Il flop dell’Heineken Jammin’ Festival 2011

Niente di più sbagliato che fare riferimento a Woodstock, di fronte alla scarsa affluenza di pubblico all’edizione 2011 dell’Heineken Jammin’ Festival. Come recitava nei giorni scorsi un titolo di Repubblica, «Il flop dei festival musicali. Addio allo spirito di Woodstock». Ma è l’accostamento stesso a essere incongruo: confonde la forma con la sostanza. La routine con l’eccezionalità. Il mondo del 2011 con quello del 1969. Una quarantina d’anni che ne valgono quattrocento, all’interno di quella che allora veniva definita, forse ottimisticamente, “cultura giovanile” e che oggi, semmai, è solo un “market profile”, un identikit commerciale da tenere sott’occhio nell’intento di incrociarne – o manipolarne – i gusti, le passioni, le ingenuità, le giravolte.

Woodstock fu un unicum. Un sogno che era diventato realtà. Un sogno, anzi, che si era riversato nella realtà direttamente dall’inconscio collettivo, senza transitare dalla piena consapevolezza ed essere messo a fuoco dal raziocinio. Una di quelle cose che si manifestano all’improvviso e che nessuno può prevedere. Una sommatoria di decisioni individuali che si sprigionano all’unisono e che danno a una normale addizione il ritmo travolgente di una progressione esponenziale. Come partire da Canterbury un migliaio di anni fa e incamminarsi verso Roma, da soli o in compagnia di qualche amico, per un’esigenza personale di pellegrinaggio; e poi trovarsi lungo la strada insieme a migliaia e migliaia di altri, che chissà come hanno avuto la stessa idea; e infine raggiungere la meta e assistere a un miracolo. Partecipare a un miracolo. Esserne allo stesso tempo gli spettatori e gli artefici. Esserne sorpresi. Esserne orgogliosi. Scoprire di esservi stati predestinati. I mercanti approntano piani e fissano obiettivi. Certi viandanti srotolano i propri giorni e i propri passi in cerca di qualcosa che non saprebbero precisare. Ma che si immaginano di saper riconoscere, se mai la incontreranno.

È soltanto dopo, che la traiettoria occasionale dei pellegrini diventa la Via Francigena. È solo in seguito – a cose fatte, a cose morte – che tre giorni di concerto male organizzato si cristallizzano nella leggenda di Woodstock. Lo sai. You know. C’è sempre qualcuno che esagera un po’, in buona fede. C’è sempre qualcuno, in malafede, che semina fandonie. Che insegue brevetti. Che spera (confida) di aver trovato il modo di tradurre un’esperienza straordinaria in un’alchimia da ripetere a piacimento, stabilizzando una rivelazione accidentale in un prodotto standardizzato. Qualcuno che è così impaziente di andare all’incasso da non riuscire neanche a porsi la domanda fondamentale: un miracolo può diventare un esempio? Un modello? Una formula?

L’abbaglio dei grandi festival nasce così. Dal tentativo di replicare a oltranza una combinazione fortunata, e a suo modo fortuita. Dalla convinzione fuorviante che al crescere delle dimensioni, e al ripetersi annuale delle kermesse, una qualsiasi sfilata di artisti si trasformerà in qualcosa di memorabile. E quindi di imperdibile. La parola ricorrente, o il suggerimento implicito, è “evento”. Sottinteso: ci accingiamo a scrivere una pagina di storia, sia pure di storia pop, e ti offriamo l’occasione di aggiungere qualcosa di tuo. Un cartello, uno striscione, un urlo particolare durante i concerti. Lo sai. You know. Potresti comparire, anche solo per un attimo, nell’eventuale film che verrà realizzato. O negli immancabili servizi di qualche tivù: basta un’acconciatura bizzarra, una gestualità inconsueta (o viceversa così consueta da divenire esemplare), una faccia che colpisca l’attenzione del regista o dell’operatore.

C’è una pagina da scrivere. O se non altro da  controfirmare. C’è un divertimento da prendere al volo, grazie a qualche tipo di sconto che lo rende quanto mai conveniente. Quanto mai vantaggioso. Un “3 per 2” del rock, del blues, del punk, del reggae. Dell’heavy metal. Oppure di quel mix ad-assetto-variabile, di quel cocktail in perenne ridefinizione, che oscilla di qua e di là in base ai periodi e alle quotazioni di mercato. Come accade in tanti network radiofonici. Come accade a MTV. A ognuno le sue preferenze, ma a tutti lo stesso intruglio di proposte talmente diverse da risultare antitetiche. E però accomunate (accomunate?!) dal successo raggiunto o incombente. Una specie di obbligo, di doveroso inchino alla volontà collettiva. In quanto individui siamo tutti diversi. In quanto pubblico diventiamo tutti uguali. La Hit Parade come il telegiornale: quello che c’è sei tenuto a conoscerlo. Quel che non c’è te lo devi cercare per conto tuo.

Prendiamo il programma dell’Heineken Jammin’ Festival di quest’anno, appunto. La prima giornata, quella del 9 giugno, prevedeva Beady Eye, Cesare Cremonini, Echo & The Bunnymen e We are Scientists, per culminare nell’esibizione dei Coldplay. La seconda partiva da Fabri Fibra e si snodava tra Verdena, Interpol ed Elbow, per concludersi coi Negramaro. La terza e ultima, l’undici giugno, cominciava dai Pretty Reckless, passava agli All Time Low e si chiudeva con Vasco Rossi. Trovare un filo conduttore tra i diversi artisti è impossibile. Ma il punto non è nemmeno questo. La stessa identica osservazione, sul piano stilistico, si può fare per Woodstock: tra Joan Baez e Santana non c’è nessun punto di contatto, e così tra i Creedence Clearwater Revival e Jimi Hendrix. Eppure, sia tra questi quattro che tra tutti gli altri, o quasi, c’era un elemento comune che ne giustificava la presenza nell’ambito di una stessa rassegna. Erano – benedetti loro – pervasi da un’energia superiore. Da una curiosità superiore. Da una imprevedibilità superiore.

A richiamare gli spettatori non era tanto la loro fama, che è una conseguenza di qualcosa che si è già fatto, e perciò acquisito, ma il desiderio di immergersi nello stesso flusso creativo. Come in una ricerca da compiere insieme, nella fondata speranza di una Shangri La che appare di colpo e ti premia di tutti gli sforzi e di tutta l’attesa. Come in un viaggio da esploratori, anziché da turisti.

Federico Zamboni

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