Due motivi a favore delle Moschee in Italia

Tra i motivi di attrito più pruriginosi dell’appena conclusa corsa elettorale milanese, ha senza dubbio un ruolo centrale l’annosa polemica intorno alla costruzione delle Moschee.

Un PdL a corto di argomenti ha cavalcato la lunga onda di una, più o meno radicata, islam fobia, paventando il pericolo di islamizzazione dell’Italia, senza cogliere assolutamente nel segno di un problema radicale e profondo, che solo ora va mostrando la sua potenza epocale.

Già Nietzsche aveva compreso la natura di una stagione dell’umanità, chiamata da lui età del confronto, in cui individui, appartenenti a diverse origini culturali ed etniche, sarebbero stati costretti, dalle grandi metamorfosi economiche e sociali della modernità, a confrontarsi reciprocamente nello spazio della grande città. Un’epoca, la nostra, preconizzata dal filosofo tedesco come quella della fine delle tradizioni, nella quale nulla fosse più legato al suo luogo d’origine, consegnato invece ad un paesaggio atono e monotono.

Un paesaggio, un non-luogo, depredato della sua valenza sacrale e simbolica, di peculiarità capaci di contraddistinguerlo, e destinato unicamente ad essere raccordo di flussi comunicazionali, economici ed umani.

Lo spazio della metropoli planetaria assume così un ruolo cardinale, qualitativamente afferente alla modernità, dove l’annullamento delle origini, lo sradicamento, la perdita dell’identità e il confronto costante con l’altro da sé, sono raffigurati in una costanza e omogeneità architettonica che rende impossibile, o quasi, distinguere tra le varie nazioni (una fotografia aerea di New York confrontata con quella di Buenos Aires o Mosca, renderebbe adeguatamente il concetto). Intessute in un’unica rete, queste hanno assorbito l’aspetto più esteriore, ma non più superficiale, del pianeta.

La polemica inerente il confronto con il diverso è tanto più spinosa, constatato il fallimento del modello multiculturale e integrazionista negli altri paesi europei. Non da ultima la Germania della Merkel ha denunciato grosse falle in un sistema che, ingenuamente, pensava di poter far convivere sotto un universo valoriale, sterminato e contradditorio, le più disparate culture.

Il modello multiculturale si basa sulla creazione di una società indifferente e cieca verso le differenze. Una società in cui alcuno debba avanzare pretese di egemonia, ma tutti debbano, contestualmente ad alcune regole generali, di solito ricavate dai presupposti del cosiddetto neutralismo liberale, coltivare e conservare la propria identità. L’unico ponte tra le culture sarebbero appunto alcune, chiare e concise, regole che codificano modelli e stili di comportamento, considerati come oggettivamente validi. Questo modello traballa nel momento in cui componenti di talune comunità mettono in discussione alcune, o tutte, le norme che dovrebbero regolamentare l’interazione nella società. I casi più eclatanti sono normalmente legati all’ondata migratoria di matrice islamica.

Il fallimento, ormai lampante, è insito nel modello stesso. Questo pretende, infatti, di creare un’entità sociale, spoglia di qualsiasi tipicità, e costruire, artificialmente, un linguaggio valido per tutti e a cui tutti debbano adeguarsi. Un po’ come se un tedesco e un francese, per poter comunicare, invece di parlare uno la lingua dell’altro o, eventualmente, un linguaggio terzo, pretendessero di far nascere una lingua ex novo e la estendessero, in maniera coattiva, a tutti gli abitanti dei rispettivi Paesi.

Questo linguaggio, gli assiomi di base del neutralismo liberale, non sarà mai neutro o, tantomeno, adatto per tutti. È legato infatti ad un hic et nunc ben preciso, quello della modernità occidentale, e per questo motivo, estenderlo indebitamente, a chi in questo modello non si riconosce, sarà necessariamente causa di conflitti e caos (vedi il caso Banlieue).

Se questi presupposti critici vengono accettati si avrà l’esigenza di stabilire un nuovo modello integrazionista e un nuovo stile di dialogo tra le culture.

