Latina. Le solite “sole” di destra

Le leggende metropolitane sono dure a morire. C’è gente ancora convinta che David Bowie sia un alieno e che Paul Mac Cartney sia morto nel 1969. Però io ci provo lo stesso a raccontare la campagna elettorale di Latina, oltre la leggenda metropolitana dell’esperimento fallimentare di un gruppo di politici sciocchi e di fatui intellettuali.

L’antefatto. Nel gennaio scorso ai vertici di Fli si cominciò a parlare di amministrative, e di come incidere in una corsa per la quale non eravamo attrezzati. Emerse l’idea di lavorare su due-tre città simbolo, proponendo candidature di impatto fortissimo alla guida di liste civiche di alto profilo, condivisibili da destra e sinistra. Adolfo Urso fu il motore del tentativo. Fu individuato su Milano un nome molto prestigioso (che non svelo) sul quale anche il Pd avrebbe potuto convergere. Per Latina, simbolo della nostra sfida di legalità, città “di destra” per eccellenza, si pensò ad Antonio Pennacchi con lo stesso schema (lista civica, destra/sinistra unite contro Di Giorgi, candidato-ombra del chiacchieratissimo sen. Fazzone). Su Milano non si riuscì a “chiudere”. Su Latina Pennacchi nicchiò sull’invito a candidarsi, dicendo che comunque poteva essere lo sponsor forte di un nome che rappresentasse una svolta con una lista civica unitaria.

Il congresso. Il 15 febbraio l’organigramma uscito dell’assemblea congressuale di Fli con Bocchino vicepresidente e Della Vedova capogruppo provoca una gravissima e imprevedibile crisi interna. Adolfo Urso e Andrea Ronchi contestano il ruolo affidatogli (portavoce e presidente dell’assemblea). Pasquale Viespoli si associa alle critiche e minaccia l’addio. Nelle prime 24 ore la polemica sugli organigrammi è trasparente: «Quando Fini è salito in aereo ­– dice ai giornali un senatore – c’era l’accordo per Urso capogruppo, quando è sceso il coordinatore era Della Vedova. Non è questione di essere ultrà di Bocchino o ultrà di Urso. È questione di metodo. Noi senatori in questo momento siamo come una polveriera che rischia di saltare». Il 16 febbraio, con la riunione del gruppo al Senato, la polemica muta di tono. Non si criticano più le scelte sui nomi ma una pretesa “deriva a sinistra” di Futuro e libertà. E quello diventerà il ritornello di tutta la polemica dei mesi successivi.

Ariecco Latina. La fantomatica “deriva a sinistra” di Fli, di cui Fabio Granata è visto come l’incarnazione (un po’ perché si espone, un po’ perché manca il coraggio di attaccare direttamente Fini) diventa il tema che spacca il partito. La polemica non ha fondamento, ma determina da un lato le ossessive rassicurazioni della classe dirigente (il “mai col Pd” ripetuto tante volte da Bocchino) e dall’altra una escalation di controaccuse per giustificare la possibile uscita dal partito di chi giudica l’esperimento Fli fallito. Il “caso Latina” sembra fatto apposta per fare casino. E serve anche per mettere in difficoltà il coordinatore del Lazio Antonio Bonfiglio, già esponente della destra sociale che ha “sposato” la causa di Pennacchi, da parte di chi aspirerebbe al suo ruolo. Si sottrae al gioco Benedetto della Vedova, certo non sospettabile di simpatie fascio comuniste, che interpellato sull’opportunità della scelta risponde secco: «Latina è Latina e Pennacchi è Pennacchi».

3 aprile. Potito Salatto: “Se la dirigenza nazionale dovesse avallare il disegno Fli-Pd in un capoluogo di provincia come Latina, le ripercussioni interne sarebbero dirompenti, lascerebbero il segno in quanti continuano a ritenere Futuro e liberta’ un partito che si muove nel centrodestra e in particolare in quel nuovo polo alternativo al Pd stesso».

4 aprile. Direzione di Fli sulle candidature. È ufficiale: no alla Lista Pennacchi, il cui candidato sindaco (condiviso col Pd) doveva essere Claudio Moscardelli. Il pressing ha funzionato. Lo scrittore commenta: «A me non me l’ ha chiesto solo Granata o la Perina, de fa’ sta cosa! Me l’ ha chiesto proprio Urso, in mezzo alla strada. M’ hanno cercato loro. Tutti a dire: Anto’ , ce stai? T’ impegni? Mo’ Urso ci ha ripensato? Non lo vogliono fare? Ottimo, io un lavoro ce l’ ho! Ma se stavano tanto bene co’ Berlusconi, perché so’ venuti via dal Pdl? E perché poi so’ venuti a rompe’ li c… a me?».

9 aprile. Mancano pochi giorni alle scadenze per il deposito delle candidature. Claudio Barbaro (dirigente della provincia di Latina) interpella circoli e militanti della città. Tutti insistono: non tagliare il link con Pennacchi. Con uno sforzo generoso, Bonfiglio recupera l’idea e il gruppo che l’aveva sempre sostenuta – Fabio Granata, Luciano Lanna, amico personale dello scrittore, Filippo Rossi, Miro Renzaglia e tanti altri – si mette a disposizione di una soluzione di ripiego: Pennacchi darà il nome alla lista, Filippo Cosignani (Fli) correrà per sindaco, tutti si candideranno e si cercherà di determinare la sconfitta al primo turno del Pdl e di Giovanni Di Giorgi, per poi trasformare il ballottaggio in una grande sfida per il rinnovamento e la legalità. La lista viene “chiusa” la notte prima del termine, in extremis.

Dal 10 aprile al 15 maggio. La lista Fli-Pennacchi diventa la metafora da impallinare per chi sogna il ritorno a casa, la casa del Pdl, o quantomeno il recupero del ruolo di ruota di scorta del berlusconismo approfittando delle amministrative. Gli episodi di disturboe di boicottaggio si sprecano. Il più grave vede Potito Salatto appoggiare con manifesti e interviste la lista civica Latina Capitale, sostenendo che è l’unica legittimata ad avere il sostegno di Fli. Sul quotidiano “Latina Oggi” titoli a tutta pagina sulle dichiarazioni dell’europarlamentare: «Per fortuna ci sono candidati di Fli come Cristina Rossi della lista civica Latina Capitale che sostiene Gatto (ex assessore al bilancio, FI) e che avranno modo di catalizzare un voto di centrodestra autentico». Lo scetticismo sull’esperimento di Latina si diffonde nel partito, dove il solo nome della città provoca litigi e divisioni.

17 maggio. Risultati delle 13 liste in gara. Di Giorgi, il candidato del Pdl, vince al primo turno con il 50,97 per cento. Cioè per 250 voti circa. Cosignani si ferma all’1,06. L’obbiettivo di mandare Di Giorgi ai ballottaggi non era affatto impossibile, anzi: con più impegno e meno bastoni tra le ruote sarebbe stato semplice. E ai ballottaggi si sarebbe potuta fare una grande battaglia per la legalità e per l’identità di Latina, oltre i partiti, facendo appello al risveglio del senso civico e dell’orgoglio cittadino.

Conclusioni. La sconfitta della lista Fli-Pennacchi dimostra soltanto l’incapacità di comprendere il nuovo di chi l’ha osteggiata in buona fede e la profonda malafede di tutti gli altri, quelli che hanno risposto alla generosità e alle intuizioni del più grande scrittore italiano con  miserabili manovrette di corridoio e boicottaggi nell’ombra. Dovrebbero almeno evitare di usare come un randello la parola “Latina” per delegittimare persone e dirigenti con cui si sentono in competizione (senza essere capaci di competere).

Post scriptum. Grazie ora e sempre ad Antonio Pennacchi, futurista coraggioso.

Flavia Perina

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