Strage di Oslo. Vi racconto la vera Norvegia

L’articolo di Giuliano Compagno, già direttore dell’Istituto italiano di cultura di Oslo, è stato pubblicato oggi, venerdì 29 luglio, sul settimanale Gli Altri. E qui proposto per gentile disponibilità dell’Autore e della Direzione.

La redazione

LE BUGIE DEI MEDIA
VI RACCONTO LA VERA NORVEGIA

Una stretta insenatura che sospira tra due scoscese pareti di roccia. Questo è un fiordo. Ed è in una simile, infausta empatia che certamente i norvegesi stanno vivendo il loro dramma vero. Quattro milioni di persone si sentono strette tra due montagne poste l’una contro l’altra. Su di una cima, il loro presente di società; sull’altra la minaccia di un futuro prossimo in cui si vada a rinunciare a qualcosa. Già, ma a che?

Le fesserie che in questi giorni sono state dette e scritte sul perfetto modello scandinavo mi hanno turbato. Mi sono sentito un parente prossimo costretto ad ascoltare fandonie e favole sulla famiglia amata. La mia seconda, in qualche modo. Il paese che mi aveva accolto per quattro anni dopo aver denunciato in diretta Radio1 una commissione universitaria di concorso zeppa di concussi e concussori. Ci ero finito, in Norvegia, come un esule, di quelli che atterrano con il cervello a fungere da bagaglio a mano. Il resto chili di calzamaglie e scarponi (inutili). D’altronde mi avevano detto che in Norvegia i concorsi non erano truccati, che un pubblico ufficiale non poteva promettere posti nell’amministrazione e che il più bravo, vinceva lui. Era tutto vero.

Quel che ho letto in questi giorni dei vari Sofri, Valli, Severgnini… in gran parte sciocchezze orecchiate, nel caso di Adriano una memoria famigliare che merita rispetto ma che nulla ha più a che vedere con la realtà fattuale. Sono i suoi ricordi, ha il diritto di raccontarceli, però…

All’inizio si era sparsa la voce che dietro quell’ennesima mattanza vi fosse la jihad. E non erano mancati i commentatori dei primi dieci minuti, con le loro equazioni a zero incognite: era stata colpa delle strisce satiriche pubblicate su Magazinet e su Aftenposten tra il 2006 e il 2010? Fino a certo punto, aveva opinato con dovizia Vittorio Emanuele Parsi, invitando i lettori a guardare alla “palude” afghana. «Non dimentichiamoci – aveva spiegato a Lettera43.it – che in questi giorni nel Paese dei talebani stanno avvenendo passaggi diplomatici e militari cruciali». Il furbone alludeva
al cambioal cambio al vertice tra David Petraeus e John Allen, nonché al rimpatrio delle forze Usa e al parziale passaggio di consegne all’esercito di Kabul. Parsi aveva anche escluso, ma con riserva, la solita pista libica, perché per sua fortuna «Oslo aveva già annunciato la fine del suo impegno militare dal prossimo agosto». A questo punto – erano da poco passate le otto di sera, mancava solo il tocco dell’esperto di terrorismo islamico (ma c’è un albo apposito di terroristologi?), Khaled Fouad Allam, persino docente di Islamistica all’università di Urbino. Già prima di cena egli aveva intuito in che misura l’attentato di Oslo fosse la dimostrazione del globalismo del male. Ci era arrivato vent’anni dopo Jean Baudrillard ma andava bene lo stesso… «I terroristi della jihad ragionano in un’ottica globale – aveva chiosato Fouad Allam – sono, a loro modo, figli della globalizzazione. Siamo tutti nel mirino e nessuna città è troppo lontana per gli attentatori, ciò a causa della forte turbolenza in Nord Africa e, più in generale, del grande clima di instabilità internazionale». Parola di esperto.

Che pazienza! Anche perché, svanita la pista più banale, partivano le pappine consolatorie di coloro che, comunque, ci vedevano l’atto politico, la reazione contro la troppa libertà, contro l’eccessiva democrazia, contro la rinomata apertura del paese più giusto e più bello del mondo: proprio la Norvegia, ove da anni era in atto un processo di felice e spensierato multiculturalismo. Ma di quale paese stavano parlando i soloni del turismo per caso? Di un’offerta lastminute?

Chi ama davvero la Norvegia ne apprezza le due virtù importanti. La prima attiene alla concezione della regola. Molte volte, da tipico italiano incontinente e polemico, mi ero trovato lassù a contestare regole che non condividevo, senza capire che l’osservanza acritica delle regole rappresenta, in fondo, il vero punto di forza del sistema-Norvegia. Se ora lo affermo con sincera ammirazione, è anche perché porto l’esempio di un secolare esperimento fallito, di un paese cioè nel quale qualsiasi regola viene interpretata, svicolata e usata a piacimento dai cittadini. “Fatta la legge trovato l’inganno” è d’altronde un proverbio disastrosamente italiano. In Norvegia la pensano diversamente: “Fatta la legge, la si rispetta!”, e hanno ragione. La regola non ha infatti alcun valore coercitivo. Essa rappresenta un imprescindibile criterio di metodo. Se tutti vi si attengono, il sistema continua a funzionare. Se tutti la interpretano, il sistema scivola nel caos più insensato. Ma c’è di più: coloro che garantiscono il funzionamento della regola, anche della più inetta, sono i cittadini stessi, i quali non solo la rispettano, ma praticano persino un clamoroso esercizio di autocontrollo collettivo grazie al quale non si discute continuamente quel che i rappresentanti allo Storting (la nostra Camera) hanno stabilito.

La seconda virtù è ancor più importante. Recita che tutti hanno gli stessi diritti, e non soltanto dinanzi alla legge, anche in un bosco, in treno, per la strada. La notissima e leggendaria immagine del Re che fa la sua regolarissima fila per acquistare il biglietto della metropolitana è troppo scontata e non chiarisce la profondità dell’egualitarismo nazionale. Io avrei un aneddoto molto più simbolico, che intitolerei “Pari dignità”… Una mattina ricevo in Istituto (Italiano di Cultura) la telefonata di una giornalista Rai che vorrebbe intervistare il Ministro norvegese della Cultura. A quel dicastero dell’allora primo governo Stoltenberg siede Ellen Horn, donna dinamica e comunicativa che ho conosciuto pochi mesi addietro. Tempo una settimana riesco a organizzare l’incontro con la troupe (in Italia ci sarebbero voluti un anno e otto segnalazioni). Appuntamento davanti al Nasjonalteatret alle 16. La Horn è puntualissima e ci precede all’interno. Per lei è come tornare a casa, visto che è una famosa attrice e che aveva diretto il prestigioso teatro. Ci propone di rilasciare l’intervista nella grande hall al secondo piano. Magnifico panorama. La giornalista pone al Ministro la prima domanda. Nel frattempo nella grande sala si sta preparando un ricevimento per la serata, per cui si ode qualche tintinnìo di piatti e bicchieri. Nulla di sconvolgente ma la giornalista si lascia sfuggire un moto di nervosismo. Al che la Horn, con estrema cortesia, si rivolge alla cameriera e le dice: «Le dispiace interrompere un attimo, giusto il tempo di una breve intervista?». Con la medesima gentilezza, la cameriera risponde al Ministro: «Lo farei volentieri, ma io sto lavorando!». La Horn fa immediatamente capire alla giornalista che si tratterà di un’intervista con stoviglie…

L’episodio non racconta di alcuna rivendicazione di classe e nemmeno di un gesto antipolitico. Esso chiarisce un concetto di disarmante semplicità. Tanto il Ministro nel rilasciare l’intervista, quanto la cameriera nel preparare la sala per il banchetto, svolgevano il loro lavoro. E tra le due mansioni non vi era priorità. Entrambe avevano la medesima dignità nazionale. Sono i piccoli segreti che trasformano una comunità di persone in una civiltà avanzata…

Citato il paio di immensi pregi (magari li avessimo noi…), parlare di felice società multietnica è raccontare favole. Ci sono quartieri da cui i norvegesi fuggono per non mandare i figli in scuole con troppi stranieri non-occidentali, come in Germania ci sono istituti dove i norvegesi sono in minoranza e le ragazze bionde vengono additate come puttane. Inoltre si segnalano almeno tre novità inquietanti per la pacifica e aperta popolazione oslese: una escalation di stupri compiuti da non-occidentali; l’arrivo di molti rom e di mendicanti puri; l’ingresso della criminalità organizzata dagli ex-paesi sovietici. Per questo, se Breivik non avesse colpito, il Partito del Progresso Frp, notoriamente xenofobo avrebbe probabilmente vinto le prossime elezioni. Al di qua delle fiabe di Sofri e Valli, vige un “auto-apartheid”.

Oggi a Grønland (quartiere multietnico dove abitai nel 2000) i bar sono separati per etnia e per gruppo socio-culturale. Allora non era così. E comunque, ancora negli anni 80 le persone di colore difficilmente accedevano a locali pubblici tipo discoteche… E comunque negli anni 50 i quattro italiani  che c’erano dovevano stare in gruppo perché se andavano da soli in centro rischiavano di essere menati e di sicuro non gli affittavano le stanze e li buttavano fuori dai locali perché parlavano ad alta voce. E ancora… paese pacifico, certamente, intanto è il settimo esportatore di armi al mondo! Ed è anche, questo “Paradiso in Terra”, il luogo con le più alte densità di morti per overdose, di abuso di alcool e di produzione di immondizia pro-capite.

Eppure è un paese che amo. Eppure mi sento norvegese molto più di quanto quel buffone incipriato si sentisse lampedusano. E infine penso che Borghezio dovrebbe essere arrestato per violazione della legge Mancino. Oggi stesso. In Norvegia lo avrebbero già fatto. Due anni di carcere e gli facevano passare la voglia di dire scemenze. E a noi il dolore di dover guardare una faccia così stupida.

Giuliano Compagno

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