Dai Fasci di Combattimento al Regime

Alcune correnti storiografiche che si segnalano positivamente per un certo intelligente “revisionismo”, alle volte azzerano quanto di buono vanno facendo, attraverso strane operazioni di separazione del Fascismo dalle sue matrici ideologiche. Questo è stato il caso del Fiumanesimo e, più recentemente, del Futurismo: l’uno e l’altro interpretati a forza come movimenti antagonisti del Fascismo. A volte, addirittura, si separa il Fascismo stesso da quello delle origini, quello “diciannovista”. Se ne fanno due soggetti politici diversi, magari anche opposti: il dualismo individuato a suo tempo da De Felice tra Fascismo-movimento e Fascismo-regime viene estremizzato, e del secondo si fa la caricatura, la controfaccia del primo.

La matrice “di sinistra” del Fascismo originario è un fatto assodato dalla storiografia. Come un fatto è che la tattica politica, il realismo, una corretta conoscenza delle forze in gioco suggerirono a Mussolini di venire a patti coi poteri forti dell’epoca, non affrontandoli di punta – cosa che lo avrebbe visto soccombere – ma cooptandoli e cercando per gradi di svuotarli dall’interno. Tutta la politica del Ventennio può esser letta come il lento disegno di isolare progressivamente la Corona, di controllare i capitalisti, di neutralizzare la Chiesa e di giungere alla piena realizzazione di quello “Stato nuovo” preconizzato sin dal programma del 23 marzo.

La prova sta nel fatto che la Repubblica Sociale – sollevata d’un colpo da quelle ingombranti presenze – tornò proprio a proclamare tutti i punti del Sansepolcrismo. Volendo sottolineare l’estraneità del Fascismo “primigenio” da quello dittatoriale del Ventennio, Emilio Gentile una volta, sul “Sole-24 Ore”, ha ad esempio scritto che «il fascismo del 1919 era un “antipartito” che disprezzava i partiti di massa. Il suo programma, oltre che nazionalista e antibolscevico, era antimonarchico, anticlericale, antistatalista, antimilitarista». Ma noi aggiungiamo che anche il Fascismo-regime era incardinato su un partito-milizia che, se aveva i grandi numeri – dato che era esteso a tutti gli Italiani e non era più solo un piccolo partito di lotta – aveva in sé ben precisa la nozione di aristocrazia di comando e di gerarchia: e il disprezzo fascista per le masse anonime e per le maggioranze non venne certo meno durante il Regime. Ugualmente, il Fascismo-regime fu sostanzialmente antimonarchico: venne a patti con la monarchia per ragioni strumentali, per convenienza, secondo modi e tempi che gli studi storici hanno abbondantemente chiarito.

Così come l’anticlericalismo, che rimase sempre sottotraccia e costituì una costante fascista in ogni frangente. Del resto, il Vaticano a quei tempi soleva stilare concordati con chicchessia, Hitler compreso, e quindi non può certo dirsi che la politica conciliatrice di Mussolini, culminata col Concordato del 1929, sottintendesse una convinzione filo-clericale. La crisi del 1931 sul tema dell’Azione Cattolica e le continue frizioni ideologiche col Vaticano stanno a dimostrarlo. Troviamo poi bizzarro che si dica il Fascismo diciannovista “antistatalista e antimilitarista”. Il programma di piazza San Sepolcro, al contrario, evidenzia chiari segni sia di statalismo che di militarismo. Relativamente al programma sociale, si legge che veniva chiesta «la sollecita promulgazione di una Legge dello Stato» sulle otto ore lavorative, sulle assicurazioni, sull’invalidità, evidenziando la teoria rivoluzionaria – poi puntualmente ripresa dalla RSI – di attuare «la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell’industria»; circa il problema politico si chiedeva la convocazione di un’Assemblea Nazionale e la formazione di Consigli nazionali tecnici competenti in materia di lavoro, con poteri legislativi e con a capo un Commissario con poteri di Ministro…tutto questo non vuol dire meno Stato, non significa più individualismo, più società civile, come si direbbe oggi, bensì per l’appunto più Stato, più peso alla mano pubblica, più senso comunitario.

Allo stesso modo, il programma sansepolcrista prevedeva la creazione di una Milizia Nazionale – esattamente ciò che venne istituito nel ’23 con la Milizia Volontaria e poi nel ’43 con la Guardia Nazionale –, il che era la sanzione dell’ideologia che interpretava la vita e la partecipazione politica come milizia e anzi come milizia popolare. Inoltre si invocava «una politica estera nazionale intesa a valorizzare nelle competizioni pacifiche della civiltà la nazione italiana nel mondo»: sono le parole precise con cui, ad esempio, Mussolini presentò nel 1939 il progetto dell’Esposizione universale prevista per il 1942. Questa doveva presentare al mondo la volontà italiana di «chiamare tutte le nazioni alla pacifica gara della civiltà». Che poi i fascisti “di sinistra” del 1919 non fossero esattamente dei pacifisti lo si rileva dalle rivendicazioni imperialiste da loro formulate a proposito della Dalmazia e di Fiume, che come noto furono alla base della loro propaganda sulla “vittoria mutilata” e del loro radicale nazionalismo.

