Per Grazia Ricevuta. Un racconto

PER GRAZIA RICEVUTA
Simone Migliorato

 

I

Da qualche tempo ho l’impressione che il sonno non mi riposi mai.

Anche oggi sono spossato, in questa calda mattinata di un torrido luglio dove non potendo chiudere le finestre sono costretto a sentire di già il lungo fiume di macchine che scorre sotto la mia stanza. Uno scorrere che va via regolare, quello su viale Palmiro Togliatti, una delle più grande arterie stradali della periferia romana, che partendo da Ponte Mammolo arriva fino a Cinecittà attraversando un’altra decina di quartieri. In totale sono ___ chilometri per questa lunghissima via che prende il nome da “il Migliore”; ennesima testimonianza della guerra politica tutta italiana sulla toponomastica.

Vado al bagno e mi guardo allo specchio. Questo viso così viso cianotico mi rende più piccolo dei miei ventinove anni. Sono costretto poi a rasarmi i capelli per coprire le precoci stempiature e questo mi regala ancora di più l’aria da studentello. Decido di farmi la barba per rendermi più presentabile, ma quell’espressione stanca negli occhi di certo non potrò cancellarla. In concreto non mi importa poi tanto. Mi rado e lo sguardo cade sulle mie braccia magre.

Vado in cucina per fare colazione, non ho fame, decido comunque di prepararmi un caffè.

Solo in casa: i miei coinquilini sono già usciti, o non sono tornati, oppure sono partiti. Di sicuro c’è che questa abitazione costruita negli anni ’50 stona completamente con i suoi abitanti attuali: vi avevano abitato per tutta la vita una coppia di anziani coniugi, ma appena morti, i figli l’hanno affittata senza cambiare l’arredamento. Probabilmente il signore e la signora Frisone, insieme, qui dentro, facevano tenerezza; io e i miei coinquilini studenti/lavoratori/trentenni facciamo qualcosa di diverso, che non riesco ad esprimere.

Fa caldo è vero, però devo indossarla per forza questa camicia scura/maniche lunghe. In ufficio, sull’autobus, tutti mi guarderanno in maniera strana, già lo so: vorrei dirgli che anche io ho caldo, che anche vorrei farne a meno se riuscissi a sopportare la visione delle mie braccia nude. E’ difficile che gli altri capiscano. Mentre mi lavo i denti mi guardo di nuovo allo specchio e per un attimo mi sembra di sentirmi meglio, come se queste maniche lunghe mi proteggessero. E’ solo un attimo: varco la porta di casa e la testa viene tormentata di nuovo dai pensieri che si erano allontanati. E’ come se qualcuno mi stesse succhiando via la forza, la succhia via dalla pancia e più la forza se ne va e più la sua testa si riempie di parole. Parole lunghe e ampie, che formano un mare nebbioso, da cui mi sembra impossibile trovare una soluzione.

Viale Palmiro Togliatti a luglio è uguale a qualunque altro mese dell’anno. C’è solo una luce più intensa, un caldo più appiccicoso. Per il resto rimane tutto uguale. Anche questa mattina (come tutte le mattine) ci sono le decine di uomini romeni che “battono” dall’altra parte della strada. Sono lì, chi in gruppo, chi da solo, ad aspettare con i loro zaini che qualche macchina passando si fermi, abbassi il finestrino, illustri la prestazione, il prezzo e li porti a lavorare in qualche casa, in qualche cantiere. Arrivano verso le sei della mattina e se nessuno li “carica” vanno via verso mezzogiorno. Non tutti i giorni c’è chi ha bisogno di loro.

Scendo in strada ogni mattina e li vedo lì a bere birra, a fumare sigarette, a chiacchierare. Vedo le macchine che camminano regolari. Vedo quelli che aspettano alla fermata di fronte a me e quelli di fianco. Penso che a luglio c’è meno caos senza i ragazzini che vanno a scuola e per questo non provo fastidio nemmeno per il caldo asfissiante che c’è sull’autobus. Non credo sia il caso; nella vita ci sono cose peggiori.

