Indro Montanelli, il conformista. 10 anni dopo

L’articolo che segue sarà pubblicato domani, 22 luglio, sul settimanale Gli Altri.

La redazione

INDRO MONTANELLI
IL CONFORMISTA

Grande, grandissimo giornalista, Indro Montanelli. Penna svelta di mano e di cervello. Aveva il dono della chiara lettera. Si faceva capire, oh! se si faceva capire: i sui articoli filavano al nocciolo e quasi sempre lo centravano, anche grazie ad una ricetta di sua formulazione: «Se in un articolo ci sono due idee, una è di troppo». Non basta. Era dotato di uno spirito di indipendenza e di onestà intellettuale da insegnare nelle scuole per giovani aspiranti redattori: un anarchico a suo modo, un maestro assoluto della fedeltà a se stesso e solo a se stesso. Dato a Montanelli quello che è di Montanelli, ovvero il doveroso e sincero tributo al suo genio giornalistico e al suo rigore professionale, possiamo ora consentirci di entrare nel merito di alcuni suoi… demeriti.

Da uomo di destra – di destra liberale per la precisione – quale si  riteneva, cominciò a prendere cantonate politiche precocissimamente. Cominciò col fascismo che di destra liberale non aveva il benché minimo sembiante. Eppure, lui credette lo fosse. Lo credette tanto da partire volontario ed entusiasta alla conquista, illiberale per eccellenza, dell’Etiopia nel 1935. Non vide i gas nervini usati per abbattere il regime del negus che, anzi, negò sempre fossero stati ivi utilizzati. Nonostante fosse convinto che «coi negri non si fraternizza» sposò colà, praticamente comprandola dal padre, una bambina indigena di 12 anni che ripudierà al suo rientro in Italia. Nel frattempo, aveva cominciato la carriera giornalistica che, di scalata in scalata, nonostante qualche problemino con il regime a causa di alcuni suoi articoli non celebrativi delle truppe italiane durante la guerra civile spagnola, lo porterà all’assunzione al Corriere della Sera. Seguirà, come corrispondente di guerra, le vicende belliche del fronte orientale, illuminato sostenitore della missione anticomunista dell’Asse. Antifascista si rinvenne, un po’ come i più, solo dopo l’8 settembre del ‘43. Finita la guerra, ritrovò quasi immediatamente casa giornalistica nel migliore alloggio italiano: ovviamente, il Corrierone. E da quel momento, comincia a costruire la sua fama di “voce fuori dal coro” di cui andava fiero.

Il problema è che lui nel coro ci stava benissimo, solo che si era dato la vocazione del solista che fa il controcanto. Chi sa di musica definisce controcanto (o contrappunto) non il canto in disarmonia con la melodia ma come parte integrante e necessaria alla melodia del coro stesso. Insomma e fuor di metafora, il suo sbandierato anticonformismo è sempre rimasto “nel” e non “contro” il conformismo delle stagioni politiche italiane che attraversò. Un bastian contrario per vocazione eretica ma membro e-lettissimo  di tutte le chiese maggioritarie: dal fascismo prima – come abbiamo visto – al centro liberal-democratico dopo (suo il celebre invito a «tapparsi il naso e votare Dc» negli anni 70), fino all’avvicinamento al centrosinistra di Prodi per il quale, nel 2001, poco prima di morire, farà pubblica dichiarazione di voto. A chi gli rimproverava il voltafaccia rispetto al suo sbandieratissimo anticomunismo, proprio lui che dalle Brigate rosse era stato gambizzato, replicò a sua giustificazione: «Non ho certo bisogno di ricordare a te, né – spero – ai lettori l’anticomunismo “viscerale” di cui io e codesto Giornale fummo per un ventennio insigniti. Ma quando? Quando i comunisti c’erano davvero avevano in pugno tutta la sinistra, e l’Unione Sovietica alle spalle, e picchiavano forte, come ben sanno le mie povere gambe che non mi portano più. Ma le mie battaglie io sono abituato a farle contro i vivi, non contro i morti, e di comunisti vivi, cioè che pensino di poter resuscitare il comunismo, non ne vedo più in giro, nemmeno in Russia». Non aveva tutti i torti, anche se non appare insensato vedere riaffiorare anche qui la sua vocazione a stare dalla parte giusta: quella del potere (o del potere che si appresta ad essere).

L’unica maggioranza che si fece mancare e che lo trovò del tutto ostile fu quella del centrodestra di Silvio Berlusconi: l‘uomo che pure era stato editore del suo Giornale. Ma le cause di questa defezione – se così la vogliamo chiamare – furono tutt’altro che politiche e le renderà note lui stesso: «Nella mia vita – ha detto Montanelli – ci sono stati due Berlusconi completamente opposti: un grosso imprenditore, comprensivo e intelligente, che come capo politico ha dimostrato, nella vicenda del Giornale, volgarità, prepotenza e scorrettezza. Quando Berlusconi comprò il Giornale, noi fummo felici di venderglielo, ma il patto tra me e lui fu chiaro. Gli dissi: tu sei il proprietario, io sono il padrone. Ma quando decise di entrare in politica, mi disse: ora il Giornale deve fare la politica della mia politica. Io mi rifiutai. Lui fece una cosa molto scorretta. Riunì la redazione, a mia insaputa, e disse che da quel momento si sarebbe seguita la politica della sua politica». In principio, insomma,  fu il di-verbio, e il di-verbio era presso l’insofferenza di Indro ad accettare altra linea editoriale che non fosse la sua. Gli anatemi contro la “destra pataccara” del Cavaliere («Io continuo a professarmi uomo di destra: ma la mia destra non ha niente a che fare con quella “patacca” di destra che ci governa», ipse dixit) vengono dopo e appaiono, con ogni evidenza, conseguenti al diverbio originario. Tant’è, comunque – e gliene va dato atto – che per la prima volta nella sua vita, si trovò veramente “fuori dal coro”. Talmente fuori, che pochissimi dei suoi lettori del Giornale (nel frattempo consegnato alla direzione di Vittorio Feltri) lo seguirono nella impresa della nuova testata che fondò: La Voce.

Fu, probabilmente, l’unica sconfitta patita in vita sua o, almeno, la sola dalla quale non trasse alcun vantaggio. O forse, no. L’unica medaglia che non si era ancora autoconsegnato era il “blasone della sconfitta”. Era finalmente venuta l’ora anche per quella: «L’unico consiglio che mi sento di dare – e che regolarmente do – ai giovani è questo: combattete per quello in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincerne. Quella che s’ingaggia ogni mattina, davanti allo specchio».  Grande Indro: hai vinto un’altra volta.

miro renzaglia

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