Rigettate le pratiche xenofobe e discriminatorie, tipiche di certi ambienti contigui anche alle forze politiche moderate, si dovrà intessere una nuova trama di relazioni con il diverso, che, al contempo, preservi, per quanto possibile, la sua identità e non intacchi quella del Paese ospitante. I sincretismi sintetici della modernità, il multiculturalismo, hanno prodotto un modello sociale dominato dal conflitto costante e da continue recriminazioni. La post-modernità sarà abbastanza matura per un nuovo modello? La domanda rimarrà chiaramente inevasa, ma si potrà comunque provare a formalizzare un nuovo schema di azione-reazione all’immigrazione (si è sempre dato per scontato, e si continuerà a farlo, che questo fenomeno sia doloroso e distruttivo, in modo particolare per gli immigrati costretti ad abbandonare la propria terra, ma, purtroppo, ineluttabile nella logica moderna).

Il modello che si prospetta, oltre la falsa dicotomia relativismo-oggettivismo, ha come fondamento il riconoscimento della irriducibile differenza intercorrente tra le diverse forme di vita sulla terra. Ogni comunità umana ha le sue pratiche, i suoi riti, i suoi costumi, le sue usanze e i suoi simboli, formati in un lungo processo di sedimentazione culturale e approvazione interiore. Il riconoscimento pubblico di tali differenze irriducibili, è il primo passo verso l’attenuazione del conflitto. Esistono modi di vita differenti, ognuno oggettivo per se stesso, riconoscere questo fatto, dato fin troppo per scontato, è un passo avanti rispetto all’indifferentismo multiculturale.

Il dialogo non è, in questo senso, il blando tentativo di creare una lingua simbolica comune o, ancora peggio, la diluzione delle identità in un tutto indifferenziato, ma il costante sforzo di accettazione reciproca, necessario per evitare lo scontro e affrontare in maniera serena la convivenza inevitabile. Un’attività incessante di traduzione e di scambio, di riconoscimento reciproco, trasmettibile, in prima istanza, con pratiche atte alla valorizzazione dei simboli dell’altrui identità.

Nel caso succitato delle moschee tale costrutto teorico è traducibile nell’agevolazione alla loro costruzione. Questo non perché si riconosca, in maniera astratta ed estemporanea, il diritto di ciascuno alla religiosità, negato in ogni altro ambito da una società altamente teofoba, piuttosto perché attraverso questo riconoscimento si fa un passo avanti, attraverso una valorizzazione visibile della comunità islamica, nello smorzare diffidenze altrimenti ineliminabili.

E il riconoscimento simbolico ha un doppio valore o, se si vuole, due ordini di motivazioni differenti. Una, che potremmo chiamare comunitaria, e un’altra liberale.

La prima ragione sta nel valorizzare le comunità come organismi compatti, nella consapevolezza che ogni individuo non può mai valere per se stesso ma sempre in relazione agli altri e, ciò che è importante, la sua stessa formazione personale, è intimamente connessa con la sua appartenenza al gruppo stesso. La valorizzazione dell’identità, in senso forte, permette di preservare e custodire modelli di vita e pratiche particolari senza musealizzarle, senza anestetizzare la loro carica vitale.

La seconda ragione si riallaccia alla prima in maniera strumentale. La valorizzazione simbolica e identitaria della comunità è importante, non per se stessa, ma per gli individui che a questa afferiscono. Se l’identità di un gruppo è oppressa o misconosciuta gli individui che gli appartengono mancheranno di stima di sé, e questo potrebbe dar luogo a risentimento e insofferenza, innescando conflitti che, come la storia recente ha mostrato, si rivelano acuti e pericolosi. Così facendo si ha la controparte della prima ragione. Ha mosso passi interessanti in questo senso la filosofa analitica N. Frazer.

Vien da sé come la costruzione delle Moschee rappresenti un grande riconoscimento alla comunità islamica in Italia e, per le ragioni qui espresse, abbia una valenza fondamentale nell’attenuazione del conflitto e nel passaggio a un nuovo modello di convivenza.

Nicola Piras

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