Io non voglio morire democristiana. Lettera aperta di un’iscritta a Fli

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera aperta di Sabrina De Gaetano, iscritta a Fli, alla vigilia della convention nazionale di domani: “Io cambio l’Italia – Io cambio con il Terzo Polo”.

La redazione

Vestito grigio fumo, camicia rigorosamente bianca,  cravatta fondo unico di Marinella, occhiali in lega di titanio anche se ci vede benissimo. Sguardo attento, ma non troppo; stretta di mano facile ma senza vigore; sorriso a 32 denti  anche con impianto osteointegrato;  abbronzatura leggera quanto basta, anche in pieno inverno.  Sempre immerso nella folla poiché poco avvezzo ai sacri momenti di solitudine;  poco incline al pathos, ma sempre molto controllato in parole, opere, e (o)missioni.

Questo è l’identikit  del democristiano medio.

Lo si riconosce sempre, in ogni gesto, comportamento o lemma usato per far colpo.

Un democristiano lo percepisci a pelle quando si tratta di giustizia sociale, di lavoro, di gente comune.

Il democristiano è sempre flemmatico,  ondivago, su e giù, di qua e di là, né carne né pesce.

Quando chiedi ad un democristiano che tempo fa, lui ti risponde:  come va? Tutto bene? Che ti serve?

Ma lui è così, non ascolta, segue l’istinto. Non bada alla domanda poiché conosce implicitamente il seguito, il suo seguito:  amico mio, ti serve un buono benzina? Nessun problema, passa pure dalla mia segreteria.

Il democristiano non si lascia mai andare, non perde mai il controllo, è calcolato e calcolatore. Tutto nei minimi dettagli,  dalla questione di opportunità alla piattaforma programmatica in convergenza parallele.

Ma che vuol dire? – boh – espressioni che ho sentito dai democristiani.

Ma forse vogliono significare che è necessario prendere posizione? Essere decisi? Intercettare i reali bisogni della gente e risolverli senza se e senza ma?

O forse vuol dire molto più semplicemente che la mera questione di opportunità riguarda la bella poltroncina comoda in velluto rigorosamente rosso porpora?

Propendo per la seconda ipotesi e se vogliamo è sufficiente analizzare gli ultimi dati forniteci dalla piazza.

La piazza, la gente, la polis. Sì! La vera politica.

La gente osserva sempre più distinta e distante, non si riconosce più in un modo di intendere la politica becero ed opportunista. Do ut des!

No, non vogliamo più questo modo di intendere la politica. Non vogliamo più sentirci in colpa perché il politico di turno ti richiama all’ordine. Ma ordine di cosa? Noi abbiamo bisogno delle cose in ordine.

L’ordine della giustizia sociale, l’ordine del benessere economico che non sia appannaggio dei pochi a dispetto dei tanti; l’ordine della cultura che non sia soltanto una pubblicazione lanciata come operazione di marketing politico.

Ho da sempre creduto che si può vincere anche perdendo. Si vince con le idee. Si vince con la propria coscienza ogni giorno. Si vince quando si trova il coraggio per dire in assoluta chiarezza la verità, anche se a volte può far male.

Ecco perché non ho mai capito la logica delle alleanze di potere. Come si può intraprendere un  percorso quando con i propri compagni  non si ha nulla in comune?. No, ho mentito. Non è vero che non si ha nulla in comune. In fondo il vestito grigio e la camicia bianca e la cravatta Marinella, sono uguali.

Io non voglio morire democristiana!

Voglio morire libera e fedele al mio modo di pensare, attivo, deciso, cognitivo. Quando è carne che sia ben cotta e se viceversa è pesce che sia rigorosamente crudo.

Non voglio morire democristiana indossando abiti grigi e occhiali in lega di titanio.

Non voglio morire democristiana partecipando alle convention dove di  tutto si  tratta tranne l’essenziale: il Bene Comune.

Per me, casalinga di Voghera, il Bene Comune non è qualcosa di astratto che si racchiude in una stretta di mano viscida e fredda, per me è qualcosa che va ben oltre. E’ la bellezza di impegnarsi concretamente. Il dovere come valore morale che non si svende per una poltrona. I numeri sono espressioni di calcolo. Ed ecco che il democristiano calcolatore sa come fare. Matita e taccuino. Somma, sottrazione. Poco importa se dietro quei numeri ci sono persone e non fogli di calcolo composto.

Ecco perché non voglio morire democristiana.

Perché amo la libertà delle idee, amo la stretta di mano semplice e vigorosa, amo lo sguardo intenso, ma soprattutto non amo le fatue promesse del “ non ti preoccupare, portami il curriculum”.

Non voglio morire democristiana perché non ho alcuna intenzione di abbassare lo sguardo per la vergogna  del  tradimento. Il tradimento non rende grandi gli uomini.

Non voglio morire democristiana  perché non sono un prodotto da lanciare sul mercato, non voglio demo pubblicitari della famiglia felice del mulino bianco. Voglio sul serio una famiglia felice senza il problema di arrivare a fine mese.

Non voglio morire democristiana perché amo il mio Paese ed ho capito che è giunto il momento di prendere delle decisioni. Concrete e non di meri calcoli elettorali.

Non voglio morire democristiana perché guardo oltre e vivo il presente!

«C’è qualcosa di molto strano e inspiegabile in una cima da rimorchio. L’arrotoli con la stessa cura e la stessa pazienza di cui potresti dar  prova nel piegare un paio di pantaloni nuovi e, cinque minuti dopo, quando vai a riprenderla, è tutta un terrificante ributtante groviglio» [ cit. Jerome Klapka Jerome].

Non voglio morire democristiana perché un groviglio di cime mi impedirebbe di navigare in mari chiari e puliti. Si sa, nel torbido si trovano i topi. E quelli prima o poi abbandonano la nave.

Non voglio morire democristiana perché non sono un topo.

Sabrina de Gaetano

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