Dominic Sena. L’ultimo dei Templari

Il medioevo, è indubbio, è un periodo storico affascinante dal punto di vista letterario, e questo sembra averlo capito bene anche il cinema che di tanto in tanto ci propone pellicole – sempre meno storiche, a dire il vero, e sempre più immaginifiche – contestualizzate nella seconda delle quattro grandi epoche in cui è suddivisa la storia. La figura del cavaliere templare, tra le tante suggestive che ci propone il medioevo, è forse la più accattivante, per un certo afflato epico, per la connotazione eroico-ideale che senza alcun dubbio invita ad una spontanea identificazione. Tanto si presta a trame fantasiose e artefatte, che nella mente di qualche distributore cinematografico italiano lo si rende protagonista anche dove di fatto non lo è.

È il caso di Medusa Film, che ha stravolto il titolo del campione d’incassi americano dello scorso inverno, Season of the Witch (La stagione della strega), trasformandolo in L’ultimo  dei Templari, di Dominic Sena, da pochi giorni nelle sale italiane, probabilmente per richiamare alla memoria del pubblico un altro blockbuster dal titolo simile, sempre con Nicolas Cage protagonista (Il mistero dei Templari).

I templari, a dire il vero, non vengono nemmeno evocati dalla sceneggiatura scritta da Bragi F. Shut, nonostante i protagonisti siano due cavalieri, Behman (Nicolas Cage) e Felton (Ron Perlman), che abbandonano le crociate in crisi di coscienza per le efferatezze compiute e lo sterminato numero di morti lasciati sul campo. Decidono pertanto di tornare a casa, ma per questo vengono considerati disertori. Il viaggio a ritroso pone di fronte ai loro occhi morte e desolazione, conseguenza di una peste diffusa che sembra annunciare l’Apocalisse e le tenebre, tanto che giunti a una città decimata dal morbo vengono convinti a scortare una strega, ritenuta responsabile della pestilenza, lungo terre pericolose e inospitali. Il luogo dell’approdo è un’isolata abbazia dove i monaci possano esorcizzare la strega così da bloccare l’epidemia. Prendono parte alla spedizione, oltre ai due ex crociati, un cavaliere in lutto, un truffatore, un ardito giovane che aspira ad esser cavaliere e un prete, del tutto ignari della natura reale della strega né degli improvvisi rovesci che per alcuni di loro ha in serbo il destino. Di là dalla cornice temporale in cui è inquadrata la vicenda, il film di Sena non ha fa alcun riferimento storico concreto, se si eccettua qualche data e luogo di battaglia cui si fa cenno di sfuggita, né ha tanto meno la pretesa di verosimiglianza.

È fantasy allo stato puro, con venature orrorifiche che poggiano su un impianto avventuroso che non a caso vede protagonista Nicolas Cage. Il nipote di Francis Ford Coppola, dopo un inizio di carriera che lo aveva visto protagonista di opere affatto banali (Cuore selvaggio di David Lynch) si è messo sempre più al servizio di pellicole assai remunerative che puntavano soprattutto sull’intrattenimento e il disimpegno.

Non fa eccezione L’ultimo dei templari, onesto prodotto di genere dotato anche di una discreta sceneggiatura che genera un certo interesse, soprattutto nella prima parte, ma che si perde come spesso accade in dialoghi improbabili al limite del risibile. Inutile star qui ad esemplificare citando dal film, ma non vi sarà certo difficile immaginare quali assurdità possano aver messo nella bocca di preti e cavalieri. E la riscrittura per il doppiaggio, nella fattispecie, è immaginabile anche che abbia fatto ulteriori danni a dialoghi già di per loro gravati all’inverosimile.

Detto ciò il film si segue, non annoia e non disturba, nonostante un finale estremamente kitsch che paradossalmente attenua l’atmosfera tetra e angosciante che preludeva all’incontro/scontro dei cavalieri col maligno. Al cospetto di un Satana alato le cui evidenti fattezze computerizzate tolgono il possibile fascino spaventevole, si presentano cavalieri molto più inclini alla lotto libera che al dar di spada, usata sostanzialmente solo per mozzare teste a monaci resuscitati dal demonio ma a conti fatti assolutamente inoffensivi per le capacità di difesa dei nostri eroi.

Il film ha ricevuto pesanti critiche, in madrepatria e non soltanto, nonostante le fortune economiche che anche da noi sta riscuotendo proprio in questi giorni. I motivi principali di dissenso sono stati l’improvvisazione storica, il richiamare la piaga della peste come collera di Dio sugli uomini, la sostanziale rilettura in chiave teocon ritenuta da molti critici bigotta e intollerante. A parere di chi vi parla non c’è da scervellarsi più di tanto su sottomotivi o sottotemi, è inutile chiedersi quanto sia bigotta o teocon una simile pellicola, perché il suo target, peraltro brillantemente raggiunto, è palese: un pubblico sufficientemente indifferenziato che non stia li a domandarsi più di tanto se sia corretto o meno usare il termine templare nel titolo italiano ma che apprezzi il sorriso beffardo di Cage di fronte alla morte.

Certo non resterà immortale come quello di Antonius Block, che la morte l’aveva sfidata a scacchi, ma L’ultimo dei Templari come tanti suoi simili è volutamente altro dal Settimo Sigillo di bergmaniana memoria, opera che vivamente vi consiglio se volete riconciliarvi con le cupe atmosfere del medioevo e dei suoi cavalieri di ritorno dalle crociate.

Federico Magi

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