G8, Genova 2001. Compagni, ci siamo sbagliati

L’articolo che segue è stato pubblicato venerdì scorso, 1° luglio, sul settimanale Gli Altri. E’ postato qui per gentile disponibilità dell’Autrice e della direzione.

La redazione

LA NON VIOLENZA NON NASCE A GENOVA
ECCO PERCHÉ CI SIAMO SBAGLIATI
Ritanna Armeni

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Avrei preferito non ricordare Genova. Avrei preferito evitare una discussione sull’anniversario di quei tre giorni che, secondo me, sono stati dolorosi e infelici non solo per quello che è avvenuto – la morte di Carlo Giuliani, le torture nella scuola Diaz e a Bolzaneto, l’atteggiamento violento delle forze dell’ordine e di chi ne aveva il comando – ma perché non hanno rappresentato quel cambiamento nel movimento di cui si è tanto parlato e scritto. All’opposto hanno visto una sorta di autoinganno collettivo.

Quando ad anni di distanza vedo che c’è chi li giudica esaltanti, iniziatori di una nuova fase e comunque uno spartiacque nella vita del movimento provo – me ne dispiace – un senso di fastidio. Quei giorni per me sono stati a dir poco tristemente ambigui e oggi non posso sfuggire alla sensazione che su Genova a sinistra si siano raccontate molte favole. E che queste favole la sinistra le abbia raccontate soprattutto a se stessa.

Ci ho messo dieci anni per arrivare a questa conclusione, per dare parole ad un sentimento che non ho saputo definire in quei tre giorni genovesi e neanche in quelli molto tempestosi che sono seguiti: dolore e disagio, quasi fisici insieme ad un senso lontananza e di estraneità per quello che accadeva nelle piazze. Sentimenti che possono apparire in contraddizione e sono, invece, intimamente legati. A Genova poco mi apparteneva, quasi niente, quasi tutto rispettava vecchi rituali solo che a questi si voleva dare l’etichetta di novità.

A Genova, si è detto a sinistra, è apparso per la prima volta sulle strade un movimento non violento. Certo c’erano alcuni che provocavano – si ammetteva – c’erano i black bloc, ma il segnale di rottura, di discontinuità era la nascita di un movimento che si opponeva insieme alla globalizzazione e alla violenza. E quindi rompeva col Novecento. Il primo di una nuova fase.

Un movimento di opposizione alla globalizzazione sicuramente. Genova è venuta dopo Seattle, Gotemborg, Ventimiglia, Napoli… luoghi in cui per la prima volta in piazza si era infranto il muro che pareva solido e invalicabile del pensiero unico, di un liberismo onnipotente e onnipresente che pensava di poter essere oggettivamente e unicamente regolatore del mondo.

Ma sulla rottura con la violenza ho molto da ridire. Anzi credo che in quelle giornate non ci sia stata alcuna rottura A Genova, con quella violenza che lo Stato era deciso ad esercitare, ci si è trastullati, in una provocazione continua, non esercitandola direttamente, ma facendone la rappresentazione, riproducendone i modelli. Certo non si aggredivano i poliziotti, ma le zone rosse sì, non si faceva la guerriglia, ma la si simulava, non c’erano armi, ma veniva ostentata una difesa dalle armi in modo da evocarle. Negli scontri di piazza, voluti dalle forze dell’ordine non si contrapponevano modalità realmente pacifiste e innovatrici ma servizi d’ordine, leader in prima fila, decisioni prese da piccoli gruppi.

Sono propensa a comprendere questo atteggiamento. Non è facile passare da una tradizione di violenza ad una di non violenza, da una piazza che esige uno scontro ad una che modifica le proprie modalità improntandole ad una cultura opposta. Lo scarto esige passaggi e compromessi e, naturalmente errori. Non sono invece propensa a giustificare, anzi provo una certa rabbia, quando penso all’atteggiamento che ne è seguito, alla giustificazione che si è voluta dare di quel comportamento di piazza, quasi fosse stato la messa in pratica effettiva e completa della non violenza. Lì è iniziato il colpevole racconto di una favola, o meglio di una falsità ideologica che ha procurato non pochi danni.

