E’ tutto un complotto…

L’articolo che segue è stato pubblicato oggi, 3 giugno, sul settimanale Gli Altri.

La redazione

QUELLI CHE CRISTO
S’È COMPRATO CASA IN INDIA
miro renzaglia

Usando la mia bacheca su facebook, ho chiesto: “Devo scrivere un articolo sulla teoria del complotto: mi date qualche idea?”. Il primo ad intervenire, quasi in tempo reale, è stato Filippo Rossi, direttore del settimanale Il futurista che ha rimpallato la mia richiesta, così: “Perché ce lo chiedi? Cosa c’è sotto?”. Il messaggio è chiaramente ironico ma coglie con esattezza il nocciolo psicologico elementare del complottologo, che possiamo brevemente definire come insoddisfazione delle spiegazioni ufficiali e ricerca di quel che c’è veramente “sotto” o “dietro” qualsiasi fatto o detto.

Ora – diciamolo francamente – non sempre le spiegazioni ufficiali vanno prese per oro colato o sono esposte in maniera da non sollevare dubbi, perplessità e perfino sospetti in chiunque dotato di qualche strumento di analisi critica. Il fatto è che la differenza fra il nostro esercizio critico e quello del complottologo consiste esattamente in ciò: noi ci fermiamo al dubbio, lui procede spedito, invece, alla ricerca della verità vera in modo maniacale. Prendiamo un classico della letteratura giornalistica, quel “Io so” scritto da Pier Paolo Pasolini sul Corriere della sera negli anni Settanta e poi raccolto negli Scritti Corsari. Il poeta afferma di sapere esattamente come sono andate le cose su molti misteri della cronaca di quegli anni ma si arresta un passo prima di cadere nel labirinto mentale della teoria del complotto: «Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi». Il complottologo, invece, sarebbe andato oltre: prove e indizi non servono, la verità è un’altra e io ve la dimostro contando esclusivamente sulla mia capacità di guardare oltre quella che ci viene imposta.

Ai livelli più eccelsi di questo tipo di maniacalità, si fondano le sette intorno a “colui che sa”. Esempi del genere ne esistono a milioni ma, per attenerci al livello della dismisura, conviene andare direttamente alla storia e alla figura del Cristo. Il complottologo non può credere che Cristo sia veramente resuscitato. La resurrezione, infatti, viola le leggi della ragione. Quindi, Gesù non è morto sulla croce, come pretendono gli evangelisti, ma narcotizzato e, successivamente, liberato dal sepolcro dai suoi seguaci, è scomparso dalla circolazione trasferendosi in India con Maddalena, si è ritirato a vita privata e ha lasciato agli apostoli il compito di divulgare la buona novella. Ha prove o indizi per suffragare tutto questo? Ovviamente, no. Ma che importanza ha? A lui non servono: gli bastano qualche frammento apocrifo e la sua “ragionevole” interpretazione. Così, mentre il non-complottologo, davanti all’impossibilità di credere nella resurrezione della carne, si limita ad una manifestazione di ateismo o di agnosticismo, il complottologo cavalca le iperboli e galoppa verso un’iperrealtà che è l’anticamera e spesso anche la camera dell’alienazione.

Quanto fin qui detto vale, tuttavia, soprattutto per gli edificatori di una qualsiasi teoria del complotto che, comunque, richiede una certa genialità per diventare credibile e che può perfino diventare un’arte se lo “svelamento” è ben congegnato. Ma come la mettiamo con chi, senza avere la stessa abilità finisce per credere alla vera verità del primo?  Il meccanismo che rende possibile tale tipo di credulità non è nuovo e data secoli, perfino millenni: si chiama gnosticismo. La pretesa, cioè, che la salvezza dell’uomo non venga dalla fede ma dalla conoscenza. Vero è che alle origini quel discorso valeva per la metafisica (o per la religione, se si preferisce): di fronte al mistero della vita e della morte, ci si poteva rivolgere a “coloro che sanno”. Gli gnostici, appunto.  Era, insomma, una specie di supercategoria umana accreditata dell’illuminazione necessaria per accedere alla conoscenza e, per via di questa, alla salvezza. Mi si obietterà che il complottologo e i suoi creduloni, quale noi li riconosciamo oggi, si esercitano prevalentemente, ormai, sui grandi fatti di cronaca che niente hanno di aspettative escatologiche. Vero, ma la dinamica psicologica che li sorregge e li vincola è la stessa. Di fronte alla complessità post-moderna che si fa difficoltà a comprendere, il complottologo è il neo-gnostico e con i suoi “fedeli”, gli assetati di capire quello che la “versione ufficiale” del fatto accaduto non riesce a spiegare, del tutto o per niente, si costituiscono in setta. Una setta laica, certo, spesso finanche storico-materialista, ma sempre di setta si tratta: quella dei pochi eletti illuminati e illuminandi che sanno “come sono andate veramente le cose”.

Dal caso Moro allo sbarco sulla Luna; dall’attentato dell’11 settembre ai Protocolli dei Savi di Sion; da calciopoli all’assassinio dei fratelli Kennedy; dagli Ufo al progetto Haarp per il cambiamento del clima; dalla Grande Cupola ai Grandi Vecchi; dai segreti di Ippolito Nievo a quelli di Licio Gelli, l’interpretazione sospettosa risolve il nostro stato di ansia di fronte all’incognito.  E, allo stesso tempo, ci fa salvi (ecco il concetto di “salvezza” che ritorna, sia pure in chiave materialista) dalle nostre responsabilità individuali. Ed è esattamente in questa chiave che i teorici del complotto planetario ed ultra diventano complici del sistema di cui vorrebbero svelare le strategie: se la macchina della menzogna è così potente che nemmeno le loro stupefacenti rivelazioni ne interrompono l’infame disegno, cosa possono fare di più e di meglio? Niente. E, infatti, oltre a fantasticare di più non fanno.

Se ci fate caso, con l’avvento della rete web, le teorie del complotto hanno cominciato a moltiplicarsi in maniera geometrica. Del fenomeno, ci sembra attendibile la spiegazione che ne dà Matteo Rampin, uno che di fraudologia se ne intende: «La rete potenzia tutto questo, perché incoraggia alla superficialità di analisi, inibisce la critica (anche a causa del soverchiante numero di informazioni), raccoglie e convoglia dati in modo indiscriminato, propaga notizie innescando una ripetizione che è in se stessa persuasiva (una cosa ripetuta molte volte diventa “vera”), sfruttando il meccanismo dell’ipse dixit (una cosa è vera se la dice la televisione, o se la dice il web), ed è un terreno fertile per tutte le tecniche di distorsione della verità messe a disposizione dal linguaggio».

Esistono dei vaccini per non essere contaminati della patologia complottologa? Bè, uno l’ha indicato – come ricordavo sopra –  Filippo Rossi: l’ironia. L’ironia non ha come ultima finalità quella di suscitare il sorriso ma, come spiega Manfred Frank, in Lo stile in filosofia, di mettere una distanza necessaria tra il fatto rappresentato e la sua interpretazione. Tanto meglio se l’ironia si interpone tra fatto e l’eccesso di interpretazione, caratteristica della narrazione complottologa. Sempreché, non si voglia disporsi decisamente Contro l’interpretazione, come consigliava Susan Sontag: si osservi la realtà (?) proposta dai complottologi fingendo di prenderla eccessivamente sul serio, al fine di non prenderla per niente seriamente. D’altronde, più si sentiranno soli e più si crederanno nel vero degli eletti. Lasciateglielo credere…

miro renzaglia

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