Chi desse un’occhiata al programma del 23 marzo, ne noterebbe immediatamente il puntuale coincidere non solo col Manifesto di Verona del ’43, ma anche con l’intera politica del Ventennio: certo, facendo la necessaria astrazione da scelte contingenti, da compromessi necessari, logici in una qualunque politica realista. In questo senso, non crediamo, per dire, che il PCI del 1921 fosse rimasto lo stesso nel ’43 , nel ’56 o nell’89. Ciò che si comprende e si giustifica, in chiave di adattamento tattico alle condizioni politiche del presente, a partiti di altra natura, lo si indica invece come esempio di estraneità ideologia nel caso del Fascismo. Come se il Mussolini del ’19 non dicesse le stesse cose di quello del ’38, cercando di attuarle in contesti e con interlocutori diversi.

Fu De Felice che, malauguratamente, mise la prima pietra di questo modo equivoco di giudicare, attraverso la sua fin troppo nota formula del Fascismo-movimento versus il Fascismo-regime. Fu per altro ancora lui a sottolineare come Mussolini giudicasse il suo “antipartitismo” di foggia tutta particolare: tanto che lo stesso PNF non fu mai considerato un partito nel senso borghese e parlamentare, ma propriamente un mezzo per aggregare le avanguardie e per giungere al potere prima, un organismo di educazione e di espressione politica di massa dopo. De Felice, a dimostrazione che nel ’19 il Fascismo era del tutto diverso da quello che diventò dopo il ’21 (“di destra”, amico dei capitalisti, in combutta coi liberali…), scrisse che bastava guardare i nomi di quanti parteciparono alla riunione del 23 marzo: secondo lui, la maggioranza di costoro sarebbero stati di lì a poco emarginati e sostituiti da rappresentanti dell’alta borghesia, del capitale, etc. «Non più vecchi socialisti, anarchici, sindacalisti rivoluzionari…ma liberali costituzionali, nazionalisti passati armi e bagagli a quei Fasci che due-tre anni prima avevano considerato sovversivi…». Al contrario, scorrendo la lista dei partecipanti alla riunione del 23 marzo – poco più di cento -, si nota proprio un numero sorprendentemente alto di elementi che poi si inserirono nel Regime in ruoli di potere e di grande visibilità: da De Vecchi a Marinelli, da Marinetti a Carli, da Michele Bianchi a Luigi Razza, da Pietro Bolzon a Cesare Rossi, da Ferruccio Vecchi a Mario Giampaoli. Raramente si nota nei partiti rivoluzionari dell’epoca moderna una presenza così incisiva di protagonisti della “prima ora” che poi rimasero ai vertici anche a regime consolidato: basta pensare alla Rivoluzione francese o a quella russa, che macinarono a ripetizione una classe dirigente dietro l’altra, presentando a regime maturo un’élite di comando del tutto estranea a quella della primissima ora. Possiamo anzi notare che uno dei pochi attivisti che collaborarono con i Fasci di Combattimento e che poi se ne distaccarono, passando decisamente all’antifascismo, Alceste De Ambris, guarda caso, e molto significativamente, non prese parte alla riunione del 23 marzo.

E proprio a un classico rappresentante della “sinistra” sindacale fascista, proveniente dalla militanza operaista, partecipante alla riunione sansepolcrista e attivo protagonista delle lotte sindacali degli anni Venti, leader delle organizzazioni milanesi del lavoro, proprio insomma a Mario Giampaoli si deve il più importante resoconto sull’atmosfera ideologica del 1919 e sulla sua inalterata continuità con la politica perseguita da Mussolini a Regime ormai ampiamente consolidato. Nel suo libro 1919, pubblicato nel 1928 dalla Libreria del Littorio – un testo fondamentale per ricostruire questi avvenimenti, che De Felice ben conosceva –  Giampaoli scrisse che i Fasci in quell’anno decisivo andavano organizzando convegni e fondando sezioni, ovunque «riconfermando i criteri di recisa opposizione al carattere antinazionale ed antiguerresco» dei socialisti. Scrisse  che la politica del nascente Fascismo era quella di conquistare le masse strappandole al socialismo internazionalista. Scrisse che lo squadrismo – nato con l’azione del 15 aprile contro la sede dell’“Avanti!” – era la logica conseguenza del programma rivoluzionario, in quanto azione che seguiva il pensiero. Scrisse che quando nel novembre 1919 Mussolini e altri fascisti (tra cui Marinetti) furono arrestati per un attentato anonimo, e la sede del “Popolo d’Italia” venne perquisita dopo una denuncia dei socialisti all’autorità giudiziaria, si dimostrò l’alleanza tra potere liberaldemocratico e socialismo (una saldatura che poi l’Italia vedrà riconfermata in decenni molto più recenti…) e si palesò la volontà dei Fasci di rivendicare da soli l’estraneità a quel sistema e la fedeltà ai valori popolari e nazionali. Giampaoli, che fu popolarissimo segretario del Fascio di Milano, che continuò ad avere un suo forte seguito locale anche in periodi in cui il capitalismo dette del filo da torcere al Fascismo, affermò nel suo libro che «la Roma imperiale sta ergendosi davanti alla storia», che Milano, cuore del produttivismo fascista, lavorava per «la potenza e la ricchezza della Patria» e che la nuova Italia «abbisogna di terra e di mare per espandere la sua forza dominatrice». Un perfetto linguaggio “di regime”, insomma, usato nel 1928, e con buona pace di quanti sono soliti dividere il “diciannovismo” dal Ventennio, da colui che è forse il più tipico e prestigioso rappresentante del Fascismo sansepolcrista “di sinistra”.

Luca Leonello Rimbotti

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks