Referendum. Vince la democrazia diretta e partecipativa.

Cantar vittoria? Ma no: restiamo sobri. Eppure, noi del Fondo, potremmo farlo. Abbiamo sostenuto per mesi che il Re dei Cachi, al secolo: Silvio Berlusconi, andava battuto per via politica. Che ogni altra soluzione: dalle derive giustizialiste al golpe invocato dall’ultrà Asor Rosa, sarebbe stato un boomerang a tutto vantaggio dell’oligarca.

In meno di un mese, il popolo d’Italia ha mostrato e dimostrato come si può e si deve liquidare il tirannello di Arcore. Prima con le elezioni amministrative e, oggi, con la più classica delle armi di democrazia diretta e partecipata: il referendum.

I sì hanno stravinto. Non c’è stata proprio partita: siamo, in tutti e quattro i quesiti referendari ad un rapporto di oltre il 95% sì, contro un miserrimo  e scarso 5% di no. Ma, pur essendo una bocciatura su tutta la linea dell’azione di governo, non è questo il dato saliente. O non è solo questo. Quello che conta veramente è la lettura politica dell’affluenza alle urne.

Per la prima volta, da quasi un ventennio, il popolo si è preso la sua rivincita sulle oligarchie della democrazia rappresentativa e, scavalcando i partiti, ha espresso in maniera inequivocabile il suo diritto  ad intervenire in forma diretta nella cosa pubblica.

E’ il ritorno, insomma della politica dal basso, della democrazia partecipativa, del verdetto sovrano che spetta a lui e solo a lui: al popolo.

Se questo fosse un governo serio, il suo premier salirebbe il Colle del Quirinale stasera stessa e rassegnerebbe le dimissioni, talmente è chiara la sentenza. Ma tutto è, questo governo, tranne che serio.

Così, dal capocomico è possibile aspettarsi qualsiasi cosa, tranne che un atto di responsabilità verso il Paese.

Sarà comunque questione di settimane, forse di qualche mese ma il dato certo è che la stagione dei cachi è finita. Ed è finita nel modo che era nei   nostri auspici: per via politica…

miro renzaglia

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