Turchia alle elezioni. Verso l’Europa

Dopo aver descritto in un precedente articolo la figura di Kemal Atatürk e la sua forte influenza sulla Turchia di ieri ma anche di oggi [leggi QUI], continuiamo il nostro reportage sulla Turchia, soffermandoci sui principali protagonisti delle elezioni del 12 giugno, quelli che dovrebbero riuscire a superare l’altissima soglia di sbarramento (10% dei voti su scala nazionale) ed entrare così in parlamento.

Secondo tutti i sondaggi il vincitore dovrebbe essere l’AKP, partito della giustizia e lo sviluppo, il partito islamico moderato al governo dal 2002, erede di altre formazioni islamiche sciolte in passato dalla Corte Costituzionale. L’AKP sotto la guida di Recep Tayyip Erdogan ha intrapreso numerose riforme che stanno cambiando il volto della Turchia, alle elezioni del 2007 ha preso il 46,7 % dei voti, ed in seguito alla vittoria al referendum costituzionale tenutosi nel settembre scorso ha praticamente ridotto all’impotenza l’opposizione “laica” e kemalista.

L’AKP cerca in queste elezioni di assicurarsi la maggioranza dei due terzi in parlamento per poter modificare ulteriormente la costituzione in senso presidenziale, una maggioranza che permetterebbe di evitare un referendum. Il partito islamico moderato ha il vento favorevole, grazie ad un tasso di crescita, a partire dal 2005, del 5-6% annuo, ed una politica di privatizzazioni che hanno favorito una grande crescita economica, oltre ad alcune riforme politiche introdotte per favorire l’ingresso nell’Unione Europea a cui la Turchia ha chiesto di aderire, che hanno reso il paese più vicino agli “standard europei” in materia di diritti civili e libertà, per non parlare poi del ridimensionamento dell’esercito, intervenuto pesantemente nella vita politica nel 1960, 1971, 1980, ogni qualvolta sentiva minacciata l’eredità kemalista di cui si riteneva e si ritiene custode, si trattasse di partiti religiosi o di partiti che tutelando minoranze etniche come nel caso dei curdi, ai loro occhi attentavano all’unità nazionale.

Oggi l’esercito non sembra più in grado di orientare pesantemente la politica del paese come nel passato. All’esterno l’AKP si è reso protagonista di una politica di buon vicinato con Iran, Siria, ed altri paesi del Medio Oriente, a discapito dei tradizionali alleati come Usa e Israele. Sebbene non vi siano state rotture delle alleanze ma solo un raffreddamento dei rapporti, molti in Turchia e nei paesi vicini hanno visto con favore il ruolo di mediatore a cui Erdogan si è proposto nelle crisi in Libia, Libano e Siria, per non parlare poi delle proteste contro l’assalto israeliano alla Mavi Marmara. Un ruolo di mediazione e di maggiore attenzione all’Oriente e alla Russia a discapito dei tradizionali rapporti con l’Occidente e l’Unione Europea, frutto da una parte delle scelte “neo-ottomane” teorizzate dal ministro degli esteri Ahmet Davutoglu nel suo saggio “Profondità strategica”, ma anche dei continui tentennamenti di Parigi e di Berlino sull’ingresso turco nell’Unione Europea, che hanno portato Ankara ad una politica regionale decisamente più attenta al vicino mondo musulmano (dai Balcani al Medio oriente, entro il raggio del vecchio Impero ottomano).

All’opposizione dell’AKP, e secondo i sondaggi unici partiti in grado di entrare in parlamento, abbiamo i kemalisti storici del CHP (Partito Repubblicano del Popolo), i nazionalisti del MHP (Partito del Movimento Nazionale) e la minoranza curda organizzata nel BDP (Partito per la Democrazia e la Pace).

Il CHP si rifà all’eredità laica di Ataturk, aderisce all’Internazionale Socialista, sembra incapace di proporre al Paese qualcosa di diverso dai richiami ad Atatürk, e dal denunciare i pericoli di “un’islamizzazione” della Turchia portata avanti dall’AKP. Partito votato dall’esercito e dalla burocrazia statale, il CHP si è opposto alle riforme ed  alle privatizzazioni, incassando una sconfitta elettorale dietro l’altra, scendendo fino al 20 % dei voti nel 2007. Nel maggio 2010, il leader storico Deniz Baykal ha annunciato le sue dimissioni dopo che è trapelata la notizia di un video clandestino su di una sua relazione con la sua segretaria personale nonché deputata al Parlamento. L’attuale leader Kemal Kılıçdaroğlu, di religione alevita e di origine curda, ha cercato di svecchiare il programma elettorale, invitando gli elettori “a ostacolare le ambizioni dispotiche dell’AKP”, e ponendo maggiormente l’accento sul cambiamento del suo partito e su una visione più socialdemocratica della società, sebbene in continuità coi principi tradizionali del Kemalismo.

Il Partito Nazionalista (MHP), nel 2007 ha preso il 14,3 % dei voti, è un partito di estrema destra fondato negli anni ’70 da Alparslan Türkeş. Fortemente nazionalista, avverso alle minoranze etniche, rappresenta in parlamento l’organizzazione estremista dei Lupi grigi (bozkurtlar), nelle cui file militava Ali Agca, l’attentatore di Giovanni Paolo II. Sotto la guida di Devlet Bahçeli il partito ha assunto posizione più moderate ed accentuato la sua componente laica. Alcuni suoi leaders si sono recentemente dimessi dopo la diffusione di alcuni video che li ritraevano in compagnia di studentesse universitarie in una camera d’albergo in atteggiamenti intimi, mentre altri due apparivano, visibilmente ubriachi, sbaciucchiarsi con due donne. Bahceli, ha contrattaccato accusando Erdogan di essere responsabile della diffusione dei video compromettenti, circostanza negata dal vicepremier Bulent Arinc. Senza fare dietrologia è comunque chiaro che se l’MHP non riesce a superare la soglia di sbarramento del 10%, resta fuori dal parlamento e aumenterebbero così i seggi assegnati agli altri partiti, soprattutto all’AKP.

Chiudiamo il quadro con il BDP, partito della minoranza curda, erede del DTP, partito per la società democratica, sciolto dalla Corte Costituzionale nel 2009 perché sospettato di legami con il PKK, il partito dei Lavoratori del Kurdistan, organizzazione armata illegale, il cui leader Abdullah Öcalan si rifugiò in Italia alcuni anni fa, catturato successivamente in Kenia è tuttora detenuto  nell’isola carcere di Imrali. I candidati del BDP non hanno grosse possibilità di superare la soglia di sbarramento come partito, ma presentandosi come indipendenti potrebbero riuscire ad eleggere alcuni deputati e formare così un gruppo parlamentare.

Raffaele Morani

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