Scendo alla fermata e mi incammino verso l’ufficio. Finalmente mi viene fame, entro nel bar e ordino un cappuccino e un cornetto. Cerco di mangiare piano, di masticare lentamente ogni boccone. Adesso è veramente ora di andare a lavorare. Da lontano provo a scorgere se già c’è qualcuno ad aspettare il mio arrivo. Anche questa mattina, come tutti i giorni di tutti i mesi dell’anno, infatti c’è qualcuno che già sta aspettando: sono una decina, qualcuno chiacchiera, qualcuno è solo, qualcuno fuma e tutti guardano la vetrina del negozio. La guardano perché è l’unico motivo per cui sono qui.

Tira fuori le chiavi dalle tasche, guardo l’orologio. Sono in perfetto orario ma mi scuso come da procedura: “Perdonate il ritardo! Cinque minuti che accendo tutto, arrivano le colleghe e siamo pronti a ricevervi….”. Annuiscono, sorridendomi con discrezione, presentandomi lo stesso sguardo che avevano poco prima di fronte alla vetrina.

II

 

“Di questo me ne occupo io…” dico alle mie colleghe.

Cerco un profilo adatto sul sistema e digito il numero del telefonino. Dall’altro capo rispondono in maniera immediata, come se aspettassero questa telefonata. Nel nostro gergo questo è un feedback importante perché vuol dire che il nostro interlocutore in questo momento non è impegnato. Ha del tempo libero.

“Si pronto…”

“Salve sono dall’agenzia New Jobs, parlo con Miriam?”

“Si sono io!”

“Ciao Miriam, avremmo un lavoro da proporti: essendo periodo di saldi, qui al centro commerciale Tuscolano avrebbero bisogno di un hostess per il week-end? Sei disponibile?”

“Si, ci sono non c’è problema!”

“Va benissimo: passa in giornata qui da noi così firmiamo il contratto…”.

Chiudo la telefonata sollevato. Mi manca la forza di fingermi cordiale.

La scelta della vetrina con le offerte di lavoro visibile ad ogni ora (anche in chiusura) è dettata dal fatto che si possono controllare anche quando siamo chiusi. Si può tuttavia anche andare sul sito dove vengono aggiornate in tempo reale. Per entrare in filiale però bisogna suonare un campanello.

Suona il campanello e apriamo la porta. Entra una ragazza, non particolarmente bella, alta, corporatura mascolina. Non può nascondere una certa dose di imbarazzo e di goffaggine.

“Salve mi dica?” le dice una mia collega.

“Buonasera, mi avevate chiamato poco fa per propormi un lavoro come hostess..”

“Vieni Miriam, ti avevo chiamato io…” le dico

Teresa non è sicuramente bella, Mi sento comunque inquieto davanti alla sua presenza, in difficoltà a dovergli illustrare la solfa che somministro agli altri tutti i giorni. E’ non per un senso di pudore o imbarazzo: quello mi capita di provarlo davanti a degli uomini o donne adulte. Con lei è diverso: è come se quei grandi occhi di Teresa, troppo grandi forse, sapessero tutto. Come se questa camicia scura/maniche lunghe non servisse a niente. Devo comunque farmi forza:

“Teresa, innanzitutto grazie di essere venuta e di aver risposto alla nostra chiamata. Il lavoro che dovrai svolgere è molto semplice: iniziano i saldi e il centro commerciale qua vicino ha bisogno di alcune ragazze che facciano da hostess, per qualunque evenienza. Comunque poi ti spiegherà tutto il responsabile di cui ti darò i contatti. Mi raccomando: questo per noi è un partner importante, che si rivolge a noi non solo per i saldi estivi…”. Continua a guardarmi fisso, come se ogni mio sforzo di essere convincente sia vano. Devo comunque continuare ad elencare le specificità del contratto…

Annuisce con la testa Miriam. Posso finalmente concludere: “…dal momento che non hai mai lavorato con noi devo registrarti nel nostro database. Se puoi darmi la tua carta d’identità e il tuo codice fiscale che li fotocopio e poi faremo un piccolo test per la sicurezza sul lavoro. Ovviamente tu non farai un lavoro pericoloso, però siamo comunque obbligati a sottoportelo. Però è molto semplice, bisogna solo riconoscere dei segnali e a delle domande. Se non sai rispondere ti aiuterò io, ma non credo che ti servirà il mio aiuto…”

Teresa risponde, senza dire troppe parole, alle domande riguardanti segnali di pericolo o di avvertimento.

“Ora c’è l’ultima domanda: nei casi di incidenti sul lavoro, la responsabilità nella maggior parte dei casi è del lavoratore, del datore di lavoro o di entrambi?”.

Teresa per la prima volta sorride e i suoi occhi non mi scrutano più. Risponde alla mia domanda come se me in me, ora, avesse trovato un alleato, una persona di cui fidarsi: “Beh, diciamo del datore di lavoro: ma se vuoi, al massimo potrei rispondere che è di entrambi…..”.

La guardo fissa negli occhi, non sorrido, prendo io la sua biro e siglo la casella “LAVORATORE”.

“Grazie Teresa per la tua pazienza. Ora metti la firma e questo lo alleghiamo al tuo fascicolo”.

Ora i suoi grandi occhi sembrano non capire.

III

Esco dalla porta dell’ufficio e chiudo gli occhi respirando avidamente l’aria fresca di un tramonto romano. Gli occhi di Teresa, il suo sorriso, la sua mano a cui ho strappato la biro. Ora l’inquietudine ha lasciato il posto all’agitazione e il motore dell’ansia, accesso, fa turbinare la mia testa. Ho fame, ho voglia di camminare, di muovermi. Se torno a casa l’ansia mi divorerà e non riuscirò a prendere sonno. Salgo sull’autobus in direzione opposta alla mattina, per fortuna è vuoto, l’aria che entra dai finestrini mi fa sentire meglio. Scendo e mi trovo di nuovo su viale Palmiro Togliatti. Questa sera, come tutte le altre sere,  c’è la fila delle giovani prostitute romene che “battono”. Aspettano. Sono lì, da sole o al massimo in due ogni decina di metri, con le loro borsette, fumando oppure parlando ininterrottamente al telefono. Aspettano che qualche macchina si fermi, tiri giù il finestrino, contratti la prestazione e  le “carichi”. Il mercato del lavoro per loro è più florido, a differenza dei loro connazionali uomini.

Salgo su casa solo per prendere le chiavi della macchina. Giro la toppa e nessuno è in casa neanche questa sera. Meglio uscire, magari andare in centro, restarci tutta la notte, fino al mattino. Domani non andare al lavoro, dormire tutta la mattina, sentirmi riposato. Vado in bagno, mi guardo allo specchio e mi tengo la camicia scura/manica lunga.

Salgo in macchina e mi scorrono di fianco le prostitute sulla strada. Le macchine che si fermano. Ho un’erezione ma passo comunque oltre. Continuo per la mia strada superando prostitute, macchine che si fermano, paninoteche, cornetterie, call center e tutto quello che è luminoso in una notte di luglio su Viale Parlmiro Togliatti. Metto su un cd e continuo a guidare. Mi avvicino a un semaforo rosso, rallento e vedo dall’altra parte della strada, oltre l’incrocio, un gruppo di persone che fissano un muro. Scatta il verde, accosto per capire cosa stiano facendo lì, a fissare un muro, vicino al ciglio della strada. Sono una decina, uno di fianco all’altro, uomini e donne di diverse età che guardando fisso il muro dicendo qualcosa sotto voce, come una preghiera che scompare sotto al suono della macchine che gli passano a fianco. Sembro l’unico che li sta notando. Pregano davanti a un’immagine della Madonna con il bambino. Pregano e tutt’intorno è un mosaico di piastrelle bianche con su scritto “GRAZIE”, “TU SIA LODATA”, “P.G.R.”.

“Per grazia ricevuta” con i nomi, con le date, con i cuori e le croci. Quel capannello di persone continua a pregare. Assomigliano a quelli che ogni mattina guardano la vetrina del negozio. Con loro però non posso scusarmi per il ritardo.

IV

Non ho più voglia di andare al centro. Sono stanco, voglio dormire, non pensare e non sognare. Ripercorro tutta la strada al contrario ascoltando lo stesso cd. Rivedo i semafori e i vari negozi aperti. Rivedo le prostitute a decine sulla Palmiro Togliatti con la loro magrezza e le loro minigonne e ho di nuovo un’erezione, di nuovo ho voglia di fermarsi. Freccia, accosto, tiro giù il finestrino e aspetto che la ragazza termini la telefonata in cui è impegnata. Si avvicina, saluta e mi illustra le specificità della prestazione. Sentendo la sua voce mi sembra di ascoltare me seduto davanti a qualcuno che firma il contratto. Chiudo il finestrino e vado via. E’ ora di provare a riposarmi.

V

Sono sul letto. Non è però la mia stanza: è una stanza che conosco, in cui ho dormito qualche volta.. Sembra essere una casa vecchia, una casa di paese con le pareti bianche e grezze, gonfie di umidità e spoglie: c’è solo qualche foto, qualche oggetto. Sono sul letto e anche le lenzuola sono tutte bianche. Noto delle chiazze rosse di sangue.. scuoto il corpo, il lenzuolo si sposta e noto che il sangue esce dalle mie braccia, ma ho gli occhi stanchi e non riesco a focalizzare bene.. Li sgrano ulteriormente: le mie braccia sono tutte bucherellate,, le vene sono gonfie, e nei buchi ci sono delle grosse formiche che per metà sono dentro e per metà sono fuori. Formiche enormi,  per questo non riescono ad entrare del tutto,  muovono le loro zampe come per scavare, come per prendere qualcosa. Io non faccio niente, nulla nel  mio corpo si muove. Non per impossibilità fisica, bensì quasi per una volontà di non interrompere quello che stanno facendo.. Piano, una ad una, escono dai buchi delle mie braccia, fanno dei passi lenti sul letto e si lanciano nel vuoto. Cadono e fanno un tonfo, che viene attutito da un foglio di carta, che si trova ai piedi del letto. Decido di muovere  la testa e sotto di me è tutto pieno di  fogli, tutti  identici, dove decine di grosse formiche rosse di sangue rantolano,  per poi spegnersi…

“E poi? Non c’è nient’altro oltre a ciò che hai scritto?”

“No, nient’altro dottoressa….nient’altro…..”

“Non sai cosa sono quei fogli? Riesci a leggere cosa c’è scritto? Noti qualcos’altro?”

“No, nient’altro….” rispondo. Sono assente, voglio solo andarmene da qui e non parlare più di questa cosa.

“Ok, allora se vuoi ci vediamo la prossima settimana e mi dirai qualcosa in più….”

Torno a casa, mi sento sporco. Voglio solo lavarmi. Entro in bagno e completamente vestito con la mia camicia scura/maniche lunghe mi metto sotto la doccia. Non voglio disperdermi ancora. Certo che conosco quei fogli: sono i fogli del questionario sulla sicurezza sul lavoro. Le formiche muoiono sempre a fine pagina, alla domanda delle responsabilità negli incidenti. Non l’ho detto alla psicologa. Forse magari non ci tornerò più. Mio padre diceva sempre che gli psicologi servono per le donne ricche e annoiati. Forse aveva ragione.

Dovrei dire alla dottoressa, forse,  che c’è anche una persona che mi guarda mentre sono sul letto. Mi guarda con due occhi grandi, come se sapesse tutto. Come gli occhi di Miriam, occhi che mi compatiscono. Non è Miriam però. E’ mio padre appunto, morto dieci anni fa in un incidente sul lavoro.

Simone Migiorato

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