Altri Risorgimenti

Diciamoci la verità, gli anniversari, spesso, sono noiosi.Quando arriva la data fatidica in cui bisogna festeggiare, a tutti i costi, la ricorrenza, tutti si sentono in dovere di dire qualcosa, di ricordare, di celebrare. Nulla di male, se non fosse che poi ci si trova a dover fare i conti con una montagna di roba che alla fine, generando un assordante rumore di fondo, invece che esaltare, tende a ottundere la ricorrenza stessa.Così è stato anche per i 150 anni dell’unità d’Italia. Una data per noi italiani da ricordare come quella del nostro compleanno, ma alla fine stucchevole nei suoi molteplici festeggiamenti che mi sono sembrati molto di maniera e ripetitivi anzichenò. Sul fronte editoriale, infinite sono state le pubblicazioni che si sono concentrate soprattutto sul saggio storico.

Si sono affacciate nelle librerie riedizioni di libri rimessi in vita dalle circostanze, approfondimenti di temi reputati poco valutati, che invece sono stati radiografati con nuovi e più affilati bisturi storiografici, riletture con tagli giudicati più moderni, punti di vista trascurati o considerati marginali dall’ Accademica.

Tutto legittimo, per carità, tutto corretto, visto che la Storia percorre, intrecciandoli costantemente, due filoni di indagine: uno verticale, teso ad andare sempre più in profondità, alla ricerca di una verità soggiacente che è per definizione l’ultima delle verità in ordine cronologico e non certo la Verità obiettiva che non esiste nella scienza, pena la sua morte e uno orizzontale volto ad aprire al maggior numero di punti di vista e interpretazione dei fatti le pagine dei manuali.

Nonostante questo, nonostante il continuo rimescolamento dei fatti che dovrebbe portare, con nuove interpretazioni, divertimento nel lettore curioso, la noia regna sovrana.

In questo panorama affollato, piatto e asfittico è stato pubblicato a cura di Bietti un volume collettaneo Altri Risorgimenti che raccoglie il contributo di molti autori diversi e che dirada un po’ questa cappa soporifera.

Si tratta di una raccolta di racconti a carattere storico che partono tutti da quella che può essere considerata una provocazione.

Se è vero che, come detta l’antico adagio, la Storia non si fa con i se, i racconti-provocazione partono tutti da quei se.

Che piega avrebbe preso il corso degli eventi se non fossero andati come invece andarono? Si chiedono gli autori.

Un puro esercizio letterario? Una raccolta di fantastoria con esiti improbabili e comunque non realizzati? Un prurito per titillare le nostre meningi e scatenare le nostre fantasie?

Anche, ma non solo.

Perché se è vero che la Storia ha bisogno di fatti e di realtà è pur vero che la finzione letteraria assolve, a modo suo, al desiderio di verità.

Se la Storia è verità falsificata, nel senso che è interpretazione a partire dal dato oggettivo, queste prose letterarie, come la letteratura, sono falsità veritiere, nel senso che a partire da dati puramente ipotetici costruiscono degli scenari verosimili.

E se tutti sappiamo che una storia non è importante che sia vera basta che sia verosimile, allora questi racconti offrono al lettore degli spunti di riflessione ben più profondi e sfaccettati di tutti i testi di storia messi insieme.

Sembrano quasi il tentativo letterario di dimostrare una delle teorie scientifiche più affascinanti, quella degli “universi paralleli”.

Data una scelta tra due possibilità, non è proprio detto che quella scartata non viva più di vita propria in un mondo affiancato a noi inaccessibile.

Così i casi della Storia che non furono, a noi, oggi, inaccessibili ma possibili come ipotesi, prendono vita.

Inaccessibili al mondo della veglia, accessibili nella nebbia onirica della fantasia.

Racconti-vampiri che si collocano sulla frattura tra il giorno e la notte, tra la luce e le tenebre, tra il sonno e il risveglio momentaneo, in una sospensione carica di possibilità, che si abbeverano del sangue vivo del flusso degli eventi, per irrorare di fresco alimento ematico le bianche ed esanimi carni del possibile.

Racconti che hanno questo sommo pregio. Letterariamente permettono di intravedere, ammantati da una fantasmagorica caligine, ciò che non fu ma che avrebbe potuto essere (e forse è nell’ipotesi scientifica suddetta).

Come nel film Sliding doors, passano in rassegna fatti noti e meno, a testimoniare che è nei dettagli che si annida la follia della Storia.

Basta un piccolo particolare e gli eventi possono assumere (assumono) un andamento diverso da quello conosciuto. Basta un attimo, un batter d’ali e ciò che è successo si capovolge nel suo opposto.

Basta un nulla e la Storia scarta bruscamente e disarciona l’osservatore-lettore ancorato alla verità codificata nel tempo.

È così, ad esempio, ne La lettera galeotta di Augusto Grandi, dove una lettera di Cavour all’ambasciatore Nigra, intercettata da Napoleone III, fa scoprire una tresca amorosa architettata a bella posta e origina con il più classico “effetto domino”, tutta una serie di sconquassi e capovolgimenti che ribaltano completamente il fluire degli eventi noti.

