Totti, l’utopia calcistica e l’identità in pericolo

Il calcio, al di là del cambiamento antropologico di questo sport negli ultimi anni, è comunque un palcoscenico ideale per le pulsioni che possono animare un popolo. Nel calcio, nonostante tutto, si riversano ancora idee, passioni forti, anche al di fuori del politicamente corretto, rendendolo (nonostante tutto) ancora uno sport bellissimo e permettendo a noi, cocciuti nostalgici, di appassionarci al football.

In una Spagna che oggi si ritrova unita nelle proteste degli indignados il calcio rimane un fattore di scontro, e non solo nell’eterna sifda tra Barcelona e Real Madrid. L’anomalia del calcio spagnolo, e probabilmente del calcio europeo (se non mondiale) si chiama infatti Athletic Bilbao, la squadra simbolo dell’Euskal Herria, al secolo (castigliano) del Pays Basco. Sarebbe difficile descrivere in un articolo la difficile situazione politica di questa regione, da sempre ribelle alle scelte storiche che l’hanno vista unita alla corona spagnola o divisa con la vicina Francia, e che hanno trovato con il terrorismo dell’ETA la più drammatica espressione di questo sentimento indipendentista. Oggi, il governo della regione è retto principalmente dal PNV (Partido Nacionalista Basco) che si può definire moderato ma con fortissime tendenze federaliste, basti pensare però che il partito Batasuna, soppresso perché incriminato di essere il bacino elettorale di ETA, prendeva il 10% dei voti in tutta la regione e nel processo di pacificazione portati avanti oggi dalla sinistra indipendentista (izquierda abertzale) si sta cercando di rifondare un partito di quest’aerea capace di rappresentare una grandissima fetta dell’elettorato basco.

Insomma, in una chiara volontà del popolo basco di autogovernarsi, la squadra di Bilbao non poteva di certo fare eccezione. Esce in questi giorni, un libro scritto da Simone Bertelegni, intitolato L’utopia calcistica dell’Athletic Bilbao (Bradipolibri, 224 pagine, euro 16) dove si narra la storia di questa “ultima romantica” del calcio, dove tutti i giocatori sono baschi o di origini basca (al massimo devono aver giocato almeno nelle giovanili della regione, ma sono casi rari).

E ha ben pagato questa politica identitaria perché i biancorossi di Bilbao non sono mai retrocessi, hanno vinto 8 campionati, molto spesso raggiungono posizionamenti che gli permettono di giocare in Europa e soprattutto hanno uno dei settori giovanili più forti al mondo, capace per l’appunto di sfornare giocatori per la massima serie. E un po’ la ricetta del Barcelona, che certo la applica in maniera più soft ma che vede gran parte della sua prima squadra provenire dal settore giovanile proprio o di altre squadra catalane. Al di là di come la si possa pensare sull’indipendenza dei baschi e dei catalani, è innegabile che la loro ricetta da buoni frutti, se non ottimi, fornendo una bella risposta al calcio odierno dove i settori giovanili sono tristemente affossati (guardiamo l’Italia)

E in Italia per l’appunto? Miro Renzaglia, in un geniale articolo sul Secolo d’Italia (forse è stato anche il suo ultimo per quella testata, purtroppo per la testata) salutava l’arrivo del bostoniano Di Benedetto alla Roma, sostenendo che «sono italiani che tornano». Nonostante Boston sia la capitale dei democratici americani, però ho i miei dubbi, soprattutto perché la Roma in questi anni seppur con tutte le difficoltà (e le ombre) della gestione familiare Sensi ha dimostrato di essere l’ “anomalia” del nostro calcio, riuscendo a sfornare diversi campioncini dal settore giovanile, che se non hanno fatto il bene della squadra hanno comunque giocato in altre squadre di club italiano.

L’altro profondo dubbio che nutro nei confronti di questa nuova gestione, è la comprensione del romano e romanista che vige dalle parti di Trigoria, dove si intende la valorizzazione di giocatori sia nati a Roma e sia stratifosi della squadra. Ed è inutile fare una lista di quanti, da sempre, vestono la maglia giallorossa con un cuore da ultras. Certo, la Roma non è al livello dei baschi, ma non vorrei che in una rincorsa al mercato (o merchandising U.S.A.) si perdesse questa splendida tradizione.

Finendo volendo parlare ancora della Roma, mi piacerebbe rendere onore a Francesco Totti che ha concluso il campionato segnando il suo gol 207. Quando il primo maggio scorso ha superato Roberto Baggio nella top five dei cannonieri italiani, molti (soprattutto su sponda Lazio) hanno affermato che mai il pupone potrà comunque essere ai livelli di Baggio (che si è fermato a quota 205 gol).

Alcuni hanno notato che Totti segna solo su rigore, per poi essere smentiti dal fatto che di rigori, il divin codino, ne ha segnati di più del giallorosso. Ma in qualche modo i critici di Totti hanno ragione perché è veramente lontanissimo da Baggio su moltissimi aspetti: non è un giocatore “nazionale”, non è stato un giocatore particolarmente decisivo per la Nazionale, non è un giocatore particolarmente corretto o poco incline alla polemica.

Insomma, Totti non è uno che si è fatto amare fuori dai confini capitolini e probabilmente lo sputo a Poulsen, la falciata a Balotelli, i gesti e gli sfottò e le denunce contro Calciopoli non gli tributeranno un minuto di applauso in uno stadio che non sia l’Olimpico.

Ma Francesco Totti, a noi romani e romanisti piace così, anche con tutti i suoi difetti: sarebbe da stolti elencare una per una le sue prodezze (solo chi è in malafede può non considerarlo un campione), ma a noi ci basta sapere che il talento di Porta Metronia ha sacrificato la sua carriera rimanendo sempre alla Roma (e avrebbe potuto emigrare mille volte), mettendo tutte se stesso in ogni sfida, senza risparmiarsi mai. Poi che sia un giocatore romanocentrico, boro, coatto, agitatore di spogliatoio, mai disposto a stare in panchina, attaccabrighe, provocatore, culo de piombo, beh, questo fa parte del popolo romano e della sua indole. Da sempre.

Ecco, detto questo, sarò anche affetto da «risentimenti nostalgici mal collocati e nuove idiosincrasie no-global o anti-global peggio digerite» ma spero che la nuova gestione made in U.S.A. non cancelli questo tratto, così stupidamente identitario, dell’Associazione Sportiva Roma 1927.

Simone Migliorato

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