Quel fascista libertario di Lorenzo Viani

I suoi quadri turbano, inquietano, strapazzano gli occhi e lo stomaco. Senti che dentro c’è, una volta tanto davvero, la vita. Senti che in quell’espressionismo furente che ti butta in faccia immagini di fatica e  miseria, di dolore e  malattia, c’è un mondo. La Versilia del popolo più basso, i dannati della terra e del mare. Marinai, vagabondi, donne del popolo, poeti, pazzi, puttane. La sua gente. Lorenzo Viani [nell’autoritratto a fianco] l’ama, l’amerà per tutta la vita. Evocandola quando nella Parigi del primo Novecento si immerge nell’avanguardia, facendola sua con amore furente quando ritorna a casa, consacrandosi ad essa da anarchico e da fascista. “Nero”, prima e dopo. Rivoluzionario sempre. Dalle piazze interventiste alla Marcia su Roma. Insomma, “Italia proletaria e fascista, in piedi!”. Viani è uno di quelli che ci crede. E il Duce vorrà sempre bene a quel «fascista rimasto libertario, o libertario diventato fascista», che dallo studio viareggino di Fosso dell’Abate gli scrive che «la rivoluzione deve avere come avanguardia gli artisti, non gli intellettuali, i pensatori, i filosofi» (Cfr. Yvon De Begnac, Taccuini mussolinani, a cura di Francesco Perfetti, il Mulino, 1990, pp. 428-429).

Già, gli artisti che scavano nella materia e ne tirano fuori l’anima. Esprimendola nuda e cruda, senza retorica. Viani è l’espressionista che estrae l’essenza. Chi ama Munch e magari è convinto che il suo “ Grido” sia il massimo della visione/allucinazione concentrata in un quadro, visiti la Galleria d’arte Moderna e Contemporanea di Viareggio (GAMC) dove Viani è presente con un bel po’ di opere. Altro che Munch, con tutto il rispetto, per carità. Basti guardare capolavori come “Ornella che fa i compiti”, “ Sposalizio”, “Vecchi pescatori”- mai più esposti dal lontano 1915-,  “Maternità”, “Gli anarchici”, “ Le zingare”. Dentro ci sono emozioni incontenibili che si condensano in figure spoglie, spolpate. Ridotte all’osso ed “eccessive”, “impossibili” proprio in/per questo loro scarno vigore.

Lo scandalo di Viani, da riscoprire anche nei suoi scritti. Non solo in quelli del narratore (Viani vinse nel 1930 la prima edizione del Premio Viareggio con Ritorno alla Patria), ma anche in quelli del critico militante (Scritti e battaglie d’arte, a cura di Marcello Ciccuto ed Enrico Lorenzetti, Pagliai, pp. 409, euro 25). Vi si legge, in data 1° maggio 1915: «Un signore visitando il mio studio (…) uscì con questo paterno consiglio: ‘ella dovrebbe rendere più possibili le sue figure ‘.  In questa frase sono riassunte le impressioni che i più provano vedendo per la prima volta i miei disegni; ma la parola ‘possibilità’ è una di quelle che dicono tutto e niente. L’arte che è la più grande espressione della realtà, ha la virtù o (se volete) il difetto della verità: è ‘impossibile’. ‘Possibilità’ –quanti oscuri pericoli in quella parola: adattamento: moderazione: rispetti umani…L’arte per me è la esaltazione dell’impossibilità, dell’eccessività, della rivolta o, magari, della follia».

Già, la follia. Questo umanissimo paese alieno Viani lo visita con partecipazione viscerale. Da sempre ne è affascinato e in un libro, pubblicato nel 1933 e riproposto ora da Barbès (Le chiavi nel pozzo, a cura di Tommaso Guerrieri, pp.170, euro 8), ne svela la l’ “enorme” (proprio nel senso etimologico del termine che vale come fuoriuscita dalla “normalità”) paradossale, terribile “verità”. I pazzi vivono in un’altra realtà o vivono nella realtà in un altro modo. “Stravedono”. I quadri del Lorenzaccio di Versilia sono abitati da chi “stravede”. Per colpa della fatica e della miseria, del dolore e della malattia, della passione e del disamore. Dannati. Insani e, a modo loro, “santi”.

Viani li ritrae e li racconta, in una lingua “pazza” anch’essa, impastata com’è di dialetto e di estrose invenzioni lessicali. Ecco un esempio: «Il curioso pazzo silenzioso è incagnito con gli occhi fissi sulla tavola, non noia e non vuole essere noiato, a volte con le dita di una mano, tutte aperte, si fa una cresta sul capo, e con l’altra stampa sul tavolo l’impronta della mano nera. Il teschiotto tira a risucchio le palline degli occhi e si vede soltanto il bianco, come quando uno si comunica all’altare, le labbra del furioso sono prese dal convulso, ma lui fa forza di vele per trattenere le parole e guarda come una iena i pazzi che aspettano incuriositi».

Il medico, seguito da tutta la rattutaglia del manicomio, come un primo attore da una sturma di popolo, domanda al furioso: «Come stai?».

Come stanno i pazzi? E che cos’è la pazzia? E cosa la saviezza? Facciamo rispondere ad uno dei furiosi che Lorenzaccio incontra nel manicomio di Maggiano, quello che poi sarà raccontato nel dopoguerra da un altro grande scrittore di Viareggio, Mario Tobino, psichiatra pre-Basaglia, con una piccola variante sul nome della località (“Le libere donne di Magliano”, Mondadori, 1963): La saviezza è una corda tesa tirante sottile sulla quale bisogna stare sempre in equilibrio. La pazzia è la terra sterminata che ferma anche le saette”.

Par di leggere il Nietzsche dello Zarathustra.  Ed è invece il sorprendente Viani scrittore. Originale quanto il pittore (si pensi ad opere come “Parigi”, “Angiò,uomo d’acqua”, “Il figlio del pastore” e quel “Ritorno alla patria”- tutti pubblicati da Vallecchi ma è difficile trovarli-  che, come si è detto, nel 1930 gli fece conquistare il Premio Viareggio, che, anni dopo, laureerà anche un altro libertario, Marcello Gallian).

Vero è che l’uomo qualcuno fa ancora fatica ad accettarlo. Visto che dal nero degli anarchici passò a quello dei fascisti, convinto, come il fiorentino Berto Ricci, di non avere per nulla cambiato idea, ma di aver trovato, finalmente, chi “un po’ di rivoluzione” la faceva sul serio.

Mario Bernardi Guardi

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