Caso Battisti. Lezione dal Brasile

Tra Pd e Pdl è una bella lotta: indignazione generale, parole grosse, toni esasperati. La nazione offesa insorge in difesa della sua calpestata dignità. Fioccano le proposte isteriche, tali e tante che il Parlamento repubblicano pare trasformato in una versione picchiatella di Hyde Park Corner. Ancora manca un matto che proponga di dichiarare guerra al Brasile, ma per il resto il catalogo delle idiozie è completo, dal boicottaggio economico all’idea balzana di schedare come complici i cittadini italiani che dovessero andare in vacanza a Bahia o Ipanema…

Qualunque giudizio si dia della sentenza della Corte costituzionale brasiliana che ha fatto di Cesare Battisti un uomo libero, di vergognoso in questa faccenda c’è soltanto l’indegna cagnara con cui un Italietta degna di Achille Starace strepita per la libera decisione di un libero Paese. Con lo scolapasta ben calzato sulla testa, i nostri chiassosi condottieri di destra e di sinistra sembrano aver dimenticato per la strada un paio di intangibili princìpi, tipo il rispetto per l’autonomia di un Paese sovrano e delle sue istituzioni. Passi per il Pdl: da gente come Gasparri e Castelli nessuno si aspetta un sobrio senso delle proporzioni e se gli capita di dire qualcosa di sensato quasi ci si ritrova stupiti e un po’ delusi. Ma D’Alema…. D’Alema!

Però qualcosina sul merito dell’ignobile (sic), vergognosa (sic), insultante (sic), incomprensibile (sic), oltraggiosa (sic), incivile (sic) sentenza va pur detta. Cesare Battisti è un uomo di rara antipatia e le sue dichiarazioni dal Brasile costituiscono un florilegio di idiozie che fa il paio col delirio collettivo di cui sopra. Però è anche un imputato condannato (in contumacia) nei processi italiani dell’emergenza, e chiunque se ne sia occupato sa che in quei processi dei principi elementari del diritto si faceva barbecue di maiale. La sola garanzia lasciata intonsa era quella di finire con decine d’anni di galera sul groppone.

L’Italia, sia chiaro, ha poi corretto la direzione di marcia. Terminata l’emergenza i processi sono tornati una faccenda più civile. Spesso le corti d’appello o di cassazione hanno riequilibrato la macelleria sentenziata da quelle d’assise a guerra non ancora finita. La magistratura di sorveglianza ha preso atto per tempo della mutata situazione concedendo a quasi tutti gli ex terroristi misure alternative alla detenzione, in ottemperanza al principio costituzionale che fa del reinserimento e non della vendetta lo scopo della pena.

Nel complesso, nel fronteggiare un fenomeno di lotta armata senza pari in occidente l’Italia non si è comportata affatto male. Però qualcuno, per un motivo o per l’altro è rimasto impigliato nella rete. Di tutti i brigatisti coinvolti nel sequestro Moro, per esempio, uno solo torna ancora in carcere la sera, e per sommare la beffa al danno è proprio quello che una vulgata ottusa considera assoldato dai servizi. I condannati in contumacia fanno parte di questo esiguo gruppetto: per loro il tempo si è fermato, l’emergenza è ancora roba di stringente attualità. Nessuno trova nulla da ridire contro sentenze scritte con l’accetta.

Il Brasile ha ravveduto un certo fumo persecutorio in una sentenza che condanna lo stesso imputato per due omicidi avvenuti contemporaneamente a centinaia di chilometri di distanza. Inconcepibile!

Il Brasile ha trovato discutibile una sentenza, emessa in contumacia e in anni in cui l’abitudine italiana di ignorare ogni diritto della difesa era nota nel mondo e frequentemente denunciata.

Forse sarebbe stato rassicurante se l’Italia, invece di offendersi e strepitare, si fosse impegnata, come è buon uso in questi casi, a ripetere il processo. Stavolta considerando la difesa un particolare non trascurabile e superfluo. Invece la sua classe dirigente si è abbandonato alla scomposta gazzarra che occupa in queste ore le agenzie di stampa. C’è da stupirsi se i brasiliani hanno preferito non fidarsi?

Andrea Colombo
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