Tv e potere. Moriremo santoriani?

Ora che finalmente Berlusconi è sul viale del tramonto, sarà forse più facile poter ragionare criticamente sul mondo, anche di sinistra, senza dover essere tacciati di essere filo berlusconiani o filo qualcosa. La polarizzazione dello scontro, la logica amico-nemico portata alle estreme conseguenze è sicuramente uno dei lasciti peggiori di questo ventennio. Che è stato, volenti o nolenti, un ventennio televisivo.

Berlusconi nato come fenomeno di potere mediatico è stato infatti battuto sul suo terreno privilegiato. È dentro il piccolo schermo, nei gangli delle sue ferree logiche, che ha perso una partita decisiva: quella della comunicazione e del populismo. Sì, proprio lui, che su quel terreno sembrava imbattibile ha dovuto cedere il passo a una sinistra che, indubbiamente, la televisione la fa meglio degli accoliti del capo del governo scelti per tenere testa ai Santoro, Floris, Dandini.

Lo ha detto molto bene lunedì scorso sul Corsera Pier Luigi Battista la sinistra è lì che ha vinto prima di tutto e lo ha fatto con un modello televisivo dal taglio indiscutibilmente populista, urlata, estremamente schierata. Se il gioco era quello di mettere in scena, ogni sera, lo scontro finale tra il bene e il male, tra il vero e il falso, c’è poco da dire e da aggiungere: Santoro è stato il più bravo di tutti. Ma è stato il più bravo di tutti anche su un altro piano. Il conduttore di Annozero ha sconfitto il berlusconismo rispondendo alla sua domanda principale: quello del consumo mediatico e del desiderio, di una televisione teatralizzata, resa popolare e semplificata. Si voleva arriva alla ggente e Santoro ha dimostrato di non avere concorrenti.

Oggi, dopo le scelte scellerate dei dirigenti di viale Mazzini, vale però la pena provare a dire e a capire se davvero quella televisione ci piace. Se bastano gli ascolti bulgari e l’antiberlusconismo a farceli andare bene per forza. Vale cioè la pena, approfittando della crisi del Pdl e della cultura politica che ha espresso con successo per tanti anni, iniziare a ragionare sul successo di un certo modo di fare informazione, sul dominio incontrastato, a parte qualche rara eccezione, dei talk show.

E allora riattraversando questi anni di serate appassionate attaccati allo schermo, sperando che almeno lì da Santoro o da Floris o da Lerner si dicesse un po’ di verità, non si può non notare la visione manichea, l’uso ossessivo degli stessi ospiti (quasi sempre maschi), la costruzione di una scena dove la realtà veniva esclusa ma allo stesso mimata con un pubblico in studio pilotato e con servizi esterni costruiti sul modello delle soap opera. Mentre le nostre menti erano giustamente distratte dal pensiero costante di cacciare Berlusconi, canali pubblici e privati, trasmissioni serissime e meno serie, di successo e al limite del flop, quasi tutte introducevano la brutta abitudine di confondere lo scoop con lo sputtanamento, l’approfondimento con l’inseguimento fisico e visivo della possibile fonte d’informazione.

È successo qualcosa di ancora più grave: il talk show, nelle sue varie formule, si è mangiato la visione, la televisione come sguardo, come finestra sul mondo. E non basta consolarsi pensando che Vespa è peggio, che Minzolini è stato un disastro e che a sinistra ci sono esempi positivi come Linea Notte del Tg3 diretto da Bianca Berlinguer o il rigore giornalistico di Lucia Annunziata. Qui non si tratta di accusare qualcuno, ma di capire quale modello di televisione si è imposto senza che nessuno muovesse un dito, senza che ce ne accorgessimo troppo presi a fare il tifo. Domenica dopo domenica, è come se anche noi ci fossimo assuefatti alle interviste incolori e insapori di Fabio Fazio, alla sua valletta travestita da donna emancipata, alla sua faziosità travestita da bontà.

Visto che questi sono giorni di speranza, giorni in cui il futuro sembra più roseo, è lecito augurarsi che la televisione ritorni ad essere luogo di sperimentazione e di pluralismo. Un po’ come è stata Rai3 di Angelo Guglielmi: una tv in grado di mettere insieme menti diverse e nuove, di fare spazio ai giovani, a nuovi format. Ancora adesso quanto di buono resta arriva da lì, da quegli anni in cui si è saputo innovare. Finita la guerra del bene contro il male, sconfitto il nemico, possiamo provare a fare altrettanto oppure siamo condannati a vedere sempre lo stesso spettacolo?

Angela Azzaro
Gli Atri online

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