Heavy Metal. Un fenomeno che resiste

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Concerti affollati, anche qui in Italia. Grandi band che transitano per il nostro Paese – questa regione periferica e mal coltivata dell’Impero Rock – e che raccolgono un pubblico appassionato, numeroso, instancabile. I dati li riepilogava a inizio luglio Paolo Gallori su Repubblica: «Erano in40mila, il 2 giugno,per i System of a Down all’Arena Fieramilanodi Rho. E in 15mila venti giorni dopo al Gods Of Metal, stessa location, per il tour d’addio dei Judas Priest, pionieri negli anni 70 del passaggio dall’hard rock all’heavy metal. Mutazione completata nel 1980 dagli Iron Maiden, headliner al Sonisphere, festival europeo itinerante che al suo debutto italiano raccoglie in due giorni, 25 e 26 giugno, 40mila persone all’Autodromo di Imola».

Così stanno le cose. E al di là delle risultanze del marketing, che in tanti altri casi non attestano nulla di più che un abbaglio momentaneo o una mania che è ormai senza rimedio, le conclusioni sono evidenti. La tribù dell’heavy metal ha resistito. Forse perché non si è mai trattato di una tribù unica, chiusa in se stessa e quindi condannata all’estinzione a causa dell’accumularsi di tare genetiche, ma di un insieme di gruppi che si sono scissi ogni volta che hanno sentito il bisogno di farlo. Che si sono separati con facilità, con irruenza, con reciproco orgoglio. Con la fermezza degli adulti che non pregano nessuno di restare, e neppure i loro figli. Con l’entusiasmo brutale della gioventù che non ha bisogno di giustificarsi neanche di fronte a se stessa, per affermare senza ostacoli una nuova verità. E per andarsi a cercare altrove la propria strada, e la chiave della propria sopravvivenza, pur mantenendo una traccia indelebile del legame originario.

Le probabilità sembravano contrarie, all’inizio. Sembrava tutto troppo limitato, sia sul piano espressivo che su quello dei comportamenti, per durare molto più di una stagione. Della manciata di anni che si consuma tra l’avvento e il tramonto di ogni sorta di generi musicali, che nel momento dell’apoteosi sembrano inarrestabili, ed eterni, e poi di colpo è finita. Lasciando dietro di sé una minoranza di irriducibili, disinteressati al mutare del vento e al sorgere di nuove stelle, per quanto luminose e affascinanti.

La regola era, ed è ancora, che a una scoperta fa seguito un’assuefazione. A un innamoramento un’abitudine. I ribelli si acquietano, in un modo o nell’altro. I giovani invecchiano, in un vicolo cieco o in un altro. Le nuove generazioni possono anche condividere la medesima rabbia di chi li ha preceduti ma giustamente, inevitabilmente, desiderano scrivere la propria storia con parole diverse. O almeno con un gergo diverso. Con un inchiostro di un altro colore. Con le singole lettere che saranno anche le stesse ma che vengono tracciate in uno stile differente, e insolito: una A in caratteri tondeggianti non è la stessa A in caratteri aguzzi. Una chiesa romanica non è una cattedrale gotica. E nemmeno la forma delle armi è indifferente al guerriero che le usa, benché servano al medesimo scopo e siano altrettanto funzionali a raggiungerlo.

L’heavy metal ha prodotto innumerevoli filiazioni. E quel che più conta lo ha fatto di slancio, con una vitalità talmente forte da schiantare ogni analisi. Il suo terreno non è la logica. È l’energia. Il suo orizzonte non è la consapevolezza. È l’istinto. Se lo osservi dall’esterno, e in superficie, ci metti due minuti a liquidarlo: «Come hanno sempre affermato i detrattori – scriveva più di trent’anni fa Lester Bangs, sulle colonne di Rolling Stone – l’heavy metal non è altro che un sacco di rumore; non è musica, è solo distorsione. Nell’ambito del rock contemporaneo, è il genere più strettamente collegabile con concetti di violenza, aggressione, saccheggio e strage. L’heavy metal orchestra il nichilismo tecnologico, ed è forse per questo che parve inaridirsi verso la metà degli anni ’70. È un treno espresso con destinazione il nulla, il che d’altro canto spiega forse il suo attuale ottimo stato di salute e il seguito dei fans».

Lester Bangs si fermava agli indizi, riuscendo a interpretarli solo in parte. Quella che definiva «destinazione il nulla» non era tanto la mancanza di una meta ma il rifiuto, sia pure confuso, delle mete proposte dalla società circostante. Dall’ordine circostante. Il nichilismo non si imperniava sulla tecnologia: si sforzava di trascenderla. Come accade spesso, era solo il riverbero di una rivoluzione collettiva mancata. O di una rivoluzione individuale che è arrivata troppo presto e che si è spinta troppo in là, rinchiudendosi in se stessa.

Dice Steve Harris, dei succitati Iron Maiden: «Come band non ci siamo mai interessati di politica, ma quando suoniamo sentiamo la rabbia dei giovani, specie dei ragazzi in Italia, Spagna, Grecia, i Paesi in cui siamo stati questa estate. Trovano nella nostra musica qualcosa che appartiene anche a loro». Naturale: la sensibilità viene prima del pensiero. La ribellione prima del ragionamento. La sete di giustizia, o di vendetta, prima della strategia con cui si tenterà di placarla. Non è un gioco di parole: prima della politica viene la pre-politica. Ovvero quell’insieme di valori, di impulsi, di convinzioni che si acquisiscono chissà come e sui quali, più o meno (in)consciamente, ciascun individuo struttura la propria identità e organizza le proprie scelte. Magari, in perfetta buona fede, è convinto di decidere sulla base di analisi del tutto razionali. Ma per lo più non è affatto così. Per lo più è la psiche, a indirizzare le persone. E dunque l’emotività, mentre al cervello resta l’incombenza di trovare delle giustificazioni adeguate, o almeno passabili, per mascherare il vero iter del processo.

Un ritmo ossessivo non mira necessariamente allo stordimento. Un assolo superveloce di chitarra non è per forza un’esibizione fine a se stessa. Sono tamburi che rombano nei recinti degli accampamenti. Sono frecce che sibilano fulminee contro le sagome del nemico. Sono promesse che potranno anche non essere mantenute ma che è indispensabile fare. O rinnovare.

Federico Zamboni

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