Luciano Lanna. Intervista sulla politica

Il magmatico universo culturale, che in questi ultimi anni ha ruotato intorno a Gianfranco Fini, ha avuto una sua voce nelle colonne del Secolo d’Italia. Il vecchio giornale del Movimento Sociale, infatti, si è posto come interprete di una nuova sensibilità libertaria, capace di rompere definitivamente con gli schemi del passato. Proiettata verso una contaminazione con le forze della sinistra, alla ricerca di nuove sintesi più efficaci della politica stantia respirata in questi ultimi anni. Uno dei prodotti più interessanti venuti fuori è stato, senza dubbio, il libro del direttore Luciano Lanna, Il fascista libertario [vedi la recensione QUI]. Un racconto esistenziale, intessuto in ricordi e in fascinazioni, che spiega il percorso, spesso frainteso, della destra che riconosce in Gianfranco Fini il proprio epigone.

Il percorso esistenziale raccontato ne Il fascista libertario da un’idea del neofascismo italiano assolutamente irriducibile sia all’immagine che normalmente si ha del fascista nel dopo guerra, sia al neofascismo istituzionale rappresentato dal MSI. Quasi la storia di quei fascisti eretici che trovarono casa nella corrente rautiana: i movimentisti del MSI.

In realtà non è neanche così. Come tu hai visto, io inizio l’introduzione in prima persona, raccontando di quando ho cominciato a fare il liceo, insomma di quando ho iniziato a interessarmi della vita pubblica. Racconto questa mia storia che in realtà è irriducibile alla storia del Movimento Sociale o delle sue stesse correnti interne. Volevo raccontare la storia di tante persone che sono state pensate come fasciste ma in realtà erano dei libertari, la chiave del libro sta proprio qua.

In un’intervista di qualche tempo fa Umberto Croppi ricordava proprio come l’esperienza missina vissuta dall’interno fosse assolutamente diversa da quella percepita dall’esterno. Fuori vi vedevano come fascisti, ma in realtà eravate qualcos’altro.

Certo, la mia storia personale, quella di cui parlo nel libro, è proprio una testimonianza di questa frattura tra immagine esterna del fascista in democrazia e ciò che in realtà era nella vita quotidiana. Tutta la mia famiglia votava il Movimento Sociale, ma poi nel loro modo di essere, nel loro vivere, nelle loro passioni non erano affatto persone di destra, tutt’altro. Avevano una sensibilità degli anni sessanta, se vuoi, tra virgolette, progressista, aperta, dinamica. Votare il Movimento Sociale non escludeva di essere per i diritti civili, dalla parte di una società che in quegli anni stava cambiando velocemente. Questa è una percezione che non è neanche partitica. Buona parte dell’elettorato reale era così.

Il partito, anche nell’immagine che tendeva a darsi in pubblico, era proprio un’altra cosa rispetto a voi..

Esisteva una certa confusione, il MSI utilizzava questi voti per una sua logica: condizionare da destra la Democrazia Cristiana. Però poi in tutte le grandi crisi della storia della prima repubblica, penso al sessantotto, al referendum sul divorzio, il MSI non è riuscito a trascinare il suo stesso elettorato su posizioni reazionarie.

E il tuo libro è come una narrazione collettiva di tanti che pur votando il MSI, erano qualcos’altro.

Sì, il libro non è tanto la storia di una corrente interna al Movimento Sociale. Ma affronta piuttosto il problema di rappresentare una sensibilità diffusa in Italia, anche se non maggioritaria, anzi forse probabilmente minoritaria. Ma esistente di fatto. La storia di persone che pur approcciandosi al MSI, ma non necessariamente, anche gente che leggeva Il Giornale di Montanelli, al di là di questa loro esteriore etichetta di destra, nelle loro propensioni culturali, cinematografiche, musicali erano dei libertari. Il libro vuole mostrare la contraddizione di quel mondo, tra la sua immagine pubblica e la sua reale natura. Sancendo la scissione definitiva tra queste persone, che propugnavano ideali libertari, e la destra.

Contrapposta a questa diffusa sensibilità libertaria, che va certamente oltre la destra e la sinistra, ne esiste un’altra, altrettanto radicata e trasversale, rigidamente autoritaria. Anzi, spesso si ritrova proprio tra i sedicenti progressisti e liberali. Sei d’accordo?

