Ezra Pound. O del vedere meglio, vedere prima

L’articolo che segue sarà pubblicato domani, 15 luglio, sul settimanale Gli Altri.

La redazione

PERCHÉ POUND CI PARLA ANCORA

Forse ha ragione Ivano Fossati quando canta: «Ci sono poeti che non si può raggiungere». E qualcuno di loro è ancora meno raggiungibile di altri. Vuoi perché la sua scrittura disdegna il liricheggiar leggiadro che ci hanno insegnato a scuola e sceglie altre vie di realismo poetico; vuoi perché riempie di contenuti presunti impoetici i suoi versi; vuoi anche perché, magari, si è trovato a fare scelte politiche oggi impopolari e su di lui continua a gravare un qualche pregiudizio. Prendete tutti e tre gli elementi che ho citato a ostacolo della raggiungibilità del poeta, frullateli ben bene e servite a mente fredda un nome. A me viene fuori quello di Ezra Pound. E a voi?

Nato americano nel 1885, trasferitosi in Europa ventitreenne, animerà movimenti di avanguardia letteraria come l’Imagismo e il Vorticismo. Scoprirà e aiuterà a compiersi altri geni della letteratura suoi pari: Joyce ed Eliot, su tutti. Arrivato in Italia nel 1924, incontra a Roma il padre di tutte le avanguardie artistiche: Filippo Tommaso Marinetti. Dal quale si fa convincere a dare una sbirciatina alle realizzazioni in corso d’opera del fascismo. Mal gliene incolse, perché, con quel cervello infiammato da radicali idee sociali, crede di vedervi la sua patria elettiva. Incontra il duce a Palazzo Venezia e se ne innamora al punto da apprezzare quel «divertenti» con il quale l’uomo nero liquida i primi 30 capitoli del suo monumentale capolavoro, i Cantos, che gli aveva fatto recapitare in precedenza. Nell’imminenza della guerra fra Italia e Stati Uniti, decide di ritornare in patria. La sua ambasciata, però, gli nega il rinnovo del passaporto. Ormai, la notizia di quella sua sconsiderata simpatia per l’infausto regime aveva attraversato l’Oceano: che rimanesse pure là. Allora, ne pensa un’altra. Assolutamente radicato nella sua convinzione pacifista, chiede ed ottiene di parlare dai microfoni di Radio Roma ai suoi concittadini. Il fine dichiarato delle trasmissioni è impedire la guerra fra le sue due patrie: quella naturale e quella elettiva.  Non ci riesce neanche un po’. Tra il 25 luglio e l’8 settembre rimane incastrato a Roma sotto le macerie del crollo del regime. Potrebbe rassegnarsi alla fine della sua missione e ritirarsi tra i suoi versi. Macché! Nasce la Repubblica sociale italiana e lui mette i piedi dentro due stivali che gli vanno pure stretti e si avvia verso la – come la chiamò – «repubblica dell’utopia». Il 25 aprile del 1945, lo coglie di nuovo impreparato. Due partigiani, ex pregiudicati per delitti comuni e probabilmente ex fascisti, lo arrestano nella casa di Zoagli sul promontorio del Golfo di Tigullio. Lo consegnano agli americani, che lo sbattono in una gabbia metallica sotto il sole incendiario della spianata pisana (dall’esperienza nasceranno i Pisan Cantos, la parte ultima del poema). Ne esce stremato, dopo 40 giorni, per essere trasferito in America dove vogliono processarlo e probabilmente condannarlo a morte con l’accusa di tradimento. Una provvidenziale perizia psichiatrica lo riconosce incapace di intendere e di volere: lo salva dalla sedia elettrica ma lo fa rinchiudere nel manicomio del St. Helizabeth Hospital. Ci resta 12 anni. Liberato, nel 1957, prende la nave e ritorna in Italia. Incurante del cambio di regime, sbarca a Napoli e accoglie il capannello di fotografi e giornalisti che lo attendono con il saluto romano. Si chiude progressivamente nel tempus tacendi. Morirà a Venezia il 1° novembre 1972… Bella storia, non è vero? Strano che nessuno abbia pensato di farne un film.

