F. Rinaldini. Quando il giallo si scrive col nero

È un filone narrativo. Un moderno genere letterario che coniuga il thriller alla location d’epoca: leggi epoca fascista e dintorni. Non si tratta, intendiamoci, di prosatori neofascisti, che cercano improbabili rivincite correndo sulle righe del romanzo storico: è l’ambiente, è l’epoca, quella epoca, che intrigano, che affascinano. Sono quegli anni che vengono giudicati un ottimo scenario per rappresentazioni noir e poliziesche, e che servono come meglio non si potrebbe da sfondo corrusco, un po’ perverso, diciamolo, con quel tanto di sale e pepe che piace al lettore medio con cultura media e indipendenza di giudizio media, cioè pari quasi allo zero. Romanzi, per dire, legati al filone nazi-esoterico ormai da anni sfondano le vetrine dei librai non meno di quanto si venda bene l’accoppiata Satana-Svastica, Magia-SS e via andare. Ma qui si tratta d’altro. Tutt’altro genere. Autori italiani, innanzi tutto. E per lo più ottimi. E situazioni italiane, italianissime. Troppe volte però, dobbiamo pur dirlo, la mano d’autore ci tiene a rappresentare i cattivi alla solita maniera: e il fascista, si sa, così malridotto dalla storiografia a senso unico finanziata dagli istituti Gramsci, si presta a meraviglia a recitare la parte del cattivo. Che sia nel cinema, nel romanzo o magari nella fiction televisiva di grana grossa, il violento, l’infame, il vigliacco, insomma lo stronzo di turno è sempre quel poveraccio del fascista.

Ma alle volte la sensibilità è più alta, la propaganda spicciola e la subcultura resistenziale obbligatoria non sfondano, cedono il passo a un più equilibrato registro, e allora si hanno produzioni di qualità ad alto tasso di credibilità. La grande storia che si intreccia al dettaglio di una trama narrativa anche raffinata, con citazioni e rimandi non dico eruditi ma quasi. E allora ecco Giulio Leoni, che in molti suoi romanzi opera delle ricostruzioni ideologiche o d’ambiente che tirano in ballo il Fascismo o il Nazionalsocialismo. Per dire, nell’ultimo romanzo di Leoni La porta di Atlantide, si riesce a parlare di Sievers o di Hörbiger (due pezzi da novanta del Nazismo “esoterico”) senza farne due manichini afflitti dal solito delirio. Poi c’è la scuola dei toscani: gli operatori del giallo antifascista, autori noti ed anche famosi, dai fiorentini Leonardo Gori e Marco Vichi, col suo commissario Bordelli, al viareggino Divier Nelli.

Adesso c’è del nuovo nell’aria ed appare in libreria quella che si direbbe la risposta nera al giallo rosso. Ed è ancora un fiorentino, anzi uno scrittore del contado, proveniente direttamente da Scandicci, dalla campagna antica della Badia a Settimo, insomma è Fabrizio Rinaldini che costruisce col suo In morte di un collega (Edizioni Sassoscritto di Firenze) una formidabile trama gialla tinteggiandola con un’appartenenza dichiarata, discreta e non certo becera come spesso accade sull’altra sponda. Parliamo di un thriller che intreccia magistralmente l’intrigo e il sovrapporsi delle trame, che sa come pochi tenere sulla corda il lettore con le arti della sospensione della narrazione. Che ti squaderna i personaggi alla maniera di un Drieu o di un Céline di casa nostra: e che ogni tanto, con il tatto di chi conosce la fatica e il dolore che sono costati l’appartenenza e l’identità, rivendica come presente il proprio passato. Quello politico, chiaro e tondo. Rinaldini è quello che è uscito, uguale a se stesso e anzi ripotenziato, dalla militanza giovanile nel Fronte della Gioventù anni Settanta, quando gli ideali scuotevano le vene e non si misuravano i pericoli, è quello che poi ha attraversato il filo spinato della persecuzione giudiziaria stile anni-di-piombo, riportando anche cicatrici nell’anima, e poi si è posizionato nella società di oggi con lo stato d’animo dell’esploratore in terra vergine e straniera: con la mano mai lontana dal grilletto psicologico. Un tipo “esule in patria”, per intenderci, un uomo che riconosce le fattezze deformi della sua epoca e che ne soffre e che ne scrive e se ne ribella e che insomma ci prova a suo modo a vivere la famosa vita degna di essere vissuta. Il suo libro In morte di un collega, in questo, è una fotografia autobiografica.

Difatti, il suo romanzo – romanzo contemporaneo, che corre per le strade delle nostre città, Firenze, Prato, Bologna, tra centri commerciali, periferie, zone residenziali, parcheggi, squarci e prospettive nostre, della nostra quotidianità – pullula delle aberrazioni postmoderniste, descrive i retrobottega scuri e criminali del paradiso democratico, naviga nella acque torbide del calderone multietnico, quella fogna globale che già oggi ama essere l’Italia, con quel suo scimmiottare l’America dei vizi, degli squallori, del malaffare in alto, molto in alto, e in basso, molto in basso. Rinaldini tratteggia il protagonista della sua storia – un vero eroe del nostro tempo, di quelli che ci vorrebbero nel numero di qualche migliaio, che basterebbero per rovesciare il tavolo – facendolo agire nelle bassure di una società e di un popolo votati all’auto-annientamento. E disegna una trama d’attualità e una mappa metropolitana già sprofondata nei liquami di un medioevo futurista: bande criminali straniere, corruzione, assassinio, violenza rude e terrorismo mentale, mondialismo scatenato, profitto a usura, paura e codardia e i soldi, tanti soldi…su tutto questo, che è il normale effetto del progresso come lo intendono “loro”, galleggiano come uno spicchio di aria pura e di nobiltà di vita l’amore profondo, nel classico incontro di un “lui” e di una “lei” che si riconoscono d’istinto, quasi all’odore, e la fedeltà all’Idea di una vita. E inoltre la forza di credere ancora a qualcosa come l’intendiamo “noi”, e poi il richiamo primordiale dell’uomo differenziato al suo branco, la santa comunità dei simili: gli irriducibili, che come una pattuglia di congiurati non chiacchierano e basta, non soltanto leggono Mishima, ma magari lo rifanno in salsa attuale, e dunque sanno accorrere quando serve, e nei modi che servono. Il branco dei neri che si spalma su un giallo italiano: mai prima nessun narratore, ch’io sappia, aveva oltrepassato con tanta naturalezza gli steccati ideologici di regime.

«Si domandò dove diavolo avrebbe trascorso il solstizio, quell’anno…Che strana ragazza Gloria!…Gli sarebbe piaciuto che accettasse di venire. Averla accanto durante la lettura e poi, quando i fuochi vengono accesi, uno dopo l’altro, a significare una catena che unisce idealmente uomini e donne, vecchi e giovani, che ripetono quel rito in tante parti d’Europa. Fratelli europei che non si conoscono fra loro, che parlano cento lingue diverse ma sanno che su dieci, cento, mille montagne altri come loro in quello stesso momento stanno cantando intorno a quei fuochi». Ma allora esiste, da qualche parte, ancora esiste un’Europa del genere, ancora esistono uomini e donne che all’identità, all’onore di appartenere ad una civiltà che qualcosa ha dato al mondo ancora credono e per essa ancora vivono, ancora tengono duro. Occorreva leggerlo sul romanzo giallo di Fabrizio Rinaldini, dopo una cavalcata di pagine in cui il lettore è stretto alla gola in maniera trascinante da un affresco sulle perversioni del moderno, e che ogni tanto si sofferma sul dettaglio che parla da solo: magari su quel simbolo che indica il marchio di una tenuta interiore che la puoi anche criminalizzare, ci puoi anche far sopra delle leggi ad hoc, ma tanto non si piega: «”La porti sempre?”, gli chiese tenendo in mano la croce celtica d’oro che aveva al collo. “Da quando avevo quattordici anni. Me l’ha regalata mio padre”». Romanzo ideologico, allora? Di più: romanzo di mobilitazione, narrativa revisionista, controstoria, il bene e il buono stavolta sono dalla parte che il borghese medio e i poteri grossi non si aspettano.

Luca Leonello Rimbotti

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