Nel leggere i racconti, saltabeccando da uno all’altro, mi sembra di mangiare un grappolo d’uva.

Lo piluccate acino ad acino, scrutandolo attentamente nel suo insieme, scartando quelli ancora acerbi e scegliendo per primi quelli che vi sembrano i più maturi.

Come un grappolo d’uva che conserva nella sua totalità un unico sapore ma che nel singolo acino vira dall’aspro allo zuccherino passando per tonalità intermedie che il palato percepisce come un retrogusto di volta in volta leggermente diverso.

La promessa del ritorno di Marco Marino dai profumi intriganti, con l’ipotesi, appena accennata e buttata lì con noncuranza, che Pisacane (i suoi epigoni) ancora non abbia terminato il suo piano.

Evocativo, come la visione baluginante della Fata Morgana nel deserto meridiano in una giornata di calura estrema, il gioco di parole ricorrente che vede trasformarsi di volta in volta la scritta-slogan che appare sui muri di città meridionali fatiscenti.

In quell’abbandono, carico di asprezza, si fa tenue spazio un pizzico di dolcezza, nell’idea che proprio non tutto è ancora perduto e che un giorno le cose potrebbero risolversi, quando il piano di Pisacane, una specie di nume tutelare, avrà appunto completato il suo corso, restituendo a quei luoghi, solo momentaneamente lasciati languire, la bellezza e la vitalità loro propria.

La conquista di Potenza di Gianandrea de Antonellis dal sapore forte, intenso, metallico come quello dell’accusa.

Un diario, tenuto volontariamente segreto dal pronipote di uno dei tre eroi del racconto e che potrebbe, se reso pubblico, riscrivere completamente la storia lucana e del Sud Italia, è pretesto, non per l’autore forse ma per il lettore sì, per una serie di riflessioni sul senso della Storia. Sul suo significato più dinamico che ci costringe a continui aggiustamenti se non addirittura riscritture in funzione di nuove acquisizioni documentali.

Sul suo significato più retrivo che ci fa dire che la Storia è scritta dai vincitori e che difficilmente può essere narrazione di verità. Al massimo di una verità.

Il Natale del Colonnello di Giorgio Ballario, dal sapore esotico dell’uva spina. Con una fulminante descrizione, marginale rispetto al contesto ma fondamentale per ricostruire un clima, una febbre che fu quella risorgimentale e dei suoi protagonisti.

Il racconto ci spiega cosa sarebbe successo se Garibaldi non fosse tornato dal Sudamerica. Vi si descrive un Garibaldi corsaro, comandante di navi pronte ad assalire i lealisti nella guerra di liberazione del Rio Grande do Sul.

L’eroe è tratteggiato con linee squisitamente salgariane: potente, agguerrito, affascinante e febbricitante come la Tigre della Malesia o il Corsaro Nero, alle prese con epiche battaglie e soluzioni al limite della temerarietà visionaria tipica di quei personaggi.

Per prendere alle spalle, di sorpresa, una città costiera decide di trascinare, su per una montagna, a mano con corde e funi, una delle sue navi.

Magnifica e pazzesca esplicitazione di una volontà non solo ferrea ma psicotica.

Mi ha fatto venire in mente il suo omologo cinematografico.

C’è una scena di Fitzcarraldo di Herzog, in cui il folle protagonista, che vuole portare la musica lirica nel cuore dell’Amazzonia, di fronte a una rapida invalicabile, decide di trascinare la sua nave con la sola forza delle braccia nell’affluente a fianco, scavalcando una china lunga, scivolosa e ripidissima.

Impresa che solo i matti possono pensare, che solo uomini in preda ad una febbre volontaristica possono mettere in atto.

Questa scena, più di tutte le altre, una piccola gemma nascosta nel racconto, restituisce la filosofia, l’ardore, la passione, talvolta cieca e irrazionale, che dettò le imprese di quegli spiriti folli che in questi testi riprendono corpo, volto, sangue e anima.

Un libro sospeso tra passato e presente, perché il futuro ipotizzato ha forti radici nell’attualità. Il Jean Agneau e il Silvio Berufstatig de La lettera galeotta ne sono divertente testimonianza.

Una serie di racconti che fanno più bene, e di molto, e che rendono miglior omaggio alla nostra unità italica dei tanti stanchi, dotti e noiosi saggi storici sull’argomento.

Perché anche nelle storie più dolenti e inacidite c’è quasi sempre un richiamo che ci dice che nonostante tutto e nonostante la situazione odierna, non certo rosea, forse è meglio per tutti che sia andata come è andata. E che in fondo quei pazzi, febbricitanti eroi ci hanno reso comunque un gran servigio.

Certo se Jesse James si fosse messo alla testa dei briganti meridionali…

Ma questa è un’altra storia o una fantastoria.

Un libro solare com’è frutto solare quell’uva che tanto gli assomiglia.

Da piluccare, mentre di sottofondo si spandono le note del canto patriottico “Sole mio, sole mio, Dixieland”.

Mario Grossi

Frascati, 9 luglio 2011

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