Mi spiego meglio. Aver esaltato la non violenza del movimento di Genova, aver eccessivamente valorizzato gli elementi che erano solo intenzionali, ha bloccato un processo che forse da Genova poteva iniziare. Dire che lì si era già espresso un movimento non violento e non vedere, o meglio, non voler vedere quanto in esso ancora fossero presenti elementi tradizionali e quanto quel passaggio per quanto auspicato, non si fosse realizzato ha fermato un momento di critica crescita che poteva essere utile. Se quella esercitata a Genova era già il superamento della violenza che bisogno c’era di andare avanti, di esaminare, di criticarsi? «Non siamo riusciti – ha detto Fausto Bertinotti in una intervista a Katia Ippaso apparsa sullo scorso numero di questo giornale – in una un’idea di violenza che passasse dalla guerra alla violenza quotidiana, alla aggressività nei confronti della persona debole, a quelli scampoli di violenza che vengono usati con morbosità da parte dei mezzi di comunicazione di massa fino alla più oscena spettacolarizzazione della tragedia». Tutto assolutamente vero. Ma quanto ha contribuito a questa incapacità di andare avanti aver esaltato i comportamenti di Genova come l’inizio di un nuovo ciclo, del ciclo della non violenza?

Genova è stata la fine di una fase, l’ultimo atto incerto, ambiguo dell’appena passato ’900. Quello in cui si comprende che c’è qualcosa che non funziona, ma non sono ancora chiari i comportamenti da adottare; in cui non c’è adesione acritica al passato, ma ancora lo si ripete; in cui non è ancora chiaro come si supera la violenza di cui il Novecento è intriso. E in cui non è neppure esattamente chiaro quello che davvero si deve abbattere. Solo la polizia o anche l’autoritarismo dei leader? I rapporti di forza praticati nelle relazioni con i deboli, fra i sessi o i fili spinati difesi dalle forze dell’ordine? I potenti della terra riuniti per decidere il destino dei poveri o anche ciò di cui hanno convinto i poveri? La politica intesa come professione fatta sulla testa e spesso contro il popolo o la vera autodeterminazione?

Il modo in cui la sinistra ha accolto la morte di Carlo Giuliani è stata la dimostrazione più chiara di quella infelice ambiguità. È molto duro, anche a dieci anni di distanza, parlare di quella morte, ma non è la pietà per la tragica fine di un ragazzo di 18 anni ucciso dal proiettile di un poliziotto di poco più vecchio il punto in discussione bensì la santificazione che di quella morte si è fatta da parte della sinistra. Carlo Giuliani è morto mentre cercava di esercitare una violenza contro chi poteva esercitarla meglio e con più mezzi di lui. In un clima di tensione alimentato senza scrupoli da chi stava al governo a da chi aveva i mezzi per reprimere. Averne pietà, comprendere la logica terribile per cui era arrivato a quel gesto, essere vicini a due genitori piegati dal più grande dei dolori era ed è stato importante. Ma il passo successivo, cercare di trascendere e superare tutto questo facendone l’eroe di quei giorni, il simbolo di una rivolta e di un movimento che si autoproclamava pacifista non ha aiutato certamente a portare avanti un discorso già molto complesso. Quale violenza non avevamo ancora estirpato e che a Genova ha portato alla morte un giovane? Quella sarebbe stata la domanda giusta. E invece abbiamo evitato la domanda e ci siamo dati direttamente una risposta. A mio parere quella sbagliata. Carlo è stata la vittima innocente di una repressione poliziesca che non si è fermata nemmeno di fronte al manifesto pacifismo. È il simbolo di un grande movimento già costituito.

Che errore. E quanto ancora lo stiamo pagando. Anche ora che Genova è lontana. Ma la storia, uno ad uno, ci sta portando il conto di tutti i nostri sbagli.

Ritanna Armeni

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