Senza scrittori? Tanto rumore per nulla…

Alfonso Berardinelli e Giulio Ferroni, con un libro dal titolo Sul banco dei cattivi. A proposito di Baricco e di altri scrittori alla moda, iniziarono un nuovo filone polemico della critica letteraria nel 2001. Nove anni dopo, nel 2010, Andrea Cortellessa e Luca Archibugi sono tornati sul luogo del delitto con il documentario Senza Scrittori, prendendo di mira il Premio Strega. Solo un anno dopo, lo stesso Belardinelli ha fatto uscire un saggio dal titolo Non incoraggiate il romanzo (sulla narrativa italiana), un vero e proprio attacco alla proliferazione del genere narrativo più diffuso.

Da più di una decina d’anni, insomma, una parte della critica ha il suo mantra: siamo senza scrittori. Quelli che hanno il coraggio di definirsi tali, sono solo modaioli. La colpa? Delle librerie che ingolfano gli scaffali, così il fior di farina non può essere più distinto dalla crusca. Delle grandi fiere del libro o dei festival letterari: poco più che mercati di intrattenimento in cui lo scrittore viene trattato da santone e il libro diventa solo carta per autografi. Dei premi letterari, strumenti di marketing utili solo per moltiplicare le copie vendute. Un intero sistema che rende gli scrittori contemporanei solo aspiranti icone pop. Peccato che nessuno avesse ancora inventato questa definizione all’epoca di Petrarca o di Byron o di Wilde o di D’Annunzio, perché anche a loro sarebbe calzata benissimo. Chissà quanto avrebbe dato Boccaccio per diventare famoso già da vivo e garantirsi una vecchiaia comoda, con spostamenti sicuri e residenze di lusso. Magari anche dei validi collaboratori così da non doversi copiare, lui che era un po’ sbadato, parti del Decameron.

Le uniche responsabili di questa ecatombe? Le case editrici. Sono loro a decidere lo standard di pubblicazione, sono loro a forzare questo autore o questo libro, sono sempre loro a inquinare il panorama letterario con premi, festival o fiere. Bei tempi, penseranno i critici, quando Orazio ammoniva «[…] nonumque prematur in annum / membranis intus positis […]». Dimenticando che, già alle fine del ‘400, da poco inventata la stampa a caratteri mobili, Vincenzo Calmeta constatava: «quando uno ha fatto qualche composizione, subito la fa stampare».

Certo, la seconda rivoluzione industriale e poi le scoperte tecnologiche del ‘900 hanno reso il mondo dell’editoria e della stampa un inferno di libri e scrittori. Così com’è diventato un inferno tutto il resto, per fortuna. Sennò staremmo ancora con le corti e i servi della gleba. Sono passati 556 anni dalla rivoluzione gutenberghiana, abbiamo sconfitto l’analfabetismo, è aumentato il numero delle persone che sanno leggere e il numero dei libri venduti. Sono aumentati anche gli scrittori. E gli editori. E i critici.

E’ la democrazia, sono le conquiste sociali, è l’emancipazione delle donne e dei costumi. Le sorti umane e progressive. Sono moltiplicati gli input di conoscenza e informazione. Prima la scuola, poi la radio e la televisione e ancora dopo internet hanno modificato profondamente il modo di parlare e scrivere. Paragonare l’opera di uno scrittore contemporaneo con quella di Dostoevskij, tanto per fare un esempio, è operazione intellettualmente disonesta. Com’è intellettualmente disonesto il paragone tra uno scrittore di oggi e uno scrittore di soli 30 o 40 anni fa. Sono due mondi completamente differenti. I modi di pensare e di agire non sono più gli stessi, i sentimenti o le emozioni possono rimanere identiche? Perfino la concezione del tempo o l’esperienza di un viaggio non possono più essere le stesse. Una differenza col passato che non vale solo per chi scrive ma anche per chi critica. E per chi legge.

Il numero dei lettori è aumentato, ma è diminuita la qualità complessiva della fruizione. La mancanza di tempo, una diminuita capacità di concentrazione, la varietà e il numero di input fanno del lettore di oggi un fruitore ben diverso non solo da chi ha potuto leggere la prima edizione di Madame Bovary ma anche da chi s’è trovato nelle mani, per la prima volta, Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini. L’ampliamento degli orizzonti d’attesa è più complesso e non è possibile calcolarlo nel breve periodo. E’ chiaro che se qualcuno avesse tirato le somme nel 1857, probabilmente avrebbe posto l’accento sull’ignoranza del pubblico francese che aveva preferito Fanny di Feydeau (13 edizioni) a Madame Bovary di Flaubert (1 sola). Nel 1969, più di 100 anni dopo, fu Jauss ad accorgersi che, proprio grazie al “nuovo canone di attese” imposto dal famoso libro di Flaubert, Fanny non se lo ricordava più nessuno, insieme a Feydeau.

Perché allora riproporre ogni anno, magari in concomitanza con un premio letterario o un festival famoso, gli Stati Generali della Letteratura Italiana con seguente analisi apocalittica della contemporaneità? Che senso ha un’operazione del genere, al di là del vichiano ricorrere degli eventi, per cui oggi non si riconosce l’evoluzione dello stile e l’aumento del numero di scrittori o aspiranti tali, così come all’epoca di Calmeta non si riconosceva l’autorità del volgare e non si comprendeva l’avvento di una nuova generazione di scrittori?

Il critico contemporaneo, anche il più convinto sostenitore della letterarietà, pubblica saggi per case editrici o documentari per case di produzione, articoli per giornali o riviste, interviene a dibattiti e convegni. Non può ignorare il funzionamento del sistema, di cui è osservatore privilegiato. Deve piegarsi alle regole di mercato, come gli scrittori e gli editori. I toni apocalittici sembra servano solo a vendere più libri e più dvd, nel migliore dei casi. Non c’è nessuna emergenza a cui far fronte, e la semplice evoluzione della realtà, diventata più complessa col passare dei decenni e dei secoli. A meno che non si voglia rimpiangere il piccolo mondo antico, l’elite intellettuale o l’oligarchia letteraria.

Graziano Lanzidei

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