Terni. Ora e sempre resistenza

Il mondo è bello perché vario.  Sono d’accordo, perché è proprio questa eterogeneità del quotidiano a permetterci di trarre, giorno per giorno,  nuovi insegnamenti e perché no, vivere esperienze formative. Restando, pur sempre, nei limiti della decenza e del buon gusto.

Alcuni mesi fa avevo recensito per Il Fondo La Storia Rovesciata (Bitti, Covino, Venanzi, Ed. CRACE, 2010) un testo fortemente ideologizzato, mirante a scardinare le tesi di Marcello Marcellini (avvocato ternano, già legale della CGIL) autore di due accurati libri sui crimini partigiani tra Umbria e Lazio.

La Brigata “Antonio Gramsci” nella memoria storica ternana è un po’ come il vaso di Pandora: prova a scoperchiarlo e incappi nell’ira di Zeus cupitonante.

Come Pandora, Marcellini non ha resistito al fascino della ricerca, riportando alla luce vecchie storie dal sapore amaro, fatte di invidie, odi mai sopiti, incomprensioni sfociate nel sangue.

Succede allora che il leggendario comandante Alfredo Filipponi (e il suo omonimo sottoposto Mario) si scopra essere un assassino, capace di epurazioni degne di una Bosconero o una Porzus.

Storici a la càrte, ecco la risposta del volume di CRACE, che eleva studiosi come Marcellini (e Pansa) all’odioso rango di ‘revisionisti’, prezzolati per cancellare la memoria dei combattenti per la libertà.

Gli episodi di violenza  narrati ne I Giustizieri e in Un Odio inestinguibile (M. Marcellini, ed. Mursia 2009-2010) sono però documentati da atti ufficiali conservati presso l’Archivio di Stato e il Tribunale militare, pertanto difficilmente contestabili.

Ti aspetteresti, dunque,  un passo indietro degli accusatori, ma siamo a Terni e le cose girano al contrario: una rotonda intitolata ad Alfredo Filipponi e una via per Mario, in quel di Piediluco, suo paese natale.

La Storia Rovesciata ha sortito il suo effetto e il venticinque Aprile, in un clima surreale, avviene l’intitolazione ufficiale.

Reazioni politiche poche. E’ un momento difficile, la giunta sta per capitolare (cadrà il 3 Maggio) e in alcuni paesi ci sono le amministrative.

Enrico Carloni, nipote di Maceo, epurato nel ’44, invia una dura lettera al sindaco ricordando anche il modo truce in cui i cadaveri  del nonno e del concittadino Centofanti fossero stati violati dagli esecutori.

Nessuna risposta fino al manzoniano 5 Maggio, quando passa la delibera della seconda intitolazione, quella di Piediluco.

Una sconfitta cocente non tanto per le opposizioni (in realtà restie ad affrontare l’argomento in contesto cittadino dove buona parte dei giovani ha la tessera ANPI)  ma per la civiltà umana e per quanti, onestamente, vogliono ricordare in cuor proprio l’orrendo periodo della guerra civile con sereno distacco e posizione critica.

L’ambiente storiografico locale e l’ANPI hanno favorito un rovesciamento della storia dai tratti allucinanti: l’ideologia (che non risolve la dipartita della Thyssen Krupp o la crisi Basell, tematiche in verità prioritarie) folgora una città che tace di fronte ad un gesto pari alla mutilazione delle Erme, di ginnasiale memoria.

A Terni è stata decapitata la dignità dei morti, dei Carloni e dei Centofanti che, sessantasei anni dopo, non hanno ancora ricevuta giustizia.

La lettera di Enrico Carloni cita riferimenti ad altrettante fonti giudiziarie che attestano la veridicità della tragedia che ha colpito la sua famiglia, ma nessuno si è preso la briga di valutare l’opportunità di inserire nella toponomastica cittadina nomi così scottanti.

«A pensar male si fa peccato ma qualche volta ci si azzecca» , sosteneva non a torto il ‘Divo’ Giulio, perché dietro comportamenti di questo tipo non si nasconde soltanto una superba ignoranza ma il chiaro tentativo di preservare, quanto più possibile, un potere che va oltre i banchi del Consiglio comunale, estendendosi alle menti e ai ricordi dei singoli, servendo verità preconfezionate e non permettendo di guardare oltre a meno che, scoperchiando il vaso, non si voglia incappare nell’ira di Zeus.

Marco Petrelli

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