Giardini Cecchin. La sinistra che sciacalla

E’ proprio vero, la faccia tosta delle volte sembra non conoscere né frontiere né barriere etiche o morali di qualunque tipo. E’ il caso dell’ultima gravissima “boutade” sul caso di Francesco Cecchin, il giovane militante nazional popolare morto il 15 giugno del 1978 a soli 17 anni, a seguito di una brutale aggressione subita da alcuni militanti della locale sezione di Piazza Vescovio dell’allora PCI.

Dopo anni di vergognoso silenzio, accompagnato da indegne manipolazioni della verità (Francesco sarebbe caduto da solo dal muretto di via Montebuono, dopo esser fuggito a seguito di una “discussione” con i suoi assassini, sic!), un atto ufficiale sembrava in qualche modo voler rendere omaggio e giustizia alla memoria di Francesco e della sua tragica fine: la dedica del giardinetto di Piazza Vescovio a suo nome, accompagnata dall’inaugurazione di un monumento. Un gesto che voleva riconciliare la memoria della vicenda di Francesco con un’intera comunità nazionale, al di là di decrepite e desuete barriere ideologiche e che, invece, ha scatenato un ritorno di fiamma del peggior spirito degli anni di piombo.

Un gruppo di “intellettuali” e di personalità del mondo della politica e dello spettacolo, da Fausto Bertinotti ad Ettore Scola, da Paola Comencini a Nicola Tranfaglia, da Edo Ronchi a Pietro Larizza ed altri ancora, hanno avuto l’ardire di sottoscrivere una lettera in cui si manifestava una netta contrarietà alla dedica dei giardinetti e del monumento alla memoria di Francesco, ponendo come motivazione il fatto che di memoria “di parte” si sarebbe trattato e non di una memoria da tutti “condivisa”, dimentichi dell’esistenza “illo dia” di strade e piazze dedicate alla memoria di Valter Rossi e Valerio Verbano, militanti marxisti morti nei difficili anni di piombo.

Tutto questo senza voler contare la continua ed infinita giaculatoria sulle vittime a vario titolo della “violenza nazi-fascista”, divenuta il leit motiv della vita politica italiana, a giustificazione di qualsiasi atteggiamento di anti democratica intolleranza. A coronamento dell’intera vicenda, l’atteggiamento di alcuni consiglieri PD che con la loro contrarietà espressa a vario titolo sull’intera operazione, hanno concorso a dare un tocco di “ufficialità” all’intera, squallida iniziativa. A conferire, oltretutto, all’intera vicenda la valenza di una amara beffa del destino, la considerazione che quella di Francesco non è una figura posta nell’elenco ufficiale delle vittime del terrorismo, formalizzando in tal modo la difficoltà della dedica di un monumento alla sua memoria.

In tutta questa vicenda, però, a destare indignazione non è tanto l’uscita si et si, sicuramente prevedibile da parte dei “minus habens” frequentanti i vari centri “sociali”, quanto il target da cui tale provocazione è provenuta. Da personaggi della caratura e della preparazione di un Bertinotti o di uno Scola o di altri ancora, certe cose non si possono assolutamente accettare in quanto rivelatrici del vero volto di certo buonismo e solidarismo d’accatto che animano i salotti bene della sinistra radical chic nostrana (e non solo).

Ancora una volta dunque, al di là delle belle parole e degli slogan urlati ai quattro venti a mo’ di indiscutibili corollari, questa gente ha mostrato il proprio vero volto di rassemblement intellettuale asservito agli interessi dei poteri forti. Quegli stessi poteri che pur di vedere un’Italia debole, destabilizzata, in preda ai miasmi di odii e di faide politiche che non dovrebbero appartenere ad un paese civile, si fanno ispiratori e mentori di iniziative di vero e proprio sciacallaggio politico, soffiando sul razzismo politico, sulla discriminazione, su quell’odio per il “diverso”, che fa sfumare qualsiasi prospettiva di un percorso comunitario condiviso, che invece dell’identità di una comunità nazionale dovrebbe costituire l’elemento fondante.

Non solo. Quest’episodio che qualcuno potrebbe esser tentato a ridimensionare a spicciola polemica post elettorale, impone una doverosa e quanto mai grave riflessione sul reale stato della democrazia in Italia. Le preoccupanti, recentissime uscite di un intellettuale del calibro di un Alberto Asor Rosa, evocatrici di golpe sudamericani contro governi eletti dalla volontà popolare (al di là delle legittime critiche che a questi si vogliano rivolgere), la tentazione al continuo ricorso alla via giudiziaria per risolvere qualsiasi questione di politica interna (incluso quella legata alla tematica degli anni di piombo), ci pongono di fronte alla realtà di un paese a sovranità limitata, in cui a farla da padrone non sono i diritti dei cittadini (in primis quello alla libertà di opinione e di associazione) bensì gli inconfessabili interessi di ben definiti gruppi di pressione.

Ragion per cui, sensibilizzare la comunità e gli organi della giustizia internazionale, quanto la nostrana pubblica opinione, sulla costante tendenza all’involuzione autoritaria del nostro paese e sulla sua inaffidabilità per quanto riguarda la tutela della libertà di opinione, assume a questo punto la valenza di un obbligo dal punto di vista morale, oltreché da quello strettamente politico.

A tutto questo, va aggiunta una conclamata mala fede, accompagnata  dalla totale insensibilità ed ignoranza sulla reale natura di determinate manifestazioni. Potrà sembrare strano a dirsi, ma l’annuale ricorrenza per la morte di Francesco ha finito con il suscitare, nel tempo, quel senso di solidarietà ed appartenenza legato ad un determinato motivo o, in questo caso, ad un evento trainante espresso da una forma di ritualità affiancata dall’ostentazione di un simbolo dalla forte valenza, quale appunto quello della croce “celtica”.

Subito qualche superficiale ha ben pensato di limitare automaticamente questo simbolo all’esperienza del regime nazional socialista, dimentico che, anzitutto, la sua adozione politica in tempi moderni fu opera di alcune formazioni nazional popolari francesi del periodo immediatamente antecedente all’ultimo conflitto mondiale, come il Parti Populaire Francais di Jacques Doriot e non ha mai trovato alcun riscontro obiettivo la fola che fosse stato adottato da qualsivoglia divisione Waffen delle SS. Di sé, invece, la croce celtica o solare, è originariamente riconducibile all’area culturale celtica e norrena ed è, parimenti allo swastika, un simbolo dalla forte caratterizzazione cosmologica. La croce ne rappresenta l’intersezione tra il piano orizzontale del mondo fenomenologico e quello verticale del mondo sovrannaturale sormontati da un cerchio descrivente la rotazione del mondo attorno ad un centro immobile, la Chakravarti Indu o il cosiddetto “motore immobile” dell’universo di aristotelica memoria.

La rappresentazione di un polo metafisico immobile attorno al vorticare del mondo, fa vistosamente a pugni con la becera e sinistra rappresentazione che ne danno i media dimentichi, tra l’altro, che determinati richiami archetipici riemergono nelle umane società ogni qual volta vengano a mancare dei validi punti di riferimento spirituali, come nella attuale società post moderna, vittima di un asfissiante economicismo. Prova ne sia che l’annuale rievocazione della morte di Francesco non è mai stata compiuta in una chiesa, bensì nella piazza ove fu ucciso.

Si può tranquillamente affermare, quindi, senza tema di esagerare, che quella di Francesco, al pari di altri similari riti collettivi, rientra nella categoria di quelle forme di “religiosità civica” in grado di creare un motivo di aggregazione attraverso l’evocazione o il ricordo di una determinata vicenda drammatica. Non capire tutto questo, significa solamente porsi al di fuori della comprensione della storia e dei suoi meccanismi, riducendo il proprio ruolo a quello di semplice e cieco portavoce degli interessi altrui.

Il risultato referendario aveva fomentato l’illusione che certe persone fossero in grado di farsi carico degli interessi dell’intera comunità nazionale, all’insegna di quell’istanza di trasversalismo  e di rifiuto delle vecchie categorie della politica, oggidì tanto avvertita dalla società italiana. Quest’ultimo episodio ha invece fatto gettare la maschera ad una sinistra radicale più avvezza a condurre squallide operazioni di sciacallaggio politico, che non a proporre alcunché di nuovo, alla faccia delle aspirazioni di un elettorato sempre più stanco di vuote parole e promesse non mantenute.

Umberto Bianchi

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