Voglio fare degli esempi concreti a questo proposito. Frequentavo, quando ero ragazzo, delle famiglie di amici dei miei genitori collegate al PCI e alla CGIL. Ecco, i loro erano valori reazionari: erano per l’indissolubilità del matrimonio, per un certa morigeratezza dei costumi, contro l’immigrazione. Questo è indicativo, perché dimostra che il vero scontro non è tanto tra destra e sinistra, ma tra libertari e autoritari. Molte persone che vengono da un esperienza fascista erano in realtà, poi, dei libertari veri e propri, a differenza di molti comunisti in realtà rigidi e autoritari!

Possiamo dire che Latina sia stato un esperimento in questo’ottica: mettere da un parte tutti i libertari, contrapponendoli agli autoritari?

Latina è stato un esperimento come quello di Ferrara e della sua lista contro l’aborto. Volevamo, anche noi, fare un operazione mediatica per far venire fuori certi contenuti. Quest’operazione evocava la possibilità che questo vento libertario, che ha attraversato anche la destra, oggi dovrebbe sparigliare la partita politica sulle questioni concrete. Mostrando la vera contrapposizione esistente: o si è libertari o si è autoritari, o si è democratici o si è populisti, o si è conservatori o si è riformatori.

In quest’operazione quel è il ruolo di Gianfranco Fini?

Il ruolo di Fini è fondamentale in questo percorso. Io registro il fatto che, dopo una destra che in Italia ha sempre vissuto nella schizofrenia, per cui dentro viveva una certa sensibilità libertaria, mentre all’esterno sosteneva certe cose molto discutibili, con Fini ha risolto definitivamente quest’ambiguità.

In che maniera?

Fini, dal 2003 in poi, ha scardinato gli stereotipi della vecchia destra populista e conservatrice. Lui, che era stato autore di una legge, se vuoi liberticida, come la Bossi-Fini, a un certo punto rovescia la situazione e propone il diritto di voto agli immigrati. Ed ecco il primo strappo. Immediatamente il secondo, altrettanto importante, cioè la revisione del giudizio sul sessantotto. Fini ha ammesso che, per la destra, il sessantotto è stata un’occasione perduta. Non era una rivolta di sinistra ma di rinnovamento generazionale. Ovunque nel mondo ha portato alla lotta per i diritti civili, questione non solo di sinistra. Il terzo strappo è stato quando Gasparri e La Russa lo hanno portato a vedere Il Mercante di Pietre. In quell’occasione si è espresso chiaramente: il film era solo becera propaganda anti islamica, insomma spazzatura. Questi tre fatti simbolici, che sono poi la premessa della rottura di Fini con Berlusconi e con il PdL, sono il presupposto per leggere e comprendere la vicenda finiana. Quello che auspico è che Fini faccia un’autocritica anche sul G8 di Genova, rompendo definitivamente con una destra classica, sbirresca e conservatrice. Sarebbe straordinaria una destra sempre dalla parte dei diritti!

Secondo te l’alleanza con Casini e Rutelli va in questa direzione? Non li definirei propriamente dei libertari.

Solo se andiamo oltre, rispetto ai tatticismi del politichese, e allarghiamo la prospettiva ai grandi scenari, possiamo capire le ragioni di questa alleanza. Oggi Fini, da persona di destra, gioca la stessa partita con Rutelli, un ex radicale, che è stato leader dei verdi. Questo avvicinamento tra due mondi diversi, potrebbe portare a una nuova contaminazione positiva. Stesso discorso vale anche per Casini. L’UDC può dare un importante contributo cattolico, diverso da quello conservatore. Non dimentichiamoci, ad esempio, che sulla questione dello scontro di civiltà, Casini, si è sempre dimostrato lontano dalle tesi oltranziste portate avanti dal PdL. Stiamo attenti quindi alla quotidianità del politichese, cerchiamo piuttosto di intercettare percorsi di lungo periodo. In una prospettiva come questa, è giusto inserire anche la giunta di Cacciari e quella di Pisapia. Portatori non di valori di sinistra tout-court, ma della nuova sensibilità libertaria di cui parlavamo.

