Kengiro Azuma. Il kamikaze scultore

Alla fine del 1944, dopo la battaglia di Leyte e l’attacco americano alle Filippine, la situazione militare del Giappone era divenuta gravissima: dalle nuove basi conquistate, gli aerei nemici erano ormai in grado di bombardare il suolo giapponese e la stessa capitale, e i comandi giapponesi si preparavano a sostenere l’assalto finale alla madrepatria. Fu in questa situazione disperata, con la marina giapponese già fortemente indebolita e una catastrofica inferiorità di mezzi, che sorse l’idea di utilizzare piloti suicidi in grado di arrestare l’avanzata nemica nel Pacifico. Si pianificava la perdita di migliaia di piloti come ultima arma di difesa della Patria. Asaiki Tamai, uno dei comandanti della marina imperiale, fu il responsabile dell’addestramento dei piloti da caccia kamikaze, i volontari che si offrirono in gran numero per donare la loro giovane vita in difesa del Giappone. Dopo un addestramento duro ma rapido, e a volte approssimativo per mancanza di tempo, si trattava di salire sugli Zero, i mitici caccia destinati a voli senza ritorno e privati dei mezzi di atterraggio (per scarsità di materiale, il carrello veniva sganciato dopo il decollo e riutilizzato da un altro apparecchio). Bisognava avviarsi verso l’obiettivo con a bordo bombe da 200-250 Kg, seguendo un volo radente per sfuggire ai radar per poi disegnare la picchiata verso la tolda della nave nemica prescelta. Tra questi giovani eroici ed entusiasti ce n’era uno giovanissimo, classe 1926: Kengiro Azuma, una volta effettuato il ciclo di addestramento, era pronto con altre centinaia di camerati ad entrare in azione, quando la bomba di Hiroshima, nel giro di poche ore, pose fine alla sua avventura, alla guerra ed anche al Giappone tradizionale. Un intero mondo, un’intera civiltà precipitarono in un tracollo traumatico. Una millenaria cultura, incentrata sulla sacralità della figura dell’Imperatore e sulla devozione alla stirpe giapponese, venne distrutta: al suo posto, la sconfitta militare generò il Giappone moderno: produttivismo, consumismo, americanizzazione, questi i mali epocali che presero il posto della concezione religiosa dei rapporti umani, della gerarchia semidivina, del senso pagano per il destino della comunità di popolo.

Kengiro Azuma oggi è uno scultore di fama mondiale. Bisogna sentirlo, quando rievoca la disperazione, il dolore tragico che lo colse nel 1945, non appena lo sconfitto Imperatore Hirohito – sotto minaccia americana – venne costretto a spogliarsi della sua funzione di sacrale presenza divina per dichiararsi semplice uomo come tutti gli altri. L’incomprensibile era accaduto. Azuma visse mesi ed anni di sofferto spaesamento e di acuta sofferenza: non riusciva a comprendere come tutto ciò in cui egli – e con lui milioni di giapponesi – aveva creduto fosse d’un tratto dichiarato non vero, degradato, umiliato. Ed ebbe l’illuminazione che solo l’arte, la grande arte insufflata di sacro amore per la vita, gli avrebbe potuto portare lenimento e consolazione. Volle diventare scultore. Figlio e nipote di abili artigiani del bronzo, che per generazioni avevano gestito una fonderia da cui uscivano figure di animali e oggetti per il culto shinto, Azuma decise di farsi erede di questa disciplina tradizionale. Volle insomma trovare nella profondità della sua tradizione i significati metafisici della vita. L’arte e l’artigianato come sintesi di una maniera sacra di dare forma all’anima: un concetto che anche noi, in Italia, ben conosciamo fin dall’antichità.

