Vinicio Capossela. Marinai, profeti e balene

Romanzi come Moby Dick e come Lord Jim non puoi aprirli a caso e leggerne solo qualche frammento. O decidi di entrarci, e di attraversarli, e di sperimentarli in tutto il loro impatto, oppure è meglio che non cominci neppure. E l’ideale, come per qualsiasi altro libro di grandissimo fascino, sarebbe accostarsi senza saperne niente: affinché la sorpresa e il coinvolgimento siano assoluti. Affinché la voce dell’autore sia l’unica che risuona nel silenzio della nostra mente. L’unica luce che a poco a poco si sprigiona nell’oscurità dell’ignoto (cosa cerchi davvero, Capitano Achab? In che cosa speri, giovane e sfortunato Lord Jim?) e svela l’intero disegno. Ecco come sono andate le cose. Ecco come si è arrivati all’epilogo. Alla fine di questo lungo viaggio che abbiamo compiuto insieme. Può darsi che avremo modo di parlarne ancora, in seguito, ma non sarà mai come è stato, o come avrebbe potuto essere, mentre lo effettuavamo. Perciò aprite gli occhi, già dalla prima scena. Teneteli aperti. Tenetevi aperti a tutto ciò che verrà.

Il nuovo album di Vinicio Capossela si intitola Marinai, profeti e balene. È il suo capolavoro, a tutt’oggi. Quello che in precedenza era solo accennato, nell’inevitabile limitatezza dei singoli brani (tracce di un punto di transito, non di un intero percorso), trova la sua compiutezza in uno sviluppo unitario. L’album è doppio, ed è la prima volta. Lui stesso lo definisce «fuori misura», ma la lunghezza complessiva è secondaria. Il riferimento non è tanto alla durata quanto all’approccio: lontanissimo dall’idea di canzone, intesa come unità autosufficiente e compiuta in se stessa. Qui siamo in un’altra dimensione, che va persino al di là del “concept” in cui tutto è legato da un filo comune ma si presta anche all’ascolto ordinario, limitato a ciascun episodio. Qui siamo all’interno di un’opera che nasce per essere seguita da cima a fondo. Come un film: puoi scomporlo nelle varie scene solo dopo averlo visto (vissuto) integralmente. Puoi tornare sui dettagli solo dopo aver afferrato la loro collocazione all’interno del quadro generale. Potranno esserci delle preferenze, e forse delle avversioni, ma non dovrà esserci nessuna omissione. Il piacere attrae. Il disagio insegna.

«Perché questo titolo? Perché tutto questo, che sia la Bibbia o che sia il mito, ti riporta al rapporto col fato. La figura del profeta è centrale: il profeta è un uomo che indaga l’enigma, che ha delle visioni, che interpreta segni. Ci sono vari tipi di profeti; quelli di sventura e quelli che scongiurano le sventure, quelli non creduti e quelli venerati come divinità. Ho voluto affrontare un disco doppio, perché ha due anime: una più anglosassone, ancora una volta, biblica, e una più mediterranea, omerica. Alla fine quel che conta è la cosa che unisce questi due mondi: il cammino che gli esseri umani fanno per compiere il proprio destino e per rivelarlo.»

Prima Moby Dick e Lord Jim, ma anche Billy Budd e altro ancora. Poi la figura di Ulisse, tra l’Odissea di Omero e l’Inferno di Dante. L’incombere del fato, tra la speranza e il timore che esista davvero. Quella domanda sottile, persistente, inquietante: abbiamo realmente l’opportunità di scegliere ciò che siamo, e ciò che saremo, o svolgiamo la nostra parabola come attori di un copione già scritto? Srotoliamo il nostro cammino o lo aggrovigliamo? Stringiamo tra le dita il filo di Arianna, che ci porterà fuori dal labirinto, o la corda con cui ci caleremo nell’abisso, senza sapere che è destinata a spezzarsi e a farci precipitare nel vuoto?

L’incombere del fato, sopra di noi. La vastità del mare, tutto intorno. Il mare che è la metafora per eccellenza. E l’archetipo dell’inconscio. Immenso in superficie. Immenso in profondità. Ma allo stesso tempo scarno come uno sfondo immacolato su cui le nostre azioni – talvolta le nostre imprese, più spesso i nostri fallimenti – risalteranno con un nitore assoluto. Il Capitano Achab può almeno vantare la grandezza del suo proposito, o della sua follia. Lord Jim resta impigliato in una rete da quattro soldi. Il Capitano Achab prepara la sua tragedia con ogni cura. La insegue. La esige. Lord Jim inciampa nel suo dramma all’improvviso. Pecca di distrazione, prima ancora che di debolezza. Si dimentica – per un solo  istante, ma un istante decisivo – di aver promesso a se stesso di essere migliore di quanto lo sono di solito gli uomini. Abbandona la nave che sta per affondare. Si mette in salvo. Fa quello che farebbero quasi tutti. Non se lo perdona.

Capossela non pretende di aggiungere molto, a ciò che in queste opere è già espresso. Ed espresso con tanta forza. Profonde il suo impegno nella musica, ma per i testi veste i panni dell’aedo, più che dell’autore in senso stretto. L’obiettivo non è parlare di sé, nel tentativo di rendere affascinante il proprio specifico puzzle, ma tramandare una sapienza antica e quasi mitologica, nella consapevolezza che si è al cospetto di temi che trascendono il presente. E qualunque individualità.

L’artista è un esploratore. L’aedo una guida. O anche solo un custode di mappe, benché le padroneggi a tal punto da far sembrare di esserne lui l’artefice. L’aedo che ha «un ruolo anche politico perché se non ci fosse noi non sapremmo nulla di ciò che è accaduto. Infatti, spesso è cieco, come i profeti, anche se non indaga il futuro, ma il passato. Entrambi attingono a un bacino molto più grande di loro. In Marinai, profeti e balene ci si sente più vicini all’aedo, perché si riportano col canto storie che ci appartengono.»

Storie che tendiamo a dimenticare. O a registrare solo nel cervello. Storie che dicono di uomini tesi nello sforzo di superare se stessi. Uomini che non si preoccupano di avere successo, imparando a volgere a proprio vantaggio le regole (e i trucchi) del proprio tempo, ma che si sforzano di andare al fondo delle loro potenzialità migliori. Non sono pigri. Non sono opportunisti. Bramano la vittoria solo se coincide con il valore. E se la vanno a cercare in capo al mondo, se serve.

Federico Zamboni

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