Si configura l’ipotesi di una grande alleanza, allora, per sconfiggere la destra populista e autoritaria, insomma Berlusconi..

Il berlusconismo ormai è un cadavere. Ma la questione non è quella di creare una grande alleanza partitica. A questo proposito mi è piaciuta una frase di De Gregori, quando diceva che finora la politica è stata concepita come appartenenza, bisogna invece concepirla come una scelta sulle questioni concrete, di volta in volta sul singolo problema decido con chi schierarmi. Una volta posso stare con Pannella, una volta con Casini. La politica non è un appartenenza, è una scelta. Il fatto che io stia dentro tale contenitore non vuol dire che mi debba scontrare con l’altro a prescindere. Per accorgercene basta guardare al risultato del referendum e al risultato di Milano alle amministrative. Sono segnali di qualcosa che sta cambiando. La gente sta insieme perché vuole un serio cambiamento.

Certo, il referendum e le amministrative di Milano hanno sancito una sonora sconfitta per Berlusconi.Bocciato il programma di governo e sconfitta in casa, a Milano, cuore di una Lombardia da sempre feudo del PdL.

Tutti sono andati a votare, oltre i partiti, oltre le categorie destra-sinistra. È una novità e, attenzione,  non ha vinto il Pd, il centro sinistra, ha vinto la voglia dei cittadini di dire la propria. Gli italiani, anticipando di fatto la politica, hanno trovato una sintesi su quattro specifiche questioni. Il referendum del 13 giugno rappresenta simbolicamente l’esatto opposto di quello che poteva essere l’8 settembre, in cui tutti si tappavano in casa. Ora tutti vogliono partecipare. Stesso identico discorso vale per Milano. Con Pisapia non ha vinto la sinistra, ha vinto la Milano della borghesia illuminata, delle associazioni, di una certa chiesa, di buona parte del terzo polo, qualcosa di nuovo che sta nascendo.

Qual è l’obbiettivo di questa nuova Italia, di questi cittadini che scelgono Pisapia, che votano quattro si al referendum, ma che provengono da storie politiche contrapposte, spesso addirittura antitetiche?

L’obbiettivo prossimo deve essere far perdere i poteri a questa nomenclatura che chiamiamo centro destra. Avviare una legislatura che inauguri un clima rinnovato in Italia. Si deve realizzare una nuova costituente, come è stato nel ’46, in cui la vera classe dirigente del Paese, non quella dei parlamentari eletti con il porcellum, costruisca e stabilisca insieme le regole di una democrazia nuova. In cui gli eredi del fascismo e gli eredi del comunismo, con  tutta l’evoluzione che c’è stata, ristabiliscano una nuova repubblica. Questo è il grande obbiettivo storico.

In quale maniera si dovrebbe  inaugurare la nuova stagione? Come si potrebbe marcare una distanza tra la seconda Repubblica e la terza?

Io non parlo di seconda o terza Repubblica, sono schemi che non mi sono mai piaciuti. Secondo me c’è stato in Italia un modello di Repubblica, che è quello delineato alla costituzione del ‘46, che ha funzionato sino al ‘92-‘93. Poi è subentrata la cosiddetta transizione, cioè un casino totale. Uno spazio pubblico occupato da una politica virtualizzata, fatta di Berlusconi ma anche di Prodi, basata su modelli elettorali sbagliati. Ha ridotto tutto a uno scontro di una parte contro l’altra. Ma ha creato solo confusione, ha allontanato la gente dalla voglia di partecipare. Bisogna saltare dalla prima repubblica, quella storica, a una nuova repubblica da costruire insieme.

Dare avvio a un nuovo modello di militanza politica?

Questa è un’altra cosa, io come anche Goffredo Fofi, sono contrario alla cosiddetta militanza. Che è una forma di impegno concepibile come militarizzazione della politica. Io, essendo libertario, credo nella persona, nel singolo, nell’impegno concreto del cittadino. Non bisogna pensare per partiti strutturati, per organizzazioni, per militanti che portano avanti il quorum di quel partito-chiesa. Noi dobbiamo ricominciare a puntare sulle persone. Auspicare che scendano in piazza, che si incontrino sulle singole questioni. Basti pensare al sessantotto per capire la nocività della militanza. Diventando, da movimento libertario, un movimento organizzato di militanti, è morto. Il partito diventa un comitato elettorale, dobbiamo rompere definitivamente con questo schema e creare un diverso meccanismo

Ovvero?

Bisogna ripartire dalle elite, quelle vere, fatte da gente vera. Vadano a fare questa costituente, vadano in parlamento e decidano. Il problema italiano è che le persone che sono portatrici di soluzioni sono lontane dalla sfera pubblica. Noi dobbiamo ristabilire questo rapporto interrotto. Pensa ai costituenti del ’46, piaccia o meno, erano vera classe dirigente, erano persone importanti, professori universitari, gente capace e coraggiosa. Oggi, invece, abbiamo una classe politica che risponde alla logica dei comitati elettorali, da una parte e dall’altra.

Ma questa classe politica corrotta, autoreferenziale, incapace, non potrebbe essere lo specchio di una società degenerata?

No, io a questo non ci credo. È  uno schema inventato dalla stessa classe politica, oggi al potere, per auto legittimarsi. Certo, se tu non dai la possibilità alla gente di decidere la situazione rimarrà questa. Il porcellum è una follia, non puoi neanche scegliere un parlamentare del tuo collegio. Autotutela e autoproclama una classe politica che è quella di cui parli.

Che alternativa esiste a questa politica?

L’incontro e la contaminazione tra aree politiche un tempo distanti. Tra figure come Fini, come Cacciari, come Marramao e come tanti altri. Possono costruire una nuova classe politica seria, responsabile e dignitosa.

Una responsabilità e una dignità che questo governo non ha dimostrato. Penso soprattutto alla sua ondivaga politica estera. Anche se certi accordi energetici, mi riferisco a South Streem, sarebbero stati di grande lungimiranza.

L’Italia ha una sua storia di politica estera, da Crispi arrivando fino a Moro e a Craxi. Esiste una continuità e una vocazione euro mediterranea, che anche Berlusconi ha portato avanti. Gli accordi di cui parli gli avrebbe stipulati qualunque governo, anche Prodi. La vera questione di politica estera è che Berlusconi ci ha fatto fare delle brutte figure in tutto il mondo. L’ultima con Obama. L’Italia è passata dall’essere un paese rispettato, come ai tempi di Bettino Craxi, ad essere lo zimbello dell’Occidente.

Hai accennato alla figuraccia con Obama: la solita sceneggiata sui giudici comunisti, sulla giustizia pilotata politicamente. Bisogna ammettere, però, che un problema percepito esiste: l’Italia si divide tra forcaioli folli da una parte, che vorrebbero Piazzale Loreto ovunque, e permissivisti, innocentisti sempre e comunque dall’altra.

Fermo restando che io sono un garantista doc. E che sono non da oggi, ma da sempre, per la separazione delle carriere. Detto questo, ho i miei dubbi che Berlusconi e i suoi partiti abbiano espresso una posizione garantista. Se non una posizione di garantismo peloso, interessato soltanto ad alcuni processi e non ad altri. La mia impressione è questa: Berlusconi non doveva fare una campagna sui suoi processi, ma sul caso Cucchi, sul caso di Gabriele Sandri, sul caso di Giuliani. Questo sarebbe stato un discorso serio. Il garantismo si fa dalla parte delle vittime dell’ingiustizia, non dei potenti che vogliono restare impuniti. Io, ora, voglio dire, in un Paese civile, in un Paese democratico, una personalità pubblica, che è esteticamente colpita da una brutta figura, si dovrebbe automaticamente dimettere. Per un fatto di immagine, punto e basta. La giustizia non c’entra. Del caso Ruby non mi interessa il lato giudiziario, ma dato che c’è stata questa situazione che esteticamente è squallida, un leader politico coraggioso dovrebbe dimettersi e lasciare il campo ad altri. I cosiddetti giustizialisti, essenza dell’antipolitica, da Di Pietro in poi, vorrebbero una sconfitta di Berlusconi sul piano giudiziario. Berlusconi, invece, deve essere vinto alle elezioni, dal voto della gente, perché in vent’anni ci ha promesso tante cose, ma non ha mantenuto i patti.

Nicola Piras

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