J. Edgar. La nuova sfida del vecchio Clint

Il detto “è come il buon vino, più invecchia e più diventa buono”, poche volte come nel caso di Clint Eastwood, artista a tutto tondo che ha trovato il consenso planetario – di pubblico e di critica – abbondantemente dopo i sessant’anni, trova perfetta aderenza con la realtà. Il regista e attore californiano lo scorso 31 maggio ha compiuto ottantuno anni e mai come in questo ultimo periodo è stato così prolifico.

Certo il vecchio Clint, dopo la memorabile prova in Gran Torino, ha deciso irrevocabilmente di proseguire la sua carriera solo dietro e non più anche davanti la macchina da presa, ma basta dare un’occhiata alla filmografia recente, coronata dal duplice Oscar (film e regia, proprio come gli era accaduto con Gli Spietati più di un decennio prima) ottenuto dallo struggente Million dollar baby, dalle numerose nomination ottenute da due capolavori come Mystic River e Letters from Iwo Jima, e dai riconoscimenti europei ricevuti da un’opera difficile e introspettiva come l’ultimo Hereafter per capire che stiamo parlando di uno dei più importanti cineasti del pianeta, ancora nel pieno della sua creatività artistica.

Ottantuno anni giustamente celebrati anche sui quotidiani italiani, in particolare da Repubblica che domenica scorsa gli ha dedicato due ampi paginoni riprendendo le riflessioni, tradotte da Anna Bissanti, tratte da Eastwood on Eastwood, edito dai prestigiosi Cahiers du Cinéma.

Eastwood ci racconta a grandi linee di sé, del suo interesse per la politica, delle sue idee libertarie, del suo essere repubblicano ma non conservatore, della sua passione per il jazz, del suo ingresso nel mondo del cinema, della suo attaccamento a una nazione piena di contraddizioni ma sempre amatissima, in cui il sogno americano è ancora possibile.

Lui stesso ne è vivente testimonianza, tanto che si appella al fato per raccontarci cosa l’ha portato a diventare quello che è, per spiegarci perché il suo cinema legato alla gente comune, all’America che vive ai margini delle megalopoli, riesce a convincere (con estreme difficoltà) i produttori e poi a trionfare sia in sala che tra gli addetti ai lavori. Un repubblicano atipico, che di tanto in tanto vota per i democratici, che ha appoggiato McCain per stima e amicizia; un artista estraneo alle ideologie, per il quale gli attori ultra liberal con cui ha lavorato nel recente passato hanno avuto parole dolci come il miele, affermando che Eastwood ha saputo valorizzarli come nessun altro regista (è il caso di Sean Penn e Tim Robbins, ambedue straordinari interpreti di Mystic River).

«La qualità essenziale per un politico è il buonsenso – afferma Eastwood -, non occorrono cultura o intelligenza eccezionali. Anzi, troppa intelligenza può rivelarsi controproducente, mentre un minimo di buonsenso può portare molto lontano».  Ragionamento che non fa una piega, a ben guardare, che a scorrere la sua carriera sembra aver voluto fare anche per ciò che riguarda sé e il rapporto con la settima arte.

Dallo spaghetti western al poliziesco senza regole, dal texano dagli occhi di ghiaccio allo straniero senza nome, da Frank Morris (Fuga da Alcatraz) a William Munny (Gli Spietati), da Frankie Dunn (Million dollar baby) fino a Walt Kovalski (Gran Torino), emblematico congedo dalla ribalta e curiosa nemesi dell’ideale callaghaniano, Clint Eastwood ci ha regalato grandi personaggi molto diversi tra loro ma sempre fortemente caratterizzati, sovente uniti, al di là del genere proposto, da una più o meno marcata autoironia necessaria a stemperare il pathos, a ricordare allo spettatore che l’arte è narrazione che tenta di spiegare la realtà senza mai avere la pretesa di essere Vangelo, dogma, ideologia.

È questo il pregio più evidente del cinema del vecchio Clint, questa sua intrinseca disposizione a generare un feedback con gli spettatori. Non sorprende pertanto che, da qualche anno a questa parte, gli attori più noti e celebrati facciano a gara per comparire nei suoi film. È il caso anche del prossimo J.Edgar, nuova pellicola eastwoodiana in fase di produzione nella quale compariranno star del livello di Leonardo di Caprio, Naomi Watts e Judy Dench, tutti e tre alla loro prima volta con il regista californiano.

Inizialmente intitolato Hoover, il film è stato scritto dallo sceneggiatore premio Oscar Dustin Lance Black (Milk). J.Edgar Hoover, nota e controversa figura della recente storia americana, è stato direttore dell’FBI dalla fondazione nel 1935 fino alla sua morte nel 1972. Un lunghissimo periodo, che ha portato, vista la sua nebulosa parentesi a fissare in 10 anni il mandato massimo per questa carica.

Un personaggio ambiguo e difficile da raccontare, accusato, tra le altre cose, di omosessualità repressa in un ambiente sostanzialmente omofobo come l’FBI, di fare attività di dossieraggio per tenere sotto scacco i dissidenti politici e di rapporti con la mafia. Una bella sfida per l’artista californiano che, in linea con la sua filosofia di vita, non si interroga più di tanto su quel che sarà: «La vita è stata una corsa – confida Eastwood – mi ha reso fatalista. Credo che il fato abbia un grosso peso nella nostra vita, e che sia lui a guidarci. Posso dirlo: non ho avuto altro mentore in vita mia al di fuori del destino».

Federico Magi

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