Dirà, poco prima di morire, riguardo alla sua opera poetica: «Gli applausi dureranno secoli». Ora, chi sa di poesia non ha alcuna difficoltà a ritenere che l’autoprofezia si stia avverando: i Cantos sono uno snodo cruciale della poesia di ogni tempo e del Novecento in assoluto. Chi, ancora, sa di poesia ma ha altri gusti rispetto al tipo di scrittura che Pound mette in testo, dirà che è un’esagerazione dovuta alla sua megalomania e che mai e poi mai quei suoi strampalati contenuti di economia sono materia che si presta ad essere poetata. Chi, invece, non sa nulla di poesia metterà avanti il pregiudizio: “Pound, chi? Il fascista?” assegnando al proprio orientamento politico la preferenza o il rifiuto per il genio. Per la destra illetterata, un martire della rivoluzione fascista e basta; per la sinistra antifascista, un reprobo punto.

Peccato… Peccato, perché in un mondo sempre più dominato dal pensiero unico liberista, la poesia di Pound non è solo un modello di altissima letteratura, ma avrebbe anche molto da dire a tutti i non rassegnati all’ineluttabilità del libero mercato (soprattutto quello finanziario).

Aveva una ossessione Pound e la definiva “usura”. Usura è quella pratica che crea soldi dai soldi attraverso i prestiti contro interesse. E non ce l’aveva con gli strozzini da strada: i massimi usurai, per lui, erano le banche e gli ingegneri dell’Haute Finance. In definitiva, Pound utopizzava di sottrarre la moneta al dominio e al controllo di queste entità super ed extra nazionali, per restituirla a quelli diretti dello Stato. E si imbestialiva con i liberali. Diceva: «I liberali che non sono tutti usurai, dovrebbero spiegarci perché gli usurai sono tutti liberali…». Certo – avvertiva ancora  – nessun sistema si dimostra veramente buono se chi lo deve realizzare non è sorretto da un fortissimo senso etico. Ma lo stato è, quasi sempre, l’espressione mediata o diretta della volontà di un popolo, mentre nessuna banca è stata mai eletta o acclamata da alcun chi.

Purtroppo, la perdita di sovranità dello stato di qualsiasi nazione indebitata, a favore di quella illimitata del potere finanziario creditore, che all’epoca in cui Pound scriveva poteva sembrare un’oscura e catastrofica previsione è, oggi, una realtà incontestabile (osservare, ad esempio, cosa sta accadendo in questo giorni con la speculazione sui titoli di stato italiani). Quasi tutti i paesi del mondo sono o si avviano a diventare debitori di potenze finanziarie globali, super e trans nazionali (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, in primo luogo). Come sa chiunque abbia acceso un mutuo, si resta padrone dell’investimento e del modo di gestirlo fino a quando il debitore (il cliente, direbbero gentilmente al vostro sportello bancario) è in grado di restituire, oltre al capitale debitorio, anche il cospicuo interesse (usura… usura…) che ne deriva. Ma quando, per esempio, un rialzo dei tassi (stabilito unilateralmente dalle banche centrali) rende difficile, se non impossibile, la soddisfazione del debito, è il creditore che comincia a dettare le sue regole, pena l’esproprio.

La stessa cosa succede agli stati indebitati. Quando il debito pubblico sale ai livelli italiani (o peggio), dagli altissimi consessi finanziari sopra citati (Fmi, Bm, Bce, etc…) arrivano i consigli giusti per raddrizzare l’economia. E ai governi nazionali non resta che ratificare: una privatizzazione là (che significa esattamente, una cessione di proprietà dello Stato alle banche o a società dal comodo prestanome); un taglietto alle pensioni qui (o un innalzamento dell’età pensionabile fino ai limiti dell’umana sopportazione); una sforbiciatina al sistema sanitario; una riduzione delle spese per l’istruzione; l’introduzione, liberista per eccellenza, del lavoro precario (altro che le 5 ore giornaliere di lavoro chieste da Pound: qui si va alla libido del capitalista stabilire quando, quanto e come far lavorare il prestatore d’opera, con buona pace dello stato fondato sul lavoro). E poi, via, insomma: è ora di finirla con questo residuo assistenzialista dello stato sociale…

miro renzaglia

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