Colosseo vendesi. Siamo alla frutta…

Per i beni culturali dello Stato, il destino sembra segnato. Dal 2001 ad oggi, Tremonti e alleati, pur di non aumentare le tasse, hanno pensato l’impensabile: vendere il patrimonio dello Stato, compresi i beni storici e culturali. Dopo dieci anni ci sono riusciti, anche se non come avrebbero voluto. Come per l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, hanno semplicemente aggirato l’ostacolo. Così da lasciare senza parole gli operatori culturali, gli artisti o gli accademici. Si è concretizzato tutto in poco tempo, nel disinteresse generale: in cambio di 25 milioni di euro, destinati al restauro del Colosseo, hanno dato in gestione il monumento più famoso del mondo ai Della Valle. Per dieci lunghi anni. E’ la classica guerra lampo. Prendere i cittadini e i giornalisti alla sprovvista, così da rilanciare su tutta la linea: il modello Colosseo è esportabile, per tutti i monumenti e i centri di interesse storico e culturale. Fino a ieri a lamentarci di Bondi e del crollo della Schola Armatorum a Pompei, oggi tutti a festeggiare il nuovo corso che salverà l’Italia e le sue bellezze. Non ci sono i soldi pubblici, il patrimonio storico e artistico italiano è in rovina ma interverranno i capitali privati a salvare la situazione. Siamo davvero di fronte alla panacea di tutti i mali?

Per saperne un po’ di più, senza pericolo di incorrere in baronìe, politicanti o imprenditori in cerca di visibilità, era necessario rivolgersi a chi sta nel settore da anni, è costretto a subire la disorganizzazione e le contraddizioni ma, nonostante tutto, riesce a togliersi tante soddisfazioni con un lavoro che per molti è ancora passione e studio e sacrificio.

Giulio Fratini e Francesco Moriconi hanno fondato l’Acanthus s.n.c. alla fine del 2000 e da allora hanno lavorato a progetti medi e grandi sui più importanti monumenti ed edifici storici italiani. Il primo ha insegnato Rilievo Archeologico presso l’Università di Siena, il secondo era professore di Analisi Tecnica dell’Edilizia Storica presso la stessa università.

I monumenti e i centri di grande importanza storico-artistica, stanno finendo davvero in mano ai privati. Tremonti è finalmente riuscito nel suo intento?

<<Prima di focalizzare l’attenzione sull’investimento privato e sulle privatizzazioni in genere, bisognerebbe partire da un presupposto chiave: il restauro va fatto su ciò che si conosce. Una volta consolidato un potere accademico, si arriva persino al disprezzo della scientificità intesa come rispetto dei dati e vincolo ad essi nell’interpretazione, al di là di ogni pretesa verità assoluta. Se la conoscenza non viene da un metodo condiviso e dal dibattito, quale restauro si pensa di operare? Non c’è nulla di più esiziale della negazione di un dato oggettivo (per dolo o per incapacità) all’interno di un cantiere di restauro: che i fondi vengano dallo Stato o dai privati, la questione è l’atteggiamento nei confronti del bene culturale. E’ necessario stabilire sopra ogni cosa le priorità>>.

Allora, quali sono queste priorità?

<<E’ prioritario avere il bookshop o il ristorante, specie se al centro di Roma,  che un edificio storico sia in condizioni di rimanere in piedi? E’ necessario conoscere in profondità l’oggetto di intervento, salvaguardando informazioni altrimenti non recuperabili o proporre arbitrarie ricostruzioni flamboyant che servono solo a far risplendere la figura di chi le propone? E’ necessario, in una grande struttura monumentale, scavare prima o dopo aver consolidato e capito quanto già emerso?.

Al Colosseo sembra che le priorità siano stabilite, servono 25 milioni di euro per ridare il colore originario all’esterno e per garantire stabilità all’intero monumento. Ci pensano i privati, in cambio dello sfruttamento del logo.

Partiamo dalla fine. Perché non si capisce bene cosa sarà questo sfruttamento del logo. Si tratta di un guadagno sottratto allo Stato che andrebbe a Della Valle o, come è più probabile, è la garanzia di un ritorno economico per un imprenditore che spende i soldi al posto della comunità? Una cosa è certa: il Ministero dei Beni Culturali è sostanzialmente senza soldi. Ben venga un investimento privato insomma, basta che sia controllato dallo Stato. Specie per i monumenti che rischiano la sopravvivenza. Così arriviamo alle priorità. Non è chiaro se il Colosseo abbia davvero i gravi problemi statici di cui si è parlato di recente. La pulizia della ‘pelle’ non è una priorità rispetto al consolidamento statico. Vale per il Colosseo così come per tutti gli edifici storici. Andrebbe precisata un’altra cosa: come nella stragrande maggioranza dei siti archeologici e dei monumenti italiani, non esiste una monografia esaustiva del Colosseo, con rilievi, mappature stratigrafiche e cronologiche. Ergo il cantiere partirà col solito problema di conoscenza in fieri soggetta alla tempistica serrata del cronoprogramma.

L’affidamento dei lavori a imprese edili medie e grandi, potrebbe essere letto come un tentativo di velocizzare l’intero restauro?

In realtà non c’è nessun intento di velocizzare. O se c’è non dipende dall’assegnazione dei lavori a imprese edili medie e grandi. E’ ormai prassi consolidata affidare a questo tipo di imprese gli appalti, obbligandole poi a servirsi di subappaltatori come piccole ditte di restauro o archeologiche. La velocità nei lavori è un concetto che stride con l’atteggiamento che bisognerebbe avere nella tutela del patrimonio. Per i restauri bisogna avere fondi massicci che lo Stato attualmente non riesce a garantire per carenze economiche, prima ancora che per contingenze politiche. La privatizzazione della cultura è difficile da gestire e controllare. Ma prima ancora della dicotomia pubblico-privato, c’è la più importante differenza tra fare bene e seriamente il proprio lavoro e farlo male o non farlo affatto. Nel caso del Colosseo, saranno i funzionari dello Stato ad essere controllori. Il problema rimane, anche se non va ascritto al privato: riuscirà il Ministero a controllare ogni giorno le attività nel cantiere?

L’eventuale problema insomma, potrebbe scaturire da come si imposta la commistione tra pubblico e privato.

Ogni restauro, scavo, studio di edifici storici è già da tempo portato avanti dalle Sopraintendenze grazie a professionalità private che hanno competenze specialistiche di prim’ordine e, pur con tutti i difetti, sono svincolate dall’impaludamento accademico autoconservativo. Potrebbero essere mostrate come punte di eccellenza in molte occasioni e valorizzate, anche nel dibattito culturale internazionale.

Lo spauracchio, allora, sono gli impaludamenti accademici?

Non solo. Basti pensare alla burocratizzazione delle attività degli ispettori. La loro presenza nei cantieri non può che essere sporadica. In più c’è un problema di perizia quando si ricopre un ruolo non tarato sulle proprie capacità professionali. Ad esempio, uno storico dell’arte esperto in ceramica può essere chiamato a dare il parere su un’anastilosi o sul quadro fessurativo di un edificio. Il mondo accademico è una parte del problema. In nome di un’autoproclamata e autoalimentata padronanza di un settore culturale, ritaglia feudi invadendo il vuoto lasciato dal Ministero. I professori devono prestare solo attenzione a non invadere ciascuno i confini stabiliti dall’altro.

Graziano Lanzidei

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