L’intelligenza e la straordinaria portata dell’arte di Azuma hanno un centro semplice e grandioso: la materia come espressione di una fede interiore nella vita, l’oggetto come segmento dell’esistente, come forma microcosmica. Dopo aver studiato all’Università di Tokyo la scultura della scuola francese (i Rodin, i Bourdelle, i Maillol), ne percepì l’estraneità alla propria formazione culturale: troppa “calligrafia”, troppo poca “anima”. Andava in cerca di altre sintesi, non solo di bella forma esteriore, ma soprattutto di evocazione interiore, di richiamo astratto – alla maniera zen – e di olistico simbolismo. Nel 1956 scelse di venire in Italia, a Milano, dove conobbe da vicino l’opera di Marino Marini: lo scultore toscano, tra i maggiori del Novecento, era stato nel 1932 membro dell’Accademia di Belle Arti di Firenze e nel 1941 venne nominato titolare della cattedra di scultura all’Accademia milanese di Brera. Azuma ne diventò subito allievo, infine assistente di studio, poi anche amico. Nel maestro italiano il giovane artista vedeva il portatore di uno stile che all’estetica univa il senso dell’unità tra uomo e natura, tra vita e materia. C’è una filosofia, dietro ai percorsi della materia, che riassume lo stile orientale di considerare il mondo un essere vivente, che sceglie esso stesso le forme attraverso cui manifestarsi: l’artista è solo il medium, è il traduttore dell’Anima mundi in un oggetto, magari umile, semplice, così come nell’umiltà e nella semplicità di un gesto, di un dettaglio, di un piccolo e minuto frammento la religiosità zen vede rivivere la potenza della vita. Azuma, in ciò, venne sollecitato proprio da Marini. Il giovane arista giapponese non doveva ripetere lo stile altrui: quello francese, o magari quello dello stesso Marini che, da toscano, si definiva un “etrusco”. No: l’artista giapponese doveva indagare la propria anima, ripercorrere la propria tradizione, riandare alle proprie radici, e da queste estrarre le forme nuove. Questo apologo circa la bellezza e l’essenzialità dei valori “etnicisti”, di un trionfante relativismo delle culture – insegnamento tradizionale stridente con l’odierno dilagare della sterilità universalista – è stato rievocato dallo stesso Azuma in una suggestiva puntata della trasmissione televisiva “Passepartout” di Philippe Daverio dello scorso anno.

Dalle semplici, profonde, anche commoventi parole di Azuma, ne usciva illuminata la completezza di un’eterna tensione: ogni uomo appartiene al proprio mondo culturale, ne è figlio ed erede, e come tale è all’interno di tale retaggio di forme che deve cercare la propria espressione. Tutta la carica interiore dell’antico Giappone imperiale, religiosamente devoto alla sua peculiare via ispirativa, era qui racchiusa. Azuma, nel corso di quella trasmissione, riandava ai primi anni della sua permanenza milanese, quando doveva vivere in una terra straniera e doveva fare i conti anche con duri problemi di sopravvivenza: il dolore e l’angoscia di una vita irta di incognite vennero superati solo da una forza d’animo indeformabile, una determinazione tenace che derivava in linea retta dagli insegnamenti ricevuti nel periodo dell’addestramento come pilota kamikaze. Una scuola che insegnava a vivere la vita come suprema disciplina della volontà: «Vivere ogni momento con un massimo di forza», questo l’insegnamento di Azuma. Raro uomo della tradizione, a tutti noi debosciati occidentali, colpiti a morte dal virus cosmopolita sparso dal liberalismo apolide, questo artista proveniente dai mondi dell’onore e della fedeltà fornisce una formidabile lezione, nel momento in cui, parlando della sua opera come “arte  invisibile”, ne riassume i valori che la animano: «Fede, anima, passione, pazienza, volontà».

