Se il mondo del lavoro chiede aiuto al C.D.

Qualche giorno fa, sulla mia bacheca facebook, ho ricevuto questo pressante invito da parte di Francesco Martinez:

Caro Miro, la tragedia della precarizzazione sul lavoro viene offesa del ministro Brunetta;intanto Marchionne viola il ccnl nazionale e solo la Fiom alza-giustamente- gli scudi.I temi sociali appartengono a programma di San Sepolcro,al manifesto di Marinetti e alla carta del Carnaro, idee di comunismo nazionale. Forza Fiom,quindi. A destra non si va, dalle “guardie dei padroni”. Forza Miro,sul caso Fiat e la precarizzazione devi intervenire radicalmente rompendo gli indugi.

Sugli argomenti, per la verità, mi sono espresso più volte sul Fondo [leggi QUI e QUI, per esempio dei tempi recenti]  e altrove, proprio nei termini che Martinez mi suggerisce. Comunque, è l’occasione per riprendere il discorso.

Le recenti proteste dei lavoratori della Fincantieri di Genova, in procinto di essere licenziati, ha riaperto un focus sulla questione del lavoro in Italia. Che non è assolutamente bella. Anzi, è proprio tragica.

Dici lavoro, infatti,  ma quello che devi leggere è regressione dei diritti. Tutte le conquiste dei lavoratori, dagli ultimi decenni dell’800 ad oggi, sono andate praticamente perse con una azione a restringere che ha preso le mosse a partire dagli anni ’80 e ’90 del Novecento. Un esempio fra i tanti? Le fatidiche 8 ore lavorative giornaliere, sono diventate quasi 10 e la tendenza è a crescere.

L’epifenomeno della questione è il recente caso della Fiat. Minacciando di chiudere gli impianti, Marchionne ha ottenuto che gli operai rinunciassero perfino al diritto di sciopero e a quello della rappresentanza sindacale di chi non ha inteso firmare il “suo” accordo (la Fiom, per esempio). Ma la cosa grave è che di fatto sia stato abolito il “contratto nazionale”. E quando è la prima azienda italiana a farsene uno per conto proprio, altre imprese ne seguiranno l’esempio. Probabilmente, l’obiettivo è ancora più ambizioso: non solo trattare azienda per azienda ma, in prospettiva, aprire con ogni lavoratore una trattativa personale. Con quale sbilanciamento di potere  contrattuale  ai danni del lavoratore è fin troppo facile intuire. Soprattutto, se l’imprenditore  agisce brandendo l’arma della delocalizzazione e del precariato.

Il precariato è la negazione in radice di ogni idea di diritto: ti assumono a termine, ti cacciano quando gli pare e se fai casino non c’è problema perché semplicemente non ti rinnovano il contratto. E lo Stato? Bè, lo stato tace e asseconda. L’imprenditore, naturalmente. E’ appena dell’anno scorso una proposta governativa che avrebbe consentito la legittimità dei ricorsi solo entro i sei mesi dal licenziamento.  Alle aziende sarebbe bastato dividere i lavoratori in due turni di sei mesi l’uno e tenerli sotto scacco con la minaccia di non rinnovare il contratto al minimo sospetto di iniziativa legale nei propri confronti. Le proteste hanno portato al congelamento per un anno di questa legge capestro. Ma il congelamento non significa che non ci riproveranno.

E poi c’è la questione della sicurezza sul lavoro. In Italia, le leggi per la tutela della sicurezza ci sarebbero pure, solo che vengono sistematicamente disattese. In nome di cosa? Ma del profitto naturalmente. Quasi sempre, in sede di preventivo di appalto, la prima voce che viene ritoccata al ribasso è proprio quella. E con preventivi più bassi, si vincono le gare. Sì, ma a quale prezzo? I dati sono da bollettino di guerra: nei primi quattro mesi del 2011, i morti sono stati 115. Il 25% in più rispetto ai primi 4 mesi del 2010.

Di fronte a una catastrofe di queste proporzioni, fanno ridere, per esempio, le sparate dei leghisti per i ministeri al Nord. Si tratta solo di mera propaganda per spostare l’attenzione su quisquilie e non affrontare i nodi veri del Paese.  Quelli, sempre per esempio, che stanno strangolando la Grecia. E per noi, la Grecia è molto ma molto più vicina della Cina.

Nel frattempo, gli operai della Fincantieri di Genova non sapendo più a quale santo civile votarsi per salvare il loro posto di lavoro, il 19 giugno scorso si sono messi sulle spalle l’Arca del Corpus Domini e l’hanno portata in processione per la festa patronale [vedi foto sopra]. Dicono che solo la Chiesa li ha sostenuti. Ed hanno probabilmente ragione. Chissà che ne pensano Berlusconi, Bossi, Tremonti, Bersani e Marcegaglia …

miro renzaglia

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