Beppe Grillo. Populismo a 5 stelle

Beppe Grillo ha deciso, da un po’ di tempo a questa parte, di impegnarsi politicamente, nel concreto, cioè nelle consultazioni elettorali. Ha deciso di farlo  col suo MoVimento 5 Stelle. Un ottimo esperimento. Una novità. Nessun partito dietro, nessun aiuto – quindi – da nessun partito. Solo “cittadini punto e basta” come recita una strofa  dell’inno del movimento, dal titolo “Ognuno vale uno“. Perché ogni populismo che si rispetti ha bisogno di un inno. Ebbene sì, populismo. Perché Grillo è populista. Lo è nell’aizzare la folla nei suoi comizi, lo è nel cercare un nemico comune da combattere (Berlusconi e il berlusconismo, piuttosto che la classe politica attuale o la partitocrazia in generale).

Il web è il campo di battaglia dei “grillini“, l’esercito del caudillo Grillo, ed è anche la loro caserma. C’è da ammettere che anche in questo rappresentano il futuro. Partendo da blog, Facebook e Meetup questi scatenati libertari, rivoluzionari da tastiera, stanchi della vecchia politica, fanno proseliti ovunque senza guardare in faccia nessuno, fieri della purezza della loro causa. Il loro partito – diamo un nome alle cose, si tratta di un partito – è nato sul web e si è ramificato in Italia grazie allo spontaneismo di volenterosi, rapiti dalla causa del comico genovese e accalappiati online. Hanno davvero capito come gira il mondo, specie quello virtuale. La sede del movimento è (lo sancisce il loro Non – Statuto) il sito internet del MoVimento 5 stelle; si riuniscono online, così come online fanno politica, i grillini. La rete è la conditio sine qua non del MoVimento 5 stelle.

Non si può non ammettere che l’esperimento messo in piedi da Grillo sia qualcosa di assolutamente innovativo, specie nel contesto politico attuale; saper sfruttare il web come piattaforma democratica di aggregazione sociale per i cittadini e riuscire a creare delle liste civiche candidando uomini e donne che altrimenti non avrebbero mai avuto a che fare con la politica è già di per sé una conquista, senza alcun dubbio. Riabituare alla politica attiva e partecipata persone altrimenti stanche e deluse è un riconoscimento che Grillo non può certamente non ricevere. E i risultati elettorali ottenuti nelle ultime consultazioni amministrative confermano che i proseliti del web corrispondo ai voti nelle urne: il MoVimento 5 stelle ha sfondato il 10% a Bologna, ha quasi superato il 5% a Torino, il 4% a Milano e l’1,5% a Napoli. Per non essere un partito radicato sul territorio, bensì su internet, è stato un risultato che ha senza dubbio lasciato il segno.

E’ da notare che il miglior risultato è stato ottenuto in una città come Bologna, da sempre roccaforte “rossa”; il movimento di Grillo, infatti, con le istanze che porta avanti, va a pescare nel bacino di voti che è storicamente appartenuto alla sinistra, ma nel frattempo parla con quello che era lo stesso linguaggio del Movimento Sociale Italiano per quanto concerne battaglie sociali, anti-politica e anti-partitocrazia. Questo nuovo movimento ha sottratto consensi a chi si erge difensore delle fasce più deboli, ha rappresentato il voto di protesta contro un sistema che è ormai sordo alle richieste del cittadino. Che ascolta il senso civico della nazione, dalla pista ciclabile alla ripresa della partecipazione pubblica e della vita sociale, in tutte le sue forme.

Ma il vero male del grillismo è la sua repentina trasformazione dal movimento spontaneo e che vive dei rapporti virtuali, a un populismo becero e scontato, dove Grillo urla – come è solito fare – discorsi indirizzati al solito nemico pubblico, andando a prendere quei voti degli indecisi e dei delusi che spesso portano – come è successo in più di una realtà, tralasciando Milano e Napoli – a far vincere proprio quelle forze anti sistema che Grillo e i suoi si prefiggono di combattere. In buona sostanza, dalla sana anti-politica si passa alla truffa dell’anti-politica, che per combattere il sistema arriva a farlo vincere. Tant’è che lo steso Grillo si è lamentato dei risultati elettorali e in particolare della vittoria di Giuliano Pisapia a Milano, perché «è l’avvocato di De Benedetti».

Questa è l’amara constatazione di come quest’ennesimo tentativo di sparigliare il vecchio e di rappresentare il nuovo che avanza ci riporta a considerare la natura umana, lo stereotipo del “parla parla”, la biografia tutta italiana di un popolo che si incazza, sventola bandiere, si infervora quando viene chiesta a gran voce la partecipazione pubblica, ma viene preso per culo per l’ennesima volta, questa, sotto le bandiere con cinque stelle e con un uomo barbuto che urla e se la prende con tutti, ma i conti in tasca se li sa fare molto bene.

Francesco Onorato

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