L’arte del porno ai tempi di internet

Toccati i duecento fascicoli, persino “Blue” si accomiatò dalle edicole italiane, i cui spazi riservati all’erotismo apparivano sempre più risicati, al punto da battersela con riviste amatoriali sul design e sull’architettura. Solo trent’anni prima i chioschi tracimavano organi maschili e femminili in piena attività, eretti e umidi al punto da ridurre, al solo paragone, una qualsiasi villa di Arcore a un giardinetto di parrucconi contemplativi.

Con la scomparsa della più bella rivista nazionale dedicata ai piaceri della carne e delle menti (era sottotitolata Contemporanei all’imbecillità ed era Coniglio il suo editore) il requiem della pornografia intonò le sue ultime note. Era due anni fa, le poche migliaia di lettori rimasti in trincea non potevano più giustificare un’emorragia di investimenti senza soluzione.

A quell’annuncio ci sentimmo tutti più poveri, e tutti infinitamente meno eccitati, uomini o donne, etero o gay, sadomaso o fetish che eravamo e siamo ancora, ciascuno disperso tra le onde di una pur generosissima rete. Il tradizionale mercato del porno non è più in flessione, è morto da un pezzo. I suoi gadget, le sue fotografie, le sue sequenze e i suoi primi piani appartengono al registro obituario dell’immaginazione occidentale. Non ce n’è più per nessuno di quella bellissima roba lì, al massimo possono riesumarsi notevoli tracce mnestiche alll’altezza del nostro sistema limbico, nella cui amigdala è ogni tanto dato rintracciare alcuni paginoni centrali di “Le Ore”, se non quando la splendida collezione iniziale delle edizioni de “I Moderni”, inventario delle bizzarrie sadiane e masochiane che la mia eroica generazione – in nome della quale sto rimpiangendo quel ben di Dio – seppe addirittura corroborare con certe pagine fulminanti di Gilles Deleuze (Il freddo e il crudele, geniale e normale).

All’epoca, quali fruitori attivi di una pornografia critica, ci eravamo diretti con passo sicuro verso lo spaccio periodico di sogni e segni dove si esaltava l’Italia post-democristiana. Era il paese che, all’indomani del 60% di no all’abolizione del divorzio, si sarebbe scatenato in un esercizio di progressiva disinibizione durato sette-otto anni, prima che le censure autoimposte e chiamate riflusso, cielle e minimalismo ci etichettassero come devianti sociali. Mi accadde addirittura, con l’amico Antonio Caronia, di fantasticare la redazione collettanea di una storia della pornografia italiana… Ma era già il 1987 e il marketing vero lo faceva quel furbone di Schicchi, uno che l’erotismo lo ha ammazzato, producendo eventi buoni per una provincia di serie B. Fu in quello iato tra il pre-lapdance e internet che proliferò “Diva Futura”, nulla di più presente e contingente, da “cogli l’attimo prima che l’onda ci anneghi tutti…”

I primi anni di internet furono complessi. Non si trovava nulla e soprattutto non ci si ritrovava. Era come essere precipitati all’indietro, alle parole base, ai concetti preistorici del gusto. Il trasgredire era impossibile. Occorreva inerpicarsi daccapo sulle pareti di un linguaggio trascritto con altri mezzi. Noi pornografi conoscevamo decine di idiomi utili a comunicare, eravamo infinitamente avanti ma quelli ci trasmettevano una sorta di lallazione deprimente e approssimativa. Eppure restammo connessi il tempo necessario a testimoniare una risurrezione della carne e dello spirito, circa un decennio, e per esser pronti a parlarne.

Una delle argomentazioni più contraddittorie che vengono oggi presentate a margine dei nuovi fenomeni è che nel web si possa trovare “qualsiasi cosa”. Lo si afferma in termini positivi (fantasma dell’onnipotenza) e negativi (riproducibilità e fine dell’aura). Che cosa si intenda rappresentare per “qualsiasi cosa”, in teoria, non è affatto chiaro. Lo è molto di più nella pratica surfistica. Dopo un po’ che ondeggia nel mare magno della vaghezza iconografica, l’utente si rende conto di tornare regolarmente alla casella del via. Disdetta! Era partito da “sex” e si ritrova a “sex”. Infatti “sex” è come lex o sport o music… è insomma l’infinito annegamento in virtù della perdita di senso.

Presto il navigatore si fa furbo e cerca di addentrarsi nel suo specifico. Lo fa con qualche legittima ritrosia perché teme il versante spionistico dei sistemi di controllo. Gli ci vorrà una buona dose di fortuna ma potrà allora capitargli di entrare nel sito eroticamente più enciclopedico della sessualità contemporanea. www.clips4sale.com apre infatti all’utente le pagine interminabili di un atlante perennemente aggiornato, le cui geografie erogene si spostano a seconda dei desideri e dei ghiribizzi di chi vi domanda accesso. Gratuito, ovviamente, giacché il primo segreto attiene alla prodigalità del gestore, il quale non chiede alcunché sino all’avvenuta scelta nel menù. Che è sterminato. Per capirci: stiamo parlando di un sito che ospita oltre due milioni di clip, almeno cinquantamila studios e circa seicento “versioni” sessuali, se con questa parola vogliamo intendere l’espressione del gusto erotico, il che coincide esattamente con la nostra interpretazione dei fatti, onirici e onanistici che siano.

E comunque va da sé che l’utente, d’emblée, si ritrovi nell’eden senza aver mai espiato nel purgatorio dei preliminari. Da “abused shoes” (estremo feticismo, rivolto alle scarpe vecchie) a “zit squeezing” (perché c’è chi ama vedere una donna mentre si schiaccia un foruncolo) ci passa un mondo di manie pazzesche, sostantivo e aggettivo da prendere alla lettera. E ovviamente anche quei piccoli tic ossessivi, quelle minime adorabili devianze che ci fanno amare dalle compagne e dai compagni di una vita.

Insomma il tutto all’opera, la panoplia immaginifica dell’eros maschile e femminile, dato che www.clips4sale.com non si rivolge a uomini o a donne ma ai miliardi di pubi sintonizzati in ogni luogo dell’orbe terracqueo. E non c’è “vorrei ma non posso che tenga”. Basta una carta di credito e la volontà politica di comprare la clip che ci ha stuzzicati, anche a 3 euro (quattro tazzine di caffè, direbbe Pannella, col vantaggio che poi nessun radicale ti rompe le palle).

E infine, date un occhio alle statistiche. Rispetto alle precedenti rilevazioni, crolla il mercato del solletico, dal primo al quinto posto dei filmati più venduti. Tiene il sadomaso, ormai diventato il partito più popolare. Si afferma il circolo dei cornuti contenti che piazza due video nei primi dieci. Al nono posto una new entry che non ti aspetti. Gli americani la chiamano ballbusting, da noi si traduce con un prosaico calci sui coglioni. A loro volta, i siti più affermati lavorano con il bdsm, con il wrestling e con il reparto “donne mature”. È l’ipermercato del sesso, 24×7, se siete tristi o gioiosi, se avete litigato o siete soli, lui c’è. È il presente ed è perfettamente inutile prenderlo in giro. Anche perché è noi…

Giuliano Compagno

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