Fine del berlusconismo. E ora?

La vittoria annunciata non è meno sentita o meno bella a toccarla direttamente con mano. Milano, Napoli, ma anche Cagliari e Trieste. E poi tante altre città minori. Berlusconi esce a pezzi da un ballottaggio che come da lui stesso annunciato è dal chiaro sapore politico. Non crediamo quindi di esagerare se oggi si decreta la fine di un potere che dura, anche se a fasi alterne, da circa 20 anni.

Ma non basta dire che questo voto amministrato decreta la fine del berlusconismo né dire, più banalmente, che ha visto perdere il Pdl. E’ importante dire chi ha vinto. E hanno vinto, a Milano, Napoli e Cagliari, tre figure che non vengono dal Pd. Pisapia e Zedda sono di Sinistra ecologia e Libertà, De Magistris è un rappresentante dell’Idv, ma che dalla stessa forza dipietrista ha sempre tenuto un buon margine di distacco e di autonomia. Sono quindi tre outsider, tre figure nuove che in maniera diversa, a volte addirittura opposta (il garantismo di Pisapia contro il giustizialismo di De Magistris) hanno però saputo interpretare il bisogno di cambiamento dell’elettorato.

Pisapia ha saputo intercettare il voto moderato, rompendo l’asse tra i poteri forti e il popolo. Al suo fianco, come già notato da molti commentatori, è scesa in campo la borghesia milanese ormai stanca del malgoverno del centrodestra. Insomma, un voto altamente politico e simbolico, nasce da un fatto molto concreto: i cittadini e le cittadine milanesi hanno detto basta a una coalizione politica che non ha saputo amministrare la città.

Ma in Pisapia c’è un valore aggiunto, qualcosa che va oltre “il basta”. C’è un programma che ha convinto e c’è un modo diverso di fare politica. Alle urla e alle menzogne del centrodestra, ha contrapposto uno stile mite, non urlato. Sin nel comportamento ha rotto con il berlusconismo imperante anche a sinistra.

Diverso il caso di De Magistris, rappresentante di una sinistra populista che però a Napoli era probabilmente quello che serviva perché capace di rappresentare una svolta rispetto a anni di disperazione, spazzatura, piccoli e grandi poteri in grado di tenere sotto scacco una città vitale e piena di energia.

Cagliari non è meno importante. La vittoria del giovane Zedda riapre i giochi anche a livello regionale, dove da più parti si invoca il ritorno di Soru, l’ex presidente della Regione che oggi potrebbe cedere alle lusinghe e provare a riprendere il lavoro che aveva lasciato a metà per la difesa del territorio e la riqualificazione dei servizi e del turismo. Vedremo.

E’ probabile, come è anche giusto che sia, che oggi l’attenzione sia spostata, a sinistra, sul ruolo del Pd. Ma sarebbe sbagliato imputare un fallimento al partito di Bersani, che vince al primo turno a Torino e Bologna, conquistando ovunque molte preferenze. Così come sarebbe sbagliato pensare di risolvere il successo del centrosinistra in una resa dei conti contro questo o quel partito. Una vittoria così composita dice una cosa molto chiara: serve una vera, nuova un’unità. Un’unita che guardi a sinistra e non al centro di Casini. Serve un’unità non fatta di giustapposizioni, ma di un vero mescolamento che vada da Di Pietro e Vendola. I segnali che portano in questa direzione sono tanti. E sarebbero l’occasione anche per aprire una nuova fase a livello nazionale.

Un’altra questione importante per la sinistra che vince è di rappresentare davvero il cambiamento. L’ultimo governo Prodi è fallito per questo: vinto Berlusconi non si è stati in grado di rappresentare una vera rottura con le sue politiche. Non si deve ripetere questo errore. La sinistra che amministri o governi deve tentare a tutti i costi di governare da sinistra senza più scimmiottare i governi di centrodestra. Un successo così clamoroso come quello di queste ore ci dice che si può fare, che ci si deve provare. Senza ambiguità.

Angela Azzaro

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