Fasciocomunismo. Ritorniamo sul manifesto

Il manifesto fasciocomunista, nella bozza di Nicola Guerra, ha fatto discutere Il Fondo [leggi QUI] e anche altri siti [leggi QUI]. Lasciamo perdere questa seconda discussione, perché è fatta chiaramente da persone che non si sono neanche prese la briga di leggere né la bozza né, tanto meno, i commenti successivi. Basti osservare che il forum in questione porta la dicitura “destra radicale” ed è fin troppo facile capire che qualsiasi cosa venga da me o da questo magazine trovi la maggioranza degli utenti colà appostati pronti a dichiararmi guerra a prescindere dai contenuti proposti. Cosa, per la verità, che non mi tange manco un po’. Sulla discussione avvenuta sul Fondo, invece, è possibile cominciare a mettere se non dei punti esclamativi almeno qualche punto fermo.

Vi è da dire, intanto, che ai diciassette punti originari se ne sono aggiunti altri proposti da me e da altri intervenuti. A parte la serrata di Antonio Pennacchi sul punto 15. (esercito professionale o esercito popolare), per il resto, escluso qualche scemo, non ci sono state obiezioni radicali. Per cui, una seconda bozza comprensiva delle aggiunte e degli aggiustamenti suggeriti può già essere ipotizzata in tempi brevi. Prima di questo, però, sarà opportuno approfondire la cornice che terrà l’insieme. E per cornice intendo la definizione dei limiti del quadro.

A tal fine, stabiliamo una cosa: ciò che il “fasciocomunismo” NON è. E cominciamo proprio dal termine “fasciocomunismo”. Con questo termine NON si intende proporre la somma aritmetica delle esperienze storiche del fascismo e del comunismo, perché:

primo) la somma presupporrebbe trattarsi di “oggetti” omogenei in tutto e per tutto e omogenei fino a tal punto, fascismo e comunismo, non lo sono;

secondo) quelle vicende storiche sono concluse nel Novecento modernista e riproporle pari pari, anche solo singolarmente, nella età post-moderna del secolo XXI, sarebbe un non senso, anche qualora fosse possibile.

E allora – la domanda proposta da più intervenuti è legittima – PERCHÉ e COME usarlo? L’evocazione del termine – come si sa – è di Antonio Pennacchi. Da scrittore qual è, conosce bene il valore comunicativo delle forme della retorica classica. In tal senso, “fasciocomunismo” è, allo stesso tempo, caso raro nella letteratura, una metafora e un ossimoro.

Per i non addetti ai lavori, va detto che la metafora si ha quando un’immagine verbale sostituisce il termine originario proprio, ed è tanto più efficace quanto più i termini di cui è composta sono lontani nel campo semantico a cui ci si intende riferire. In tal senso, l’immagine “fasciocomunista” sostituisce il termine di “stato” o, per maggiore precisione, il primato dello stato sugli interessi particolari degli individui e delle loro aggregazioni lobbistiche antistatali. Con un ulteriore passaggio, il “fasciocomunismo” è il termine appropriato per  sintetizzare una prassi alternativa al pensiero unico dominante: il liberismo.

L’ossimoro, invece, consiste in una figura verbale che accosta due termini in consolidato uso di contrapposizione. E’ ampiamente usato in poesia per creare shock efficaci a disarticolare proprio l’uso consolidato dei termini separati. E ciò che è valido in poesia (creare shock)  funziona benissimo anche in ambito pubblico-pubblicitario.

Sul “perché” usarla e continuare ad usarla, quindi, la risposta è semplice: esigenze di comunicazione e di evocazione e, visti anche i riscontri di attenzione ricevuti, la sua efficacia è già garantita. Sul “come” usarla, la risposta è anche più semplice: come uno slogan, o un refrain se si preferisce, ironico ed autoironico, esattamente come l’ha usato Pennacchi nel titolo del suo romanzo.

Una forma di provocazione, quindi? E perché, no? Purché anche al termine “pro-vocare” si riconosca il suo giusto etimo: “pro” = avanti, fuori e “vocare” = chiamare. Chiamare avanti (o fuori) e, quindi, per derivazione: sfidare, eccitare, stimolare. Sì, con questa chiave il “fasciocomunismo” è una stupenda pro-vocazione.

Una sfida (una eccitazione, uno stimolo…) che ha già un suo laboratorio aperto a Latina ed un test realizzato. Mi riferisco – lo avrete capito – alla vicenda della lista Pennacchi-Fli. Fallita elettoralmente, per le cause che sono già state esposte [leggi QUI e QUI], il test è invece riuscitissimo sul piano dell’azione politica (intesa come pubblica), metapolitica e mediatica. Del caso si sono interessati con ripetuti articoli i giornali e i media di tutta Italia e anche oltre (Le Monde, leggi QUI).

Ma non è stata solo l’intuizione di Pennacchi a muovere l’interesse: in venti giorni, durante la cosiddetta campagna elettorale, sono stati organizzati (sempre con i pochi mezzi a disposizione di cui si diceva sopra) una decina di avvenimenti fra comizi-invettiva del Comandante, art-performance di Graziano Cecchini,  presentazioni di libri e riviste (di Luciano Lanna, Filippo Rossi, Piero Sansonetti) concerti di musica-poesia e un previsto seminario di Franco Cardini, saltato per un disguido. Qualcosa che, insomma, è andato ben oltre la semplice attività elettorale e di partito.

Ed è da questa attività già realizzata su territorio che i “fasciocomunisti” intendono proseguire. E le istanze sono due: costituire l’associazione di promozione culturale “Canale Mussolini” come proposto da Luciano Lanna [leggi QUI] e fare della bozza del nostro manifesto un piano di azione politica trasversale e dinamica esportando, ovunque le occasioni si propongano, i principi e i valori che lì si troveranno esposti a stesura definitiva.

miro renzaglia

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