Rüdiger Safranski. Il romanticismo

Uno dei momenti più alti raggiunti dalla cultura europea nell’evo moderno è stato quando si avvertì la necessità di riscoprire la radice dell’identità di popolo e si volle farne un elemento della potenza superiore dell’individuo d’eccezione: il Romanticismo esplose tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento come una rivolta contro il razionalismo illuministico nel nome dei significati ancestrali dell’appartenenza. Mito, destino, sacralità della natura, magia dei legami, terra patria: entro questi termini è racchiusa l’anima eterna dell’Europa. E queste parole ancora oggi ci parlano il linguaggio del ritorno. Un ritorno alle origini che è diventato una necessità vitale per ciò che resta della nostra morente civilizzazione. La lotta per l’essere il non essere, che la coscienza europea non può non ingaggiare nel momento della sua massima eclisse, è legata alla riscoperta di quel grande patrimonio di cultura che i romantici di due secoli fa posero alla base della loro volontà di reazione rivoluzionaria contro il cosmopolitismo apolide.

La recente uscita di un ottimo libro sull’argomento – Il Romanticismo, di Rüdiger Safranski, pubblicato da Longanesi – riguarda il filone tedesco (di gran lunga il più importante) di un movimento d’idee che percorse l’intera Europa come una precisa anticipazione del risveglio nazionale avvenuto nel corso del secolo XIX. Il nazionalismo, difatti, non fu che la ricaduta politica di orientamenti agitati una prima volta in epoca moderna dai romantici, che al loro centro ebbero un concetto destinato a diventare cardine dello sviluppo storico: il popolo. Solo all’interno dell’idea di popolo, e solo in quanto espressione massima del popolo, lo stesso genio individuale – che il Romanticismo esaltò come vertice delle qualità umane – poteva avere un senso. Poiché l’uomo eccezionale (il poeta nazionale, l’eroe, il condottiero, l’artista, lo scienziato, il mistico), lungi dall’essere un atomo svincolato dai legami di sangue, di suolo, di storia e di anima con la famiglia del suo popolo, secondo i romantici ne costituiva al contrario proprio la maggiore rappresentazione, ne era il riassunto, l’esemplare più nobile: il genio come incarnazione e figura terminale del suo popolo. Il genio come forma vivente e archetipo della comunità di destino.

Il Romanticismo fu una rivoluzione. Molto bene fa Safranski a ricordare che chi gettò il primo seme della ribellione romantica fu Schiller. E Schiller ebbe parole di fuoco per la miseria morale del suo tempo, tutta già allora incentrata sull’utilitarismo individuale. Facciamo attenzione a questa antica polemica, che noi possiamo giudicare di straordinaria attualità per il nostro tempo. Nasconde la lotta della vera Europa, tradizionale e popolare, contro quella stratificazione estranea che le venne imposta dall’Illuminismo, con il suo pesante carico di pensiero acquisitivo, massonico, cosmopolita ed individualista, fondato sull’egoismo del singolo e sulla mercificazione dei rapporti umani. Schiller scrisse dunque che «l’utilità è il grande idolo del nostro tempo, cui dovrebbero essere asservite tutte le energie e a cui tutti i talenti dovrebbero rendere ossequio». Un idolo a cui egli opponeva l’esaltazione dell’arte. Dell’arte Schiller fece una specie di ideologia della contrapposizione: in essa, che è per definizione «fine a se stessa, e cioè estatica», il grande poeta tedesco vedeva brillare una forza simile alla religione, in grado di elevare lo spirito, ma anche di saldare gli uomini intorno ai simboli della comunità. E, sulla scorta di Schiller, il Romanticismo divenne anche vera e propria religione: la religione della bellezza, della forza, della fantasia, delle origini, del mito e dell’inconscio racchiuso nella memoria popolare. Personaggi di straordinario talento come Novalis, Tieck, i fratelli Schlegel, Wackenroder, i protagonisti del “primo Romanticismo”, quello di Jena, furono accomunati dalla volontà di creare una cultura impregnata di infinito e di volontà assoluta. Essi fecero dell’estetica e del sogno, della tensione verso il grandioso e l’impossibile, la ragione stessa dell’esistere. La religione rivelata, le sue ortodossie sterili e artefatte, vennero superate dalla divinizzazione della natura e del genio superiore: si mise la Bibbia in un canto, e ci si immerse nella lettura appassionata, come aveva detto Goethe, del “gran libro della natura”, l’unico e autentico testo sacro. Nacque in questo modo una sorta di nuovo paganesimo, devoto al mistero della vita, panteista, attratto dalle energie cosmiche che si celano nell’animo e nella mente. Come ricorda Safranski a proposito di Novalis, la religione rivelata ebraico-cristiana «significava poco per lui»; il dolce e struggente poeta «si era invece aperto una propria strada nel mondo delle origini». Al culmine di tale procedimento, il Romanticismo tedesco compiva il passaggio decisivo: la mistica dell’unione con la natura riscopre la comunità tradizionale, l’Io romantico diventa popolo.

Safranski condensa il significato del lavoro svolto dal movimento romantico – e in specie del “secondo Romanticismo”, quello di Heidelberg – proprio nel passaggio dalla celebrazione dell’Io divinizzato (di cui furono artefici alcuni geniali filosofi come Schleiermacher e Fichte) alla celebrazione della collettività atavica di appartenenza: «Dopo il 1800 si rafforza nei romantici la tendenza a parlare in funzione del collettivo. Il che avviene attivisticamente e con lo sguardo rivolto all’avvenire come nel caso di Fichte, il quale accentua ed eleva l’Io e le sue “azioni operose” fino a farne il grande Io del popolo». Il popolo diventa un Io collettivo. Per queste vie altri romantici – come i fratelli Grimm, Herder, Adam Müller, Brentano – riscoprono le antiche tradizioni, le saghe popolari, le narrazioni mitiche, il fantastico e l’onirico, e ne fanno una cultura nuova fondata sui caratteri nazionali. Nasce la nazione moderna. Attratti dapprima dalla Rivoluzione francese in quanto sommovimento che per un attimo credettero rinnovatore dell’identità, i romantici ben presto se ne staccarono: ne compresero in tempo la portata distruttiva, fondata sui principi astratti universali e sull’individualismo. Hölderlin e Beethoven presero a giudicare Napoleone, di cui all’inizio erano stati ammiratori, come un grande sovvertitore dell’ordine tradizionale. I romantici volevano di più, andavano oltre i sistemi sociali, oltre le classi: essi volevano non il proletariato o la borghesia, ma tutto il popolo. La loro rivoluzione riguardava i fondamenti, voleva rinnovare l’anima ripartendo dal più lontano passato, andava contro il mondo moderno, voleva ricostruire i miti antichi e renderli di nuovo cosa viva. Il mito del Reich eterno, con Kleist. La riscoperta del potere del simbolo, con Görres e Creuzer. La mistica della natura, con Schelling. E così via.

Alla fine, saranno il mito del germanesimo, con quel gigantesco punto d’arrivo del Romanticismo che è stato Wagner, e il mito del Superuomo con Nietzsche, che dei romantici raccolse l’eredità faustiana e sovrumanista. A queste potenti manifestazioni del genio romantico tenne subito dietro il Romanticismo politico. Dalla filosofia, dalla poesia e dall’arte dei grandi prese vita l’idea di una mistica del popolo, di una sua santificazione come energia cosmica e semidivina. E si volle tradurla in pratica, questa mistica, dando vita alle sognanti visioni delle glorie passate come obiettivo da attuarsi nel futuro prossimo. Così Safranski riassume la mentalità dei politici romantici (gli Stein, gli Arndt, gli Jahn) che segnarono l’Ottocento germanico: «Occorre rendere il popolo consapevole delle proprie forze. Ed è un compito al quale devono provvedere gli scrittori, ai quali viene conferito, addirittura ufficialmente, un mandato politico».

Il resto è noto. Il Romanticismo ha avuto nella prima metà del Novecento la sua finale crescita a potere mondiale, in aperta sfida a quel tradimento della civiltà europea che veniva considerato il liberalismo anglo-francese e americano. Per due volte consecutive la Germania romantica ha tentato di sbarrare la strada al cosmopolitismo massonico-liberale, e per due volte è rimasta sconfitta dallo strapotere materiale della “democrazia” giacobina-anabattista. Safranski ricorda che il Nazionalsocialismo è stato riconosciuto come l’ultimo erede del Romanticismo dai maggiori osservatori politici “democratici”, di ogni orientamento: da Tillich a Berlin a Lukàcs a Klemperer, fino a Mosse. L’estetizzazione della politica, la rinascita del mito popolare, la fede nell’infinito, l’estasi dinanzi all’inconscio del popolo. Queste, secondo gli storici, furono gli approdi irrazionali e romantici del Nazionalsocialismo. Ma i padri di una simile ideologia della potenza e del sogno visionario, dello sfrenamento “dionisiaco” e della purezza sublime, furono i romantici, da Herder fino a Wagner e Nietzsche, da Stefan George fino a Heidegger, fino a Jünger. Il culto religioso della razza e la mistica del destino comunitario erano già leggibili in Herder, in Jahn, in Wagner, nella quasi totalità dei romantici: Safranski, non per caso, traccia una linea di continuità da Schiller al “romanticismo d’acciaio” di Goebbels. Questo tragico Romanticismo di poesia e di spada, di nostalgia e d’azione, oggi giace fra i silenzi dell’Europa segreta.

Luca Leonello Rimbotti

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