Filiera di governo. Se mi voti contro…

Sul lessico politico contemporaneo, e sulle differenze con il passato, credo siano stati scritti saggi su saggi, ci sono anche dipartimenti universitari dedicati, istituti di ricerca che sfornano grafici e analisi. Tra neologismi e mutazioni di significato, termini in declino e parole strategiche, l’elettore medio si è ritrovato, senza accorgersene, a cambiare radicalmente opinione su alcuni temi, su altri a moderare le proprie pretese, su altri ancora a dimenticare esigenze e volontà. Ad esempio, se fino a una decina di anni fa c’era la questione meridionale, che arrivava direttamente dall’unità d’Italia, oggi tra i riferimenti geografici più ricorrenti c’è il Nord. Se fino a qualche anno fa i gruppi parlamentari d’opposizione e quelli extraparlamentari parlavano di controinformazione, oggi sono tutti impegnati a guardare le classifiche di Freedom House e a rivendicare maggiore libertà d’informazione. Se negli anni 70 si puntava alla piena occupazione, e guai a chi diceva il contrario, oggi siamo costretti ad accontentarci delle maggiori opportunità di lavoro, magari flessibili e precarie.

E’ evidente per tutti che dietro ad un termine non c’è solo la sua resa fonica o il suo significato letterale. C’è un modo di pensare e di vedere il mondo, ci sono i costumi e le modalità di una politica che ha profondamente cambiato il suo modo di pensare alla società ma, nonostante tutti gli scandali degli ultimi venti anni, ha aumentato il suo peso specifico. L’elettorato viene fidelizzato con sondaggi che indicano quali sono i temi su cui insistere, la libertà di voto è limitata a scegliere l’elenco di nomi migliore e più convincente, la comunicazione è spettacolarizzata per cui vince chi grida di più o fa parlare di meno l’avversario. Al bando ragionamenti politici complessi, meglio lo slogan o il dito medio alzato: meno eleganza, più efficacia. Non più cittadini, ma clienti.

Sono i tempi che corrono, certo, e guai a me voler apparire nostalgico dei tempi che furono. C’è però un’affermazione che mi manda in bestia più delle altre. Quando la sento o la leggo, in televisione e sui giornali, non riesco a trattenere un’imprecazione. Parlo della filiera di governo. Roba che se nelle vecchie sezioni qualcuno s’alzava per dire “compagni, non dimentichiamoci della filiera di governo”, sono sicuro che sarebbe stato cacciato a calci. Sarà che le filiere produttive, specie in agricoltura, proliferano. Ce n’è per tutti i gusti: quelle lunghe e quelle corte, quelle a chilometri zero e quelle ridotte. E la politica non poteva rinunciare ad assorbire una nuova tendenza, sensibile com’è alle novità. Anche se quella di governo ha una lunghezza prefissata dalla legge. La differenza è solo qualitativa. Perché una filiera di governo, a quanto pare, può essere più o meno efficace, dipende dal colore delle giunte che ne fanno parte. Rifletteteci bene, pensate a cosa sono stati capaci di farci digerire: chi amministra rimane fedele al partito d’appartenenza e non deve pensare al bene di tutti. In estrema sintesi, questa è la filiera di governo. Se mi voti contro, ti faccio un culo così. Mi spiego meglio: se io amministro una Regione con il Partito Tal dei Tali, come posso fornire un finanziamento al sindaco della Lista Caio e Sempronio, mia avversaria? Mica sono scemo che vado a fare un favore al nemico. Metti che poi amministra bene, che figura ci faccio con i miei? Spesso, nonostante si appartenga tutti al Partito Tal dei Tali, il finanziamento non arriva comunque. Perché c’è differenza, mica siamo tutti uguali all’interno del Partito Tal dei Tali. Se io appartengo alla corrente X e il sindaco alla corrente Y, non è giusto che dia i soldi. O magari li concedo pure, ma con tutta la calma possibile. Il cittadino si impari la prossima volta ad eleggere uno della mia corrente, vedrà che poi i soldi arriveranno.

La filiera di governo, insomma, è usare i soldi di tutti come se fossero i propri. Per dar vita a quello che, almeno a casa mia, si chiama ricatto. Magari io sarò fasciocomunista, vedrò le cose sempre in maniera esagerata ma, se proprio vogliamo stemperare i toni, si può esser certi che una indebita pressione viene esercitata sull’elettorato. A Latina, per esempio, ha funzionato. Sono scesi tutti i ministri a fare promesse a destra e a manca. Qualcuno sul territorio li imboccava e a loro bastava ripetere: “si è vero, faremo il porto”, “si è vero, faremo la cittadella giudiziaria”, “si è vero, faremo arrivare decine, ma che dico… centinaia di aziende”. A Milano o a Napoli invece non ci sono cascati, almeno stavolta. E secondo me sta storia della filiera di governo, con annessa promessa di ministeri, ha pesato tanto. Chissà quante volte ci avranno creduto, in passato. E ogni volta rimanevano fregati. Questa volta, pur di non dar retta alla solita promessa, sono convinto che avrebbero votato pure Satana in persona, anche sotto le mentite spoglie di Pisapia o di De Magistris. Non hanno avuto paura dell’invasione islamica, della montagna di rifiuti, della zingaropoli e del tintinnar di manette. Lo ripeto, sarebbero anche andati all’inferno, pur di non sentirsi ripetere la tiritera della filiera di governo. E, a pensarci bene, è la vera sconfitta di questa campagna elettorale. Chissà se ne sentiremo parlare ancora.

Graziano Lanzidei

.

.

.

 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks