minoranze religiose e la situazione della donna, ancora molto negativa nell’est del Paese. Poi sicuramente il codice penale, in modo da garantire una maggiore libertà di stampa. Se poi fosse preso in considerazione anche il nodo Cipro, potremmo avere nuovi spiragli per quanto riguarda l’ingresso del Paese in Unione Europea.

Giuseppe Mancini – La costituzione, la costituzione, la costituzione: una nuova costituzione civile che parta dal riconoscimento per tutti i cittadini dei diritti e delle libertà fondamentali, che elimini senza pietà tutte le norme anti-democratiche (soprattutto in termini d’interferenza dei militari nella politica) della costituzione golpista del 1982; una nuova costituzione che dovrà anche prevedere un nuovo assetto istituzionale: perché è assolutamente necessario assegnare al presidente che dal 2014 verrà eletto a suffragio universale poteri concreti e non solo formali (chi è legittimato dal popolo non può essere confinato a un ruolo esclusivamente cerimoniale: se non ha poteri, è nell’ordine delle cose che cercherà di acquisirli e di esercitarli). La nuova costituzione è la priorità assoluta per la legislatura, le priorità immediate sono invece la ripresa dell’iniziativa democratica, della politica di apertura verso i curdi: e già l’annunciata nomina di un vice-premier con questo esclusivo compito è un ottimo segnale; la ripresa del processo di normalizzazione con l’Armenia; un’iniziativa forte e coraggiosa per l’unificazione di Cipro, da cui dipende in parte il futuro europeo della Turchia. Ma aggiungo anche un intervento tempestivo per evitare che il surriscaldamento dell’economia, facilitato da una politica creditizia allegra, sfugga definitivamente di mano.

I paesi dell’UE nei confronti della Turchia hanno negli ultimi anni mostrato una politica ambigua, penso a Francia e Germania che si sono mostrare nei fatti contrarie all’ingresso di Ankara a differenza ad esempio di Italia e Gran Bretagna. La Turchia oggi è più vicina all’Europa o più lontana e perché?

Marta Ottaviani Vedo una Turchia più lontana dall’Europa, ma a volte mi chiedo se sia mai stata realmente vicina. Personalmente ho sempre criticato molto l’atteggiamento francese e tedesco, soprattutto quello di Parigi perché, oltre a essere contraria all’ingresso, in alcuni momenti secondo me ha anche mancato di rispetto alla Turchia e questo non è affatto positivo. Dall’altra parte però, per quanto il premier Erdogan e il suo governo continuino a dire che Bruxelles rimane l’obiettivo prioritario, non vedo messi in atto I passi giusti per passare dalla teoria alla pratica. Forse questo terzo mandato sarà la volta buona.
Giuseppe Mancini – In effetti, come scrivo spesso nei miei articoli, la Turchia in Europa già c’è: è membro di pieno diritto del Consiglio d’Europa dal 1949; si è associata all’allora Cee nel 1963 e dal 1996 ha stabilito con l’Ue un’unione doganale; dagli anni ’90 è parte integrante delle iniziative multilaterali europee per la stabilizzazione e la ricostruzione dell’Europa balcanica; partecipa agli scambi universitari dell’Erasmus e di altri progetti su scala continentale, a tutte le più importanti competizioni sportive europee. Ovviamente, però, con Europa s’intende l’ingresso a pieno titolo nell’Unione europea, quello che continua a essere presentato da Erdoğan come obiettivo strategico per il 2023, nel centenario della repubblica creata da Atatürk. L’iter negoziale, in effetti, vive una fase di preoccupante stallo: causato dall’irresponsabile populismo di Sarkozy e della Merkel, da un clima di diffidenza diffusa alla creazione del quale contribuiscono in misura pesante i mezzi d’informazione (che sulla Turchia spesso e volentieri disinformano: durante la campagna elettorale abbiamo avuto esempi eclatanti), dall’oggettiva difficoltà nel trovare una soluzione mutualmente accettabile alla questione cipriota. Insomma, le prospettive sono tutt’altro che rosee: ma l’Akp di sicuro non ha intenzione di desistere, nel nuovo governo verrà creato un apposito ministero dell’Europa.

Come vive la gente comune la situazione che si è venuta a creare negli ultimi anni: un’economia in forte crescita, ed il paradosso di un partito islamico moderato fautore di alcune riforme che hanno ridimensionato il potere d’intervento dei militari nella vita politica come accaduto in passato, rendendo il Paese più vicino ai canoni occidentali di una democrazia parlamentare?

Marta Ottaviani In questo momento della sua storia vedo un popolo turco fondamentalmente sereno e sicuro di sé, a volte forse troppo se si considera il carattere fortemente nazionalista della popolazione, che va avanti nonostante le tensioni nella vita politica quotidiana. Questa straordinaria stagione economica li sta portando ad essere ancora più consci delle loro possibilità e credo che la Turchia stia dimostrando una grinta e una voglia di migliorarsi che dovrebbe essere presa come esempio da molti Stati, Italia in testa. La sfida è trasformare il boom economico in uno sviluppo omogeneo e sostenibile sul lungo termine. Considerato il noto bene che voglio a questo popolo, glielo auguro con tutto il cuore.

Giuseppe Mancini – Sinceramente preferisco non darti una risposta; la “gente comune” la risposta l’ha data in occasione del referendum costituzionale del 12 settembre 2010, l’ha ribadita il 12 giugno: votando in massa – un record per le democrazie occidentali – per l’Akp, per il partito che per l’appunto ha favorito forti tassi di crescita (dai quali, tuttavia, ampi strati della popolazione non hanno ancora tratto benefici), iniziative di pacificazione con tutti i vicini, le riforme democratiche che hanno cominciato a assicurare maggiori diritti e libertà, la neutralizzazione – speriamo definitiva – degli istinti autoritari e golpisti delle élites kemaliste. Io però non ci vedo nessun paradosso: le credenziali democratiche dell’Akp erano solide, si sono costantemente dimostrate tali alla prova dei fatti; poi è chiaro che cerchi di accrescere quanto più possibile il proprio potere: sfido chiunque a indicarmi un solo partito politico nel mondo intero che non lo faccia, l’importante è che nell’esercizio del poter non vengano violati i vincoli propri di un sistema democratico (in Turchia sono state le forze kemaliste – e non l’Akp – a farlo sistematicamente: le indagini contro l’organizzazione golpista Ergenekon, animata dalle alte sfere militari con la complicità di parte di magistrati e giornalisti, lo stanno ampiamente dimostrando – anche se c’è chi si ostina a raccogliere acriticamente le professioni d’innocenza smentite da montagne di documenti).

Raffaele Morani

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