In questo modo, l’artista diventa un osservatore della natura e delle bizzarrie anche casuali attraverso le quali si appalesa. E allora gli oggetti più umili diventano epifanie del sacro. Azuma è solito raccogliere frammenti, residuati, materiali poveri alla deriva, e li manipola, dona loro vita, li nobilita. E allora ecco le lattine spiaccicate che nelle loro contorsioni formano figure; ecco il paracarro trovato abbandonato per strada, che diviene scultura ripiena di vita; ecco la lastra di bronzo casualmente spaccatasi che assume striature e asperità creative; ecco le listerelle di legno di faggio delle cassette di frutta, raccolte nei mercati, che gettate per terra, quasi fossero i legnetti runici di Wotan, assumono posizioni, danno vita a incroci, inventano forme astratte, disegnano un simbolo: è il segreto dello zen, l’incrocio fra il pieno e il vuoto, il combaciare di forma e contenuto, il balenare di una verità dall’attimo della percezione. «L’uomo non copia la natura, l’uomo è la natura: questo è zen». Gli oggetti, anche i più banali, racchiudono un segreto: il valore di un bicchiere non è nel bicchiere o in ciò che contiene, ma nel vuoto, nella sua possibilità di essere riempito, così come essere genio significa essere vuoto, pronto a riempirsi. L’uomo come “vaso”, l’invasamento: l’artista, dunque, come collettore della sostanza divina che è ovunque, poiché sacro e vita sacra vivono nell’ovunque.

Questa dimensione, prettamente pagana, tipicamente tradizionale, sommamente anti-modernista, Azuma la condensa nella sua collaborazione psichica e manuale con la natura e con la casualità delle forme. Che non sono mai “caso” in senso banale, ma che sempre racchiudono un significato ulteriore, un destino da captare, da udire con i sensi finissimi del metafisico e dello spirito ricettivo. La “goccia”, ad esempio, la famosa “goccia” di Azuma. La goccia che cade dalla grondaia, che per un solo attimo crea la bellezza irripetibile di una perfezione evocativa: e anche questo è zen. La scultura di Kengiro Azuma è lontana dall’astrattismo contemporaneo, spesso privo di vita e devoto all’informe per l’informe. Il suo stile, all’opposto, è la ricerca dell’anima che è nelle cose. La “pazienza” di Azuma nell’attendere l’ispirazione che da sola insorge dal silenzio del cuore e dagli occhi dello spirito riecheggia le discipline orientali circa la ricerca di un’assonanza totale fra uomo e mondo. Azuma è oggi uno dei pochi testimoni della possibilità che al cosmopolitismo internazionalista si può ancora opporre la fedeltà al proprio popolo e alla propria tradizione identitaria.

Qualche giorno fa, passando da Milano con la mia famiglia, sono andato a cercare il maestro Kengiro Azuma. Era un pezzo che intendevo fare questo incontro “iniziatico”. Oggi è famoso, ma i suoi modi sono semplici. Già stimato da numerosi critici d’arte (da Carandente ad Argan a Gillo Dorfles), Azuma ha opere in parecchi importanti musei del mondo, insegna, fa mostre di ampia risonanza, come quella recente presso i sassi di Matera, tiene uno studio nel centro di Milano. Ma è alla Bovisa che l’ho trovato. All’estrema periferia nord-ovest della metropoli, Azuma ha un suo “pensatoio”, il luogo dove aspetta l’ispirazione, circondato da un oceano di oggetti affastellati con un ordine che solo lui conosce e che al profano appare disordine: prototipi di opere, schizzi, bronzi di animali, forme eccentriche, persino suoi modellini in bronzo di apparecchi Zero – il “suo” Zero – e di portaerei del Sol Levante. Gentile, schivo, magnetico. Mi ha detto di ricordare ancora oggi perfettamente il clima mentale, l’atmosfera, la potenza interiore da cui era animato nei suoi lontani diciannove anni, quando giurò con gioia al suo Imperatore di donargli la vita. Partivano sorridenti, i kamikaze, si cingevano la fronte di bandane con scritte poetiche, si apprestavano sereni ad entrare nel regno degli eroi. Oggi uno di loro vive ancora tra noi. E ogni giorno ci insegna cosa significhi vivere l’onore e la fedeltà.

Luca Leonello Rimbotti

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