Manovra finanziaria. Il trucco c’è e si vede…

Nella manovra riguardante “le  misure finalizzate alla stabilizzazione finanziaria e alla competitività economica”, approvata venerdì scorso dal Consiglio dei ministri, c’è il trucco e si vede. Seguite il ragionamento.

E’ una manovra finanziaria da 47 miliardi di euro da ripartire nel quadriennio 2011-2014. Nel 2011 è previsto un intervento da 1,5; uno, un po’ più gravoso ma sostenibile da 5,5 miliardi, verrà realizzato nel 2012. E siamo a 7 miliardi. E gli altri 40?  Bè, il grosso, da sangue sudore e lacrime, lo rinviano al biennio 2013-2014.  Dov’è il trucco? Semplice: presentarsi alla scadenza naturale della legislatura del 2013 (ma anche prima, in caso di elezioni anticipate), con la favola risaputa di non aver messo le mani in tasca agli italiani. Poi, se rivincono le elezioni hanno altri cinque anni di tempo per far digerire il rospo di quei 40 miliardi. Se, invece, le perdono, come sembra molto probabile e auspicabile che accada, che se la veda il nuovo governo. Loro, dall’opposizione, spareranno ad alzo zero contro le “inique misure” che l’esecutivo dovrà adottare per rispettare questo bel piano economico.

Intanto, gli enti inutili, a partire da quei baracconi delle province, continueranno a fare il loro lavoro di parcheggio clientelare; si taglia la spesa pubblica, ma non a quella delle missioni militari; si dà una sforbiciatina a compensi e pensioni dei parlamentari e dei ministri, ma niente di che; si getta un po’ di fumo negli occhi introducendo il superbollo per le macchine di lusso e di cilindrata superiore a 306 cavalli (in origine si parlava di 170 cavalli ma poi deve essere sembrata una stangata troppo pesante e così si sono alzati i limiti che tanto sai che gliene frega a chi si può permettere Maserati, Ferrari et similia); si prevedono pedaggi per gli anelli di raccordo delle autostrade, e questa la pagheremo tutti;  si congelano i contratti degli statali e si preleva qualcosa dalle pensioni. Insomma, il solito tran tran e niente di strutturale  utile ad abbattere la vera causa dei nostri dissesti economici: il debito pubblico. Cioè il debito che ogni italiano ha con i noti istituti filantropici  quali la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e con chi, da privato mascalzone della finanza, sta facendo incetta dei nostri titoli di stato, in attesa di presentarci il conto esigendo gli interessi che stanno pericolosamente tendendo al rialzo. Un debito che, tanto per essere chiari, ammonta a più di 31 mila euro pro capite.

E’ stata scartata, invece, l’idea di alzare le aliquote dell’Iva dell’1%. Qui, con ogni probabilità, si sono resi contro che la stavano facendo veramente grossa e hanno opportunamente fatto marcia indietro. In Italia, infatti, sono in vigore tre aliquote Iva: una del 4% per gli alimentari e i beni di prima necessità, una del 10% per bar, ristoranti e servizi turistici e l’aliquota generale del 20% per tutti gli altri beni e servizi. Per disposizione europea non possono essere introdotte altre aliquote. L’idea, allora, era appunto di alzare quelle superiori, ottenendo l’effetto perverso di colpire soprattutto il potere di acquisto delle famiglie. E, da qui, condurre tutto il Paese in una regressione del consumo che avrebbe indebolito il nostro sistema produttivo. Una catastrofe, insomma. Del resto, non si capisce nemmeno con quali altre misure si andranno a recuperare quei famosi 40 miliardi che Bce e Bankitalia indicano come traguardo minimo per non far fare al nostro Paese la fine della Grecia. Il che vuol dire che la minaccia è stata procastinata, non debellata una volta per tutte.

Intanto, si torna a parlare di ridurre da 5 a 3 le aliquote dell’Irpef.  In attesa di conoscere gli scaglioni di reddito che rientreranno nelle nuove fasce di tassazione previste al 20, 30 e 40 per cento e di conoscere, quindi, chi pagherà di più e chi di meno rispetto a oggi, abbiamo la certezza che chi ha un reddito tassato secondo l’aliquota più alta del 43% (da 75 mila euro in su) sarà fra i sicuri beneficiari della riforma. Certo, non ci vuole Einstein per capire che un signore che nel 2009 aveva un reddito, mettiamo, di 23 milioni 57 mila e 981 euro, e pagava quasi 10 milioni di tasse, a reddito invariato, nel 2012 risparmierà quasi un milioncino tondo.

Come dite? Sembra un’altra legge ad personam? Ma va, cosa andate a pensare? Ho usato l’esempio del reddito di Silvio Berlusconi solo per illustrarvi la faccenda. Nella sua stessa condizione di privilegio si trova ben il 2,5% degli italiani. E l’altro 97,5%? Tremonti dice che la riforma non dovrà produrre deficit. In altre parole significa che mira a una redistribuzione del carico fiscale senza diminuire le entrate. E quindi, se sappiamo sicuramente chi ci guadagnerà, e non vogliamo pensare che si aggravi la situazione delle fasce più deboli, chi ritenete pagherà il conto ancora una volta? Vogliamo scommettere che saranno le fasce medie, quelle a reddito fisso (la più numerosa e anche la più facile da tassare) o da piccolo lavoro autonomo?